Tracce interrotte: Monte San Primo da Onno

Pendici_Monte_Ponciv-dorsale_triangolo_lariano

Sono il primo a scrivere e ad aprir bocca per dire che esplorare un territorio comporta spesso perdersi all’interno.
Però, come tutte le cose, c’è sempre un limite. Il mio è relativo alla pazienza, l’altro è relativo alle ore di luce su questa metà di mondo.
Il percorso che ho voluto intraprendere da Onno per arrivare sulla cima del Monte San Primo ha superato due limiti in uno, più una marea d’altri se mi metto a pensarci.
E di pazienza ne ho parecchia.
Sicuramente più delle ore di luce d’inverno.

Il Monte San Primo è fico.
Davvero una di quelle punte che vista dal basso o da qualche altra punta intorno mi fa sempre pensare ad un bel mucchio d’erba che vorrei calpestare.
Ci sono passato sotto una volta, facendo la traversata del triangolo Lariano, ma non avevo ancora preso bene la decisione di un nostro incontro completo.
Con le solite giornate da maglietta e occhiali da Sole di questo dicembre ho pensato che fosse venuto il momento.
Contando che lui rimane fisso dove l’hanno messo, la scelta di dove partire per trovarci spetta sempre a me. E i posti non è che me li invento. Quando sono nominati in chiaro su di una cartina allora ci punto il dito sopra, seguo la linea di qualche sentiero che congiunga l’inizio e la fine, e quando compiendo quel gesto sento un fremito agitarmi l’ipotalamo, come stessi passando quel dito sulla mia schiena, allora so che potrò anche muovermi.
Dormirci su una notte.
Svegliarmi con le gambe che mi conducono più convinte della ragione.
Salire su quella stramaledetta mangiasoldi di una macchina, che adoro comunque, e trasformare il progetto della notte passata in evento concreto.
Oggi.
Illuminato da un’alba silenziosa sulle sponde a strapiombo del versante est del lago di Lecco. A Onno, come si diceva. Con la tazzina di un caffè al ginseng tenuta da tre dita delle mie cinque destre, nel bar vicino al parcheggio.
Io, il barista, la luce gialla dell’interno che viene annientata subito dal blu esterno. Un blu non particolarmente freddo, in termini di gradi centigradi, mentre la sua percezione cromatica viene fiaccata dalle prime distese rosa-arancio sui pendii lontani, poi sulle punte di Grignetta e Grignone, in un lento incedere.

L’inizio del mio intento di collegare luoghi mettendo uno scarpone avanti all’altro, parte da dietro la chiesetta di Onno.
C’è un sottopasso e una serie di indicazioni che hanno tutte la stessa meta: raggiungere la sommità del pendio che sovrasta il paese. Esistono tre alternative principali, riportate anche dalla cartina Kompass del Lago di Como

Cartina_Kompass_Lago_di_Como-Onno-sentieri-Alpe_Crezzo-Barni

ma un tizio a spasso con il cane mi consiglia di prendere la mulattiera, assegnata al segnavia 3, e arrivare all’alpe di Crezzo.
Non è che la cosa mi faccia molto piacere, visto che a guardarlo e riguardarlo il percorso 3 pare il più lungo ma quando provo a iniziare il sentiero 1, più diretto, con la freccia che punta dentro un bosco così in pendenza che probabilmente si percorre a quattro zampe, la traccia sembra sparire dietro il primo albero.
Ci penso qualche secondo, ascolto quella voce che sale dalle ginocchia e dice: spàrati. Sicuro che a un certo punto non si capirà più un’acca di dove andare e la giornata prenderà la piega sgualcita su di un libro che non avrei dovuto aprire.
So che la meta prefissa è distante e perdere tempo, da subito, me lo vieto.
Così, anche se in quel momento non le ho amate più di tanto, le pietre che compongono la concretezza del sentiero 3 sono diventate il suolo per il mio procedere iniziale.

