Sempre in guerra

Covid-19-e-terminologia-di-guerra

Parlare di guerra, ad un governo che vuole imporre leggi speciali e restrizioni specialissime agli abitanti di un territorio, conviene.
Se si è in guerra allora si può giustificare una restrizione importante delle proprie libertà personali e giustificare anche le misure sanzionatorie per chi quelle restrizioni non le rispetta.
Parlare però di guerra nei confronti di un virus che mette a repentaglio la salute stessa dell’umanità crea un filtro molto distorto con cui andare a leggere gli accadimenti.

Il coronavirus o covid-19 è appunto un virus e, aldilà della sua origine di cui ancora si discute e forse si discuterà a lungo, i virus fanno parte dell’ecosistema terrestre da ben prima della comparsa degli ominidi nella storia.
I virus sono Natura, sono elementi della natura come lo sono i sassi, i batteri, le nuvole, le antilopi, le querce e via via fino agli uomini.
Se un elemento naturale si manifesta in modo letale per la vita umana come inondazioni, o eruzioni vulcaniche, terremoti, punture di scorpione e morsi di pescecane allora, nella logica delle guerre e delle battaglie, ognuno di questi sono atti di guerra alla vita umana.
Un terremoto può fare migliaia di vittime contemporaneamente e radere al suolo una città nel giro di meno di un minuto.
Un intero sciame sismico può estendere i suoi danni all’uomo moltiplicando le macerie, e i morti sotto quelle macerie, su scala catastrofica. Eppure, per assurdo, anche se i sismi si protraessero per settimane, sempre ad elevata potenza, espandendosi per il globo come onde di un oceano solido, per quanto letale potesse venire considerato l’evento, non sarebbe facile parlare di guerra.
Quale tipo di guerra? Delle forze naturali contro l’uomo?
Tragedia allora, ma non guerra.

Evidentemente invece, nella comunicazione politico-giornalistica i virus sono dotati di una ragione con la quale operano specificatamente contro l’uomo. In ambiti poetici o esoterici l’animismo è del tutto giustificabile e magari anche condivisibile, Il fatto strano è che da un telegiornale, e da un quotidiano qualsiasi di informazione nazionale, l’animismo non si è abituati a farselo raccontare se non in termini denigratori.
Eppure è quello che accade giornalmente da quando gli effetti del covid-19 sono diventati l’argomento unico dell’informazione di massa.

Accettare la terminologia guerresca in questo ambito fa dell’ascoltatore un soldato automaticamente arruolato. Al posto di combattere in campo aperto resta a casa, seguendo gli ordini del comandante, privandosi totalmente, in questa accettazione automatica degli ordini, del suo spirito critico.
Proprio come dentro un esercito.
In realtà sta combattendo contro un virus, non contro uomini che hanno deciso di combattere contro altri uomini. Combatte quindi contro un evento naturale che risulta privo implicitamente di una volontà distruttiva nei confronti dell’uomo.
Un virus non ha una ragione, è spinto da meccanismi di necessità a compiere azioni che determinino la sua immediata sussistenza.
Un terremoto non ha finalità alcuna e per una catena di eventi concomitanti si manifesta, potendo generare enormi quantità di decessi in un certo territorio.

Se l’uomo è in guerra contro gli eventi naturali che possono generare la sua dipartita allora l’uomo è in guerra sin dalla nascita contro un evento naturale certo: la sua morte biologica.
Eppure, se così fosse, dovremmo intendere delle leggi di guerra a cui sottostare sin dalla nascita per ognuno?
Nella realtà non è così, la morte biologica è un fatto certo interpretato in molteplici modi a seconda delle culture e tradizioni dei popoli, nonché nella soggettività di ogni individuo.
Con l’ausilio del progresso tecnologico e con la speranza riposta nel metodo scientifico, l’uomo occidentale punta all’eternità, cioè a sconfiggere la morte, vincendo la guerra con essa.
Se la vita è una guerra contro la morte allora è giusto ammetterlo: siamo in guerra sempre. E fino ad ora siamo sempre stati sconfitti.
Mediamente l’esistenza si è allungata,almeno guardando al passato in occidente, ma in confronto al traguardo dell’eterno qualsiasi risultato che non sia l’eterno è sempre una sconfitta. Non ci sono gradazioni intermedie in questo campo. Se invece si intende l’allungamento medio della vita in termini naturali, cioè finiti, allora i successi sono evidenti.
Ci si può chiedere: questi successi sono stati raggiunti imponendo all’uomo occidentale delle leggi di guerra contro la morte biologica? Si nasce dovendo rispettare un qualche decalogo ferreo sulla salute, sgarrando il quale le sanzioni sono severe e puntualmente applicate senza incertezza?
Siamo veramente in un regime di guerra costante contro la morte?