Onno-alba-Lago_di_Lecco-sentiero_per_Crezzo-PaoloBuffa

Quella mattina di dicembre mi ero svegliato con una filosofia diversa da molte altre mattine.
Al posto di lasciarmi stupire dalla realtà quotidiana, qualsiasi cosa volesse propormi, volevo stupirla io.
Generalmente questo stato d’animo non si sposa bene con l’attività che meglio coinvolge parecchie ore di una mia giornata tipo: fotografare e lavorare con le immagini.
No.
Infatti comporta un’attività differente: faticare, con il corpo.
Ormai so che per funzionare in maniera sufficiente, in qualsiasi cosa, devo alternare i sogni e le grandi pensate davanti alla finestra, o seduto sul più grande pensatoio della terra, in bagno, alle pure e semplice sudate di una volta, alzando pesi, camminando da un punto ad un altro, distanti, e abbassando i pesi che avevo alzato prima.
Potrebbe anche essere nuotare, prendere a pugni un saccone di sabbia per farlo confessare, pulire i pavimenti o sturare il lavandino.
Muoversi.
E faticare, appunto. Che tradotto in linguaggio mistico non è altro che far risorgere il corpo dalla tomba delle sedie.
Non è una malattia,
faticare. Quando lo sforzo termina, breve o prolungato, rimane soltanto un cuore che batte profondo, il respiro più veloce, sudore, santo. I pensieri generalmente non trovano spazio per esistere, stabilito che il corpo ha una sua intelligenza automatica sa bene che durante un sano e intenso impegno fisico l’attività mentale non essenziale è un peso in più. Quello maggiore. Pertanto se ne libera.
Alla fine rimane il contatto sulla terra partecipe. Senza pensieri è facile rendersi conto dell’aria, della pelle, del caldo. Del corpo.
E, senza esagerare,
dell’esistenza.
Quella mattina di dicembre avevo fame di tutto questo e mentre salivo sulla mulattiera e mi toglievo mano a mano uno strato di vestiario, fino alla sola maglietta, mi sentivo nel mio.
Il Sole che si alza, le ombre di un bosco, l’abbaiare lontano dei cani.
Ne sparo un’altra e poi si vedrà, il segreto stesso del senso della vita. E porca di quella porca miseria, è tutto gratis.
Il senso della vita, della propria singola vita,
NON va mai pensato,
pianificato come una mossa sulla scacchiera
cazzate infinite
va solo sentito.
Silenzio. Silenzio assoluto in quella grande fucina nella testa, un solo attimo e può essere quello fatale.
Il significato può essere solo sentito.

Per la grande legge dei contrasti, dopo un tot di camminata verso l’alto mi trovo sulla via un cacciatore.
Mentre assaporo l’esistenza trovo chi la toglie, con tanto di fucile a tracolla e un piede su di una roccia.
Non che abbia rabbie o rancori da sfogare, verso i cacciatori, mi basta non esserlo dunque gli ho chiesto gentilmente se conosceva una via più diretta di una mulattiera per arrivare dove dovevo. E mi è andata bene la conosceva.
Un percorso da cacciatori però, da chi la vita altrui la mette comunque un pò in gioco. Anche un pò più di un pò. Un popò.
Mi aveva detto che sarei sbucato dietro un agriturismo e avrebbe dovuto aggiungere “se sopravvivi”, tagliando due versanti scoscesi di terreno friabile e foglioso. Nulla di davvero drammatico ma quando una zolla cede sotto lo scarpone e si rimane con l’altro in equilibrio precario, prima di ricomporsi, il pensiero sulla transitorietà dell’uomo lampeggia.
L’agriturismo ritornerà a fine storia. Per ora, giungendo davvero alle sue spalle, vengono a farmi visita tre asini, di quelli con quattro zampe e la coda intendo.
In tutto siamo in quattro.
E mi seguono pigramente per un pezzo.
Come discepoli svogliati.

Alpe di Crezzo, vecchietti che confabulano e mi indicano la via, il vento che fa il suo unico mestiere, soffiare, girandomi intorno e infilandosi tra i rami spogli scuotendoli.
La tappa successiva avrebbe dovuto essere Barni e il suo sentiero diretto verso la dorsale che si collega al Monte San Primo. Quella traccia rossa tratteggiata sulla cartina ma che probabilmente nemmeno esiste.
I due vecchietti hanno parlato di Magreglio e io cammino verso Magreglio.
Mi lascerò condurre, sissignore.
Chiedere informazioni è il miglior modo per vedere lo stato di salute di un territorio.
Dei suoi abitanti ovviamente. E c’è quel piacere di parlare per breve di posti da raggiungere, strade da tagliare, curve da prendere. Una mappa espressa, come meglio viene.
Da interpretare.
A volte parecchio. Specialmente quando dentro finiscono misure e distanze. Quattrocento metri nella mia testa non sono mai gli stessi nella testa di chi mi parla.
Ma non è questa la salute di cui accennavo, quella che intendo è nel modo. La gentilezza, il brio, le pause o le espressioni. La partecipazione.
Il modo di una risposta.
Il linguaggio che resta togliendo il discorso.
Non che tutte le giornate siano fatte per le domande ma domandare mi piace. Necessario spesso, camminando da solo. C’è spazio per sentirsi un viandante e chi risponde sente a sua volta la responsabilità di tracciare la mia rotta. Almeno, quando chiedono un’informazione a me e intuisco che il loro unico mezzo sono le gambe, sento un’importanza gigante a dove li sto mandando.
Visto che nessuno mi ha ancora mai mandato in posti sconvenienti probabilmente ho sempre incontrato degli informatori assennati.
Culo probabilmente.
Vibrazioni armoniche.
Magari ho avuto spesso l’aspetto del povero fiammiferaio a cui non puoi aggiungere una sventura. Come il non rispondere. O la sgarbatezza.
In realtà ammetto di aver ricevuto più sorrisi di quelli che mi sarei aspettato e le uniche risposte poco partecipate chiedendo di una meta, le ho beccate in città. A Londra ad esempio e forse, parecchio tempo prima, a Milano.
Pur rimanendo Londra una delle città più gentili in cui mi sia imbattuto.
Tornando ai miei passi quel giorno, posso portarmi nei ricordi uno stato di salute esemplare degli interlocutori.
A Magreglio mi hanno suggerito di svoltare alla farmacia in centro, seguire la strada in salita, farmi uno ad uno tutti i gradini di una scalinata e poi affidarmi alla Speranza e chiedere nuovamente dove andare a ficcare il muso.
La salute di un luogo esula dalla qualità delle risposte. Ciò a cui bado è il calore non il vocabolario, né la fredda precisione. Se poi c’è anche un grammo di precisione a corredo mi gusto l’aggiunta.
Al termine del giorno avrò fatto un percorso ricco delle mie decisioni e dei suggerimenti altrui, condizionato, reinterpretato. Difficilmente la forma del mio incedere finale è soltanto un affare solitario.

Qualsiasi cosa si dica o si taccia una cosa per me è certa, questo inizio inverno non è esattamente un inverno.
Non proprio uno da termini come imbacuccarsi, coprirsi, doppio maglione e freddo a catinelle.
Mi ritrovo in un posto sopra un parcheggio con una sola macchina all’interno. Ho poggiato lo zaino su di una griglia permanente, da estate all’aperto con braciole che sfrigolano, ma ora tutto è silenzio. La griglia è nera della cenere passata e io mi sgranocchio quattro quadretti di cioccolato guardandomi intorno.
Quando avrò finito continuerò sulla strada asfaltata abbastanza poco per accorgermi che non va bene ai miei scopi.
Quindi sarò di nuovo al parcheggio con la stessa macchina in un lato e la griglia muta appena sopra.
Fa veramente caldo per un inverno e anche se è quasi cinque anni che ci sono abituato fa comunque caldo. Ormai sono in maglietta e gilet smanicato di pile. Il cioccolato l’ho già mandato giù tutto e non resta che provare una nuova mossa: entrare nel bosco oltre la zona picnic e vedere cosa succede a seguire l’ampia traccia iniziale.
Almeno so che sto per attaccare la pendenza del monte sul quale dovrei giungere, quello che la cartina chiama Ponciv, la cosa che mi è chiara è l’unicità del tragitto intrapreso. Da Onno.
Contando che una delle tante strade asfaltate porta fin poco sotto la zona del Monte San Primo, la possibilità di usare le ruote ha spesso sostituito i piedi e molti sentieri sono morti, o moribondi. Probabilmente li ricordano in pochi e come dicevo prima la precisione non è una mia priorità quando faccio una domanda, ma pur vivendo a ridosso di queste vecchie vie per pellegrini, in paese hanno potuto descrivermi la direzione solo a tinte fosche.
Ugualmente queste sono informazioni implicite, dal significato semplice: se i sentieri si stanno prosciugando anche la conoscenza di un territorio segue la loro scomparsa.
Attraverso una pineta buia e seguo la freccia artigianale che indica la sorgente del Lambro.

Pineta-Piano_Rancio-Como-Monte_San_Primo

Lavorando a Lambrate mi sembra un richiamo coerente con la mia vita.
Sbuco su di un rilievo nascosto, con una sdraio viola nel mezzo, un’antenna televisiva appesa ad un albero e la spina fuori dalla presa, il tutto a ridosso di un parco avventura.

zona_relax-Piano_Rancio-provincia_Como-montagna

Possibile che si tratti di una zona di riproduzione locale.
Non che ci sia scritto all’ingresso ma orco di quel porco lo si sente impresso fin nelle radici degli alberi.
Un bell’angolino d’accoppiamento all’antica, romantico come un porno e sistemato all’aria aperta. Che ha sempre un suo valore aggiunto.
Salto fuori da quella stanza senza pareti e quando riprendo l’asfalto scopro di essere al Piano Rancio.