Certo che no.

Sin dalla nascita del proprio figlio una famiglia, portando l’esperienza in Italia, può gestirne la salute sulla base di raccomandazioni e non di imposizioni.
La guida del Ministero della salute al riguardo (Quando nasce un bambino) è un elenco di buone pratiche consigliate ai genitori per fornire un ambiente ottimale di sviluppo al proprio figlio. Gli obblighi sono pochi e uno di questi, evidente, specificato a pag. 41:

I centri vaccinali, al momento, propongono ancora vaccinazioni
di due tipi: obbligatorie e facoltative. Le vaccinazioni
obbligatorie sono quelle per Difterite, Tetano, Epatite B,
Poliomielite;

Quando nasce un bambino – vaccinazioni

Non ci sono però imposizioni sul tipo di cibo con cui deve essere nutrito, ad esempio, pur riconoscendo universalmente al cibo un valore capitale nella salute presente e futura di un bambino. Addirittura è soltanto sconsigliato fumare in presenza di un neonato e non espressamente vietato a livello giuridico:

È molto importante ricordare che il fumo è altamente dannoso
per il bambino, non solo in gravidanza e durante l’allattamento.
Alcune delle conseguenze legate all’esposizione del bambino
al fumo passivo possono essere delle infezioni delle vie respiratorie come riniti, otiti, bronchiti, bronco-polmoniti e attacchi d’asma. In casa, quindi, è assolutamente sconsigliato fumare in particolare nei locali dove si trova il bambino, così pure in automobile e all’aperto vicino al bambino.

Quando nasce un bambino – Particolari raccomandazioni – pag. 12

Eppure l’essere in guerra contro la morte dovrebbe spingere ad obbligare a non fumare i genitori in presenza del neonato, visto che la scienza medica ha ormai appurato con certezza le controindicazioni alla salute e quindi alla vita, del fumo di sigaretta attivo e passivo.

Perché dunque si consiglia e non si impone?

Perché il principio che vige in Italia è quello di affidare la salute individuale, e quella di un nucleo familiare, alla responsabilità del singolo.
Chiunque è libero di operare le proprie scelte riguardo la propria salute e la salute di un proprio figlio, quindi è libero di fumare, di mangiare in un determinato modo, di fare o non fare attività fisica sportiva, di dormire un tot di ore, di compiere attività più o meno pericolose all’aria aperta, e così via. A volte delle norme di legge imporranno delle limitazioni ad un comportamento, ad esempio il non fumare in un locale pubblico, ma non lo bandiranno completamente, lasciando degli spazi dove poter liberamente fumare.
Responsabilità.
Il cui significato implicito si può tradurre con l’essere liberi di attuare comportamenti favorevoli al prolungamento della propria vita, o favorevoli all’accorciamento della stessa e, attraverso le leggi di uno stato, tentando di interferire il meno possibile con le vite degli altri nel caso le scelte siano auto-distruttive.
Ma sempre liberamente, per fortuna.

La quarantena italiana, imposta a termini di legge a tutti i suoi cittadini per contrastare il diffondersi del virus covid-19 ha scavalcato il senso di responsabilità individuale.
Non si è data scelta di poter attuare, ad esempio, una buona pratica presunta di auto-confinarsi nella propria abitazione ed evitare il più possibile le occasioni per uscirne.
Si è stati obbligati a sottostare ad una mitragliata di decreti stabilendo severe sanzioni per chi li trasgredisca.
Si può continuare a fumare, per chi lo desidera, quindi si possono portare avanti privatamente alcuni comportamenti oggettivamente non salutari ma non si può uscire liberamente, né incontrare persone se non in rarissime eccezioni.
Il motivo è semplice e risiede nella parola emergenza.
Questa è il vero significato in fondo al pozzo.