I luoghi ritornano e il tempo gira le lancette.
A distanza di qualche anno sono davanti al posto di un addio al celibato.
Non il mio ma quello di un mio amico. Tutta questa grande distanza a piedi e mi ritrovo dov’ero giunto in macchina anch’io, solo per mangiare e far casino.
Faccio una foto, la spedisco all’ex celibe e scelgo più o meno il punto dove avevo parcheggiato.
Rimango anche stupito di quanto non ricordassi minimamente una tacca che fossimo venuti sin qui. Forse persino che ricordassi ben poco di quel giorno.

Dopo un’altra dozzina di percorsi a vuoto e direzioni da nulla, finalmente individuo lo stramaledetto sentiero per avvicinarmi ancora al San Primo.
Questa volta la linea immobile, su cui iniziare a camminare, è a lato del rifugio Anna Maria.
Appeso ad una rete di cinta c’è un cartellino bianco e rosso con una umile freccia che punta il dito nel bosco. Il bosco è dietro Anna Maria e ad un certo momento perdersi è più naturale che proseguire nel giusto, da quando un pino si è accasciato gigantesco sulla traccia, di traverso, coprendo la linea da seguire.
Un pino abbattuto proprio a ridosso di un’altra traccia flebile tra le foglie secche, che il mio occhio individua e mi spinge a credere sia il percorso ufficiale.
Quando ho capito il trucchetto, cioè quando la direzione che stavo seguendo è scomparsa tra i caprioli, son tornato abbondantemente indietro rovistando intorno al pino sdraiato e finalmente ho ritrovato la sequenza dei segnali pitturati sulle pietre.
Mezz’ora dopo.
Se avessi avuto attivo un dispositivo gps in grado di monitorare tutti i miei spostamenti alla fine si sarebbe buttato via la batteria da solo. Un percorso disegnato come una pennellata di Mirò nel territorio Comasco.
Un ghiribizzo.
Un segno d’arte evanescente.

ll sentiero che parte dal rifugio Anna Maria sale tra le rocce.
Sono passato in mezzo a decine di conifere ancora in piedi. Oltre un gruppo di uomini che stavano triturando dei tronchi con una tritura-tronchi.
Oltre. Attraverso trucioli fluttuanti che si sono impressi nei miei capelli. Fiocchi di legno. Fino a raggiungere ancora il Sole pieno e lo spazio aperto. Il Parco Monte San Primo. Dove passa più vicina la strada asfaltata alla dorsale del Triangolo Lariano e la vetta del monte omonimo riempie la vista.
So già che quella punta non la raggiungerò mai.
E’ troppo tardi e anche se il pensiero di fermarmi a dormire a Magreglio o a Barni mi attraversa la testa, pur non avendo nulla di ricambio, in realtà non ne ho voglia.
Sono le vacanze di Natale, sono uno stramaledetto bambino davanti le luci intermittenti dell’albero e questa sera voglio il mio letto. I termosifoni accesi, un libro sul comodino da prendere,
e lasciare che l’immaginazione apra lentamente l’ingresso alle premure del sonno.
La vedo così. Quindi guardo la cima e mi accontenterò di avvicinarmi ancora.

Cartina_Kompass_Lago_di_Como-Onno-sentieri-Magreglio-rifugioAnnaMaria-Monte_Ponciv

Non so nulla di questo lato di territorio comasco.
Scruto e analizzo la cartina e decido che farò al ritorno la strada che avevo pensato per l’andata.
Ora che capisco il tragitto che ho percorso, quella grande S da Onno fino alla mia prossima meta: il Monte Ponciv, faccio una certa fatica a capire come abbia deviato clamorosamente dal progetto iniziale.
Tutto quel girovagare a vuoto, quel chiedere e cercare.
Non sono insoddisfatto, se taglio la parte di non aver toccato la meta prefissa, ho esplorato tanto da esserne quasi sazio.
Come già detto, la mia traccia non è un affare solitario, almeno oggi. E’ il segno delle decisioni e dei ripensamenti, indicazioni che mi hanno convinto, sovrascrivendo le intenzioni originarie. Mentre mangio le due uova sode e l’insalata, sotto la mega-antenna piantata nella gobba erbosa del Ponciv, e lo sguardo fisso sul Grignone senza vederlo davvero, penso che mi sono fatto una cultura come avessi studiato della letteratura locale.
Avevo camminato prima, frattanto che le macchine seguivano l’asfalto, da qualche parte in fondo al bosco.
Da solo. Raccapezzandomi nel disordine che la natura gioca coi riferimenti dell’uomo.
In realtà so che non si scrive così ma così viaggiava quell’idea mentre stavo masticando.
Percorrevo ancora i sentieri su cui avevo messo piede e immaginavo mani invisibili di vento, con ampi gesti circolari, che spazzavano foglie e terriccio sulle mie orme appena impresse, confondendo la traiettoria ad altri me impegnati nel trovare la via.
Ricreare un collegamento in un territorio che l’aveva perso, o soltanto dimenticato a lungo, è come soffiare la sabbia del tempo da un manufatto appena rinvenuto.
Non lo si può afferrare ma lo si può percorrere con gli occhi della mente, e sentirlo come un’emozione che segue un incontro. Due elementi che si attraggono.
Perché il terreno mi attrae, la consistenza del suolo. Concretezza spaccata delle superfici aride, dove la pioggia non cade da giorni, forse un intero mese.
Ogni passo è una pagina di quel libro.
Io vedo.
Respiro.
Imparo.
Necessito del bacio della natura e questo amore, a volte reciproco, è l’intero romanzo.
Non è una fiaba, nemmeno un racconto rosa. O fucsia.
E’ come ho detto, concreto.
Terra.
Mutevole terra da calpestare.
Un racconto locale.

Non mi fido più di tanto di ciò che riporta la cartina ma scendo ugualmente dalla parte opposta della salita al Ponciv, per vedere se ancora esiste il sentiero tra l’alpe Spessola e Barni.
Il percorso è ripido e anche se magari esagero, chiedo almeno quattro volte dove potrebbe essere l’attacco del mio proposito di discesa.
Sopra di me, da un capo all’altro, è un unico arco azzurro di cielo. Mentre percorro le distese gialle dei prati e un’aria mai troppo decisa li attraversa, senza riuscire a smuovere più di tanto i lunghi ciuffi piegati verso valle.

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Gruppi di persone, come tante copie variegate di Colazione sull’erba, godono dello spazio e della compagnia, colpiti da un Sole netto e definitivo come il bianco sul nero.
Nessuno sa dirmi niente.
Tutti si interessano un minimo, fanno supposizioni e ad un certo momento quasi invidio le loro provenienze sicure, che si riassumono nei due punti chiave di arrivo e partenza: i parcheggi della Colma di Sormano o del Parco Monte San Primo.
Non vorrei un percorso più breve, vorrei solo essere certo di dove andare. Sono più stanco nella mente che nel fisico, di camminare senza trovare.
Eppure, anche quando leggo e seguo precisamente l’ennesima freccia Cai che indica quello che stavo cercando, cioè una traccia verso Barni alla sinistra di un’edificio nell’alpe Spessola, giungo ad una recinzione che non promette nulla di buono. Apro un cancelletto, cammino su di una linea che taglia il terreno scosceso e so già che non giungerò ad alcun lieto fine ma proseguo uguale. Perché voglio quasi dimostrare fisicamente a quel territorio l’inutilità delle informazioni che porta impresso.
In breve sono sul limitare di un dislivello a strapiombo, ultimo ciglio a perpendicolo sopra i due paesi sottostanti, separati da me da un ambiente impossibile. Zone che in se iniziano a raccogliere più ombra che luce, come gli avamposti della notte successiva, e dalle quali preferisco allontanarmi.
In realtà, ritornando, a lato dell’abitazione che ho costeggiato sulla sinistra, trovo a destra una serie di bolli rossi sugli alberi e un sentiero che pare, almeno all’inizio, sufficientemente chiaro. Non è confermato da nessuna freccia ufficiale ma voglio fidarmi e quasi come se la mia speranza fosse finalmente in grado di spianare il percorso fino alla meta, inizio a correrci sopra convinto.
E questo esiste, nella sua interezza!
Tanto per indicare di essere un tragitto sottratto definitivamente al nulla, poco prima di confluire sulla provinciale sopra Barni, sorge una baita-bivacco in grado di concentrare su se stessa ogni singola sensazione di conforto per un viandante solitario.

Scengher_bivacco-baita-Barni-Lombardia

Quando ho attraversato la SP41 e sono entrato in paese, sapevo di aver appena percorso il primo vero sentiero giusto di tutta la giornata, trovato senza alcuna indicazione umana. Né sovrumana.
Forse avrei dovuto chiudere di più la bocca e sintonizzarmi meglio sui recettori geografici interni ma quella giornata spingeva a parlare.
Un sacco di gente del posto. E una moltitudine di aree antropizzate da attraversare.
Avevo chiesto. Ne sapevo di più della salute del luogo, della sua verve, ma quella notte sarei andato a dormire convinto:
hanno dimenticato il bosco.
Ci vivono immersi ma non lo frequentano più.