Un’emergenza pubblica indica un imprevisto di proporzioni più o meno gravi che va affrontato nell’immediato con interventi straordinari.
L’emergenza potrebbe essere circostanziata ad un territorio di modeste dimensioni colpito da qualche calamità, oppure estendersi ad un’intera nazione se non al mondo intero.
C’è però una discriminante tra lo stato di emergenza e la sua non attuazione durante una medesima situazione avversa da gestire: la capacità di contenerla.
Valutando che si hanno i mezzi e le risorse per concluderla in tempi brevi e con danni modesti l’emergenza non sussiste davvero e passa relativamente in sordina, almeno riguardo la limitazione delle proprie libertà costituzionali.
Al contrario, se si valuta che i mezzi e le risorse a disposizione siano insufficienti a contenerla allora possono scattare misure restrittive alle libertà personali tanto estese quanto è tale mancanza.
Nel caso dell’emergenza coronavirus l’insufficienza risiede nell’incapacità del sistema sanitario di assorbire il numero di contagiati prestando loro le cure necessarie.

Detto questo si possono unire ora i due elementi principali presi in esame: terminologia di guerra ed emergenza. Uniti insieme in una somma che genera come risultato: emergenza di guerra.
Lo scenario cambia, il problema non è più esattamente il virus in sé. Il problema è l’incapacità temporanea dell’uomo di far fronte adeguatamente ad un evento naturale avverso. Questo porta ad una successiva considerazione.

La libertà di condurre la propria vita attraverso comportamenti scientificamente riconosciuti come insalubri ma concessi in termini di legge, è permessa fintanto che tali comportamenti non portino ad un’emergenza.
Se regolarmente ci si nutre di cibo spazzatura, si è sedentari, si fuma, si beve alcolici in modo sregolato e si hanno in genere abitudini rischiose, questo non costituisce emergenza sanitaria in quanto i problemi derivanti possono essere assorbiti dal sistema sanitario. I danni di tali pratiche infatti hanno un decorso molto soggettivo e diluito nel tempo e difficilmente possono confluire in un picco.
Difficilmente. Ma in situazioni di forte stress probabile che la frequenza dei vizi aumenti, aumentando i rischi alla salute annessi.
A quanto pare però, anche in presenza di una vera emergenza come quella da coronavirus i comportamenti insalubri, non direttamente collegati alla diffusione del virus, sono permessi. Eppure, come detto, il problema della guerra al virus non è il virus in sé ma l’incapacità di un sistema di assorbire i danni da esso provocati.
Stranamente si è lasciata libertà personale nel poter soddisfare i propri comportamenti viziosi al chiuso mentre si è tolta del tutto la possibilità di compiere attività virtuose all’aperto. L’irresponsabilità di un comportamento vizioso, pur permesso nell’emergenza, va certamente ad aggravare il sistema sanitario; un comportamento virtuoso e responsabile lo fa solo in via ipotetica, anche se compiuto nel territorio stesso del virus.
Non andrebbe incentivato quest’ultimo atteggiamento a scapito del primo?

Le emergenze possono oscillare, da una che si supera si potrebbe entrare in un’altra che è conseguenza della precedente, generata dall’aver spiegato male la prima e avendola gestita con una terminologia non adeguata, in contrasto dialettico con la realtà e in cui le contraddizioni diventino evidenti e insopportabili.
La conseguenza ovvia è una sensazione di sfiducia nelle istituzioni senza però il supporto di una base culturale sufficiente per assumere comportamenti individuali responsabili.

Se la discussione sulle limitazioni alle libertà personali in situazioni di emergenza non prenderà la direzione del concedere fiducia ai cittadini di uno stato, qualsiasi emergenza futura avrà un aggravio di sofferenza. Soprattutto in base a quanta poca fiducia sia stata concessa in Italia. E per ottenere fiducia gli abitanti di un territorio devono imparare come informarsi, escludendo che le verità caschino passivamente nelle loro orecchie da una qualsiasi fonte di informazione.
Informarsi correttamente deve essere fatto passare come un impegno necessario all’interno di una nazione ma senza imporre le fonti da cui farlo, sarebbe ridicolo e in contrasto con il concetto stesso di verità in senso lato, e scientifica nello specifico.
Per questi stessi motivi ridicolo è il patto trasversale per la scienza, diretta conseguenza nel tentare di portare l’irrimediabile realtà relativa allo stato metafisico di realtà assoluta. Il contrario in sostanza dello stesso metodo scientifico, che in questo modo si fa arruolare in una guerra più emotiva che reale, frutto di una distorsione nell’analizzare la realtà dei fatti.

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