Barni.
Con quel nome da personaggio dei Simpson.
Camminando sulla strada asfaltata che mi avrebbe riportato in cima alla dorsale dalla quale ero giunto, verso Crezzo.
Avrò incrociato tre macchine e se non ricordo male persino una moto, poi ho tagliato per un percorso agro-silvo-pastorale dopo un tornante e ho iniziato a calpestare centimetri e centimetri di foglie secche sovrapposte.
Non mi sognerei mai di etichettare agro-silvo-pastorale alcunché, quindi la definizione è presa da un cartello mezzo cancellato che lo segnala.
Quando sono sbucato sulla strada ero, per la seconda volta nel giro di breve, di nuovo sulla giusta rotta.
Non che potesse essere difficile mancarla, in questo caso, ma qualche soddisfazione volevo concedermela facilmente, ora che le ombre diventavano troppo lunghe e una certa inquietudine cresceva in proporzione al loro espandersi.
Non era una questione soltanto di luce residua. Avevo la frontale nello zaino e pure tre batterie di riserva, per alimentarla nel caso il Sole non fosse risorto per giorni.
Sentivo che tra me e la macchina c’era un ultimo territorio ostile.
Ostile nella mia mente, certo, perché ogni direzione sbagliata e interrotta nelle ore precedenti aveva vinto molta della fiducia nel presente.
Fermo, davanti al palo che riportava i cartelli Cai con i sentieri 1 e 7 verso Onno, sono rimasto a riflettere.
Parte delle mie gambe volevano levarsi ogni dubbio e rifare all’istante il più lungo percorso dell’andata.
Mentre un’altra parte ha ceduto al fascino della via breve.
Della possibilità di riscattare i fallimenti con un’ultima scelta azzeccata: la classica via breve, che amo e che anche quella volta mi ha inviato il suo richiamo.
Una carezza del vento.
E ho iniziato a camminare.
Una carezza come un invito…

La stessa che ho capito essere uno schiaffo.

Cinque invisibili dita stampate sulla invisibile faccia dell’anima.
L’impatto che può riportare all’istante nell’ovvio mondo del nulla: in piedi, sopra l’ennesima roccia a picco,
sopra l’ennesimo intrico di percorsi impossibili.
Ancora una volta tutto finiva in niente.
Sentivo quasi a pelle il mio antichissimo sistema percettivo affannarsi disperatamente alla ricerca di una soluzione. Variando le gradazioni del contrasto per eleggere una linea migliore delle altre.
E non riuscendo.
Perché nessuna era migliore ma ognuna inutile. Semplici pieghe e risvolti del terreno, disegnate dalle logiche della natura e non certo dell’uomo.
L’ultima targhetta con il numero del sentiero era inchiodata parecchi metri più indietro, prima di quella svolta su di una pendenza che, da tentare a quell’ora, aveva senso soltanto per un suicidio.

Dopo quella giornata sono tornato in montagna parecchie altre volte nel giro di poco. Del resto ero in vacanza e nelle vacanze è bene fare ciò che piace.
Con un amico, in una di quelle uscite, gli ho indicato l’area nella quale i sentieri sembrano esistere solo come informazioni e mai come realtà.
Stavamo camminando altrove, non molto altrove ma dall’altra parte della costa lecchese, tra le rocce del Monte San Martino. Sotto le nostre suole un tracciato così evidente che doveva ancora ricaricarmi di tutte le incertezze di due settimane prima.
Mentre guardavo a distanza quella zona non provavo alcuna sensazione negativa, anzi. Mi ero ripromesso di tornarci abbastanza in fretta, per capirla meglio.

Mappa_territorio_Onno-Magreglio-Monte_Ponciv-Monte_San_Primo
Dimensione reale: 3976 x 2652. Non un pixel di più, non un pixel di meno.

Comprendere davvero come muovermi al suo interno, senza sentirmi un vagabondo che bussa a molteplici porte, trovando ogni abitazione abbandonata.
“Si, ha un aspetto veramente verticale” ha confermato il mio amico alzando e abbassando gli occhi sulle pendenze sopra Onno. E mentre il Sole batteva gentilmente sulle nostre teste abbiamo continuato per altre mete.

Ricordare queste avventure, dopo, fa sempre un certo piacere sottile.
Per quanto mi riguarda potrebbe essere la stessa sensazione di contemplare un’opera digitale che ho appena portato a termine, sapendo di tutte le indecisioni e passioni che l’hanno permeata, e che hanno tormentato me.
Vedendola come un’opera, di cui non rimarrà altro che questo ricordo scritto, potrà essere interpretata e sentita in infiniti modi.
Per me resteranno sempre le giornate più belle, senza un vero significato assoluto ma sono le giornate dove riesco a capire, dove entro meglio in sintonia con la luce, con la fatica, il corpo, la solitudine e l’incontro, e tutta una serie lunghissima di altre cose che se mi dovessero mancare per troppo tempo finisco a diventare nervoso.
Parecchio.

Così, quella sera, prima di gettare la spugna, insieme al sapone e allo shampoo, ho puntato deciso verso l’agriturismo che avevo sfiorato all’andata. Quando uscendo dal percorso nel bosco non mi ero fermato ed avevo proseguito per Crezzo.
Volevo un’ultima informazione prima del buio. Volevo la conferma che quella stramaledetta mulattiera su cui avevo camminato la mattina esistesse ancora e partisse in un punto facile da trovare, come, guardandosi intorno, avvistare il cartello della metro di Milano.
Semplici momenti di contaminazione, in fin dei conti, laddove la natura circostante mantiene intatto il suo fascino irresistibile e un pò di lastricato a portata di piedi non mi avrebbe fatto schifo.
L’agriturismo in realtà è un’azienda agrituristica e si chiama CaManin.
E’ importante.
Importante che lo si sappia.
CaManin nella Conca di Crezzo.
Così non ci si può confondere.
E lo scandisco bene perché sono stati splendidi.
Ho già parlato fin troppo di quella questione dello stato di salute di un posto…
Bhè, per quanto mi riguarda, Loro sono la salute.
Non so che aspetto potessi avere dopo tutte quelle ore in giro a sudare e perdere fiducia, in ogni caso mi sentivo ancora in forma.
Quando ho salutato una signora che stava caricando cose sopra una jeep, lei si è girata con un sorriso ancora prima di capirci qualcosa.
E già questo mi ha fatto sentire meglio.
Forse non stavo sbagliando a fare quello che stavo facendo: non esattamente un’ultima informazione ma una mezza richiesta d’aiuto.

Con la corrente elettrica saldamente a portata di interruttore, il limite temporale della luce, nella vita umana, non sussiste più da secoli. Probabilmente il buio stesso è diventato più denso perché intorno sappiamo di poterlo scacciare sempre. Facilmente.
Comandiamo le tenebre e quando un black-out,
di quelli che si propagano come un’esplosione silenziosa inglobando interi quartieri nel nero,
quando la corrente si disperde e il suo potere svanisce dagli interruttori, io credo che una certa paura più intensa si impossessi della psicologia moderna di quanto non farebbe con una antica.
Nelle parole di quella donna, che mi stava spiegando il percorso, ho iniziato a sentire troppi dovrebbe,
se non ricordo male,
mi sembra
La mia attenzione ha iniziato a scollarsi dalla situazione presente e ha guardato nell’immediato futuro. Ha proprio visto una persona che camminava nelle ombre sempre più allacciate dei boschi, con la luce ridotta ad un sospiro mentre il vento dava gli ultimi segnali, prima della precoce notte invernale.
Dicembre poteva anche essere diventato l’equivalente termico di una qualsiasi data di inizio primavera, ciò non significava che il mio corpo l’accettasse come un letto dentro cui passare la notte.
Avrei camminato di li a breve, sarei uscito dal domestico territorio dell’azienda agrituristica e avrei imboccato il sentiero di cui mi si stava parlando, ma quelle molteplici indecisioni nel tracciare una direzione, che avevo sperato certa, mi avrebbero fatto tornare indietro.
Lo sentivo.
E ho visto anche questo.
“Tieni, è il mio cellulare”. La donna mi aveva riportato al presente.
Ho preso in mano il biglietto da visita.
Michela, ho letto.
Poi ho guardato Michela. “Grazie, spero di non averne bisogno” e ho anche sorriso.
Quando sono uscito dall’ultimo alone di luce artificiale, con tutti i miei strati di indumenti addosso, mi è sembrato di non puntare veramente a nulla. Come una breve gita fuori porta.
Sarei rientrato a breve.

Quello che non si conosce del mondo esterno, spesso, non lo si conosce prima in quello interno.
Michela mi aveva parlato di Prezzapino, cioè qualcosa che aveva a che fare con prati, costruzioni diroccate e un percorso da trovare che mi avrebbe collegato a San Giorgio, qualsiasi cosa San Giorgio fosse.
Non escludo che mi abbia anche spiegato meglio ciò che in quel momento avrei dovuto fare. Come ho detto, i suoi verbi condizionali nello spiegarmi la direzione avevano mandato la mia mente in avanscoperta nel futuro, immaginandomi avvolto nelle tenebre e decisamente ricacciato indietro da esse.
Comunque scollegato in parte dalle sue parole.
Alla fine, avrei scoperto più avanti, seduto al computer di casa e con Google Earth a vorticare sospinto dal mouse, che a Prezzapino c’ero quasi arrivato. Solo che avevo seguito una traccia piuttosto che un’altra, trovandomi al cospetto di un solitario cartello di divieto motocross, piantato nel nulla del bosco, ad ammonire motocrossisti di altre ere.
Solo foglie, alberi e una specie di alveo di torrente che puntava deciso a valle, e che ho iniziato a seguire.
Non sapevo nulla di quel terreno. Non sapevo nulla di dove sarei finito anche se, sull’ultimo tronco a cui avevo dato retta, era inchiodata una targhetta moribonda rossa-bianca-rossa con il numero 3 inciso sopra.
Il sentiero 3.
C’era troppa poca luce superstite per sprecarla cercando un riferimento sulla cartina, anche iniziando a illuminare con la frontale.
Probabilmente, posso dire ora, che stavo solo cercando una scusa.
Proprio una scusa, con la S la C la U la S e la A.
Scusa.
Mi serviva.
La giornata, per come si era mischiata col mio animo e il mio procedere, ora mi aveva spinto dentro quell’appendice oscura di territorio. Un luogo nel quale mi sono fermato e ho respirato in solitudine.
Tutta la solitudine opprimente del buio e del bosco. Simboli antichi ancor più che la mente.
Se fossi tornato indietro da dov’ero, ero certo di riuscire a raggiungere nuovamente l’agriturismo e la sua luce.
Se avessi continuato in discesa avrei quasi certamente trovato la strada-mulattiera immancabile di cui mi aveva parlato Michela, ma quella specie di sentiero incerto sul quale mi trovavo ho pensato fosse abbastanza sufficiente per giustificare una ritirata.
Abbandonare la missione.
Ripiegare.
Cose possibili solo in presenza di una buona scusa.
Non potevo più essere tanto sicuro di come stavo agendo, volevo troppo sentirmi al sicuro mentre stavo perdendo i normali riferimenti che la sicurezza incorona. Primo fra tutti la vista.
Se avessi acceso la frontale avrei dovuto ammettere la notte e non volevo farlo.
Volevo convincermi che la notte fosse ancora in sospeso, quasi in attesa che mi liberassi dei miei problemi.
Di quell’ultima via astratta.
Stavo perdendo il mondo esterno perché ero sull’orlo di perdere il mio interno.
Pretendere la sicurezza è il primo segnale che mi avvisa di essere arrivato al limite dell’esplorazione. Esattamente a pochi passi dal ciglio del caos, quando, come accennato poco sopra, non posso più andare sicuro di comandare lucidamente le mie scelte.
Inutile scriverlo, venti minuti, ed ero di nuovo a CaManin.

Ho già scritto che sono stati fantastici e la ragione è semplice: mi hanno accolto e aiutato con la stessa naturalezza con cui mia madre potrebbe innaffiare una pianta.
Ho provato a chiedere se avessi potuto dormire presso di loro, si sa mai che affittassero qualche stanza ed in realtà le avevano, ma già occupate da amici con bambini al seguito. Uno dei quali con la febbre.
La possibilità di un letto c’era, però, accettando, sapevo già di non avere abbastanza animo di compagnia per affrontare una notte e una mattina condivisa con estranei. Per quanto piacevoli potessero essere.
Escludendo la possibilità di trovare facilmente una sistemazione a Barni.
Escludendo quello e quell’altro, alla fine ci siamo messi d’accordo per la proposta iniziale: un passaggio in jeep fino ad Onno.
Mi ha accompagnato la madre di Michela e, anche se magari non mi leggeranno mai, li ringrazio ancora una volta.
Ho giustificato a me quello strappo, alla regola di non pesare mai sugli altri per le mie attività all’aria aperta, solo perché avevo perso troppo tempo con tutte quelle indicazioni sballate durante il giorno. Quella lunga serie di tracce interrotte.
Come se la colpa maggiore fosse loro. Delle tracce.
In realtà so che non avrei dovuto farlo.
Non avrei dovuto accettare.
Sarei dovuto andare a Barni o Magreglio e cercarmi un’accomodazione per la notte.
Non ha senso esplorare se poi non si accetta di non trovare. Fino alle conseguenze più spiacevoli.
Credo sia stata una debolezza, o una superficialità ultima, dopo una giornata splendida ma un pò difficile.
In ogni caso qualcosa in più. Un’aggiunta al libro delle avventure.
Un segno nuovo nel grande affresco delle situazione e delle reazioni.
Quello che so è che ho un conto in sospeso con quel territorio, oltre che un pranzo che già sogno quando passerò dalle parti di Michela e della sua splendida attività.

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