Quando non si ascolta

articolo_su_razionalità_e_sentimento

Costringere in casa l’intera popolazione di uno stato non può essere una faccenda affidata ai soli numeri e alla sola ragione scientifica.
Ovvero quella stessa ragione che i numeri li elabora statisticamente, emette previsioni e consiglia ad un governo le misure da adottare per evitare che i numeri diano un risultato piuttosto che un altro.

Attualmente il governo lo dirigono virologi, infettivologi, Buriologi e basta. Persone che conoscono i meccanismi generali di una minaccia alla salute dell’uomo e indirizzano le scelte di chi emette decreti verso la difesa di quella salute.
Salute da mantenere per evitare il collasso del sistema sanitario nazionale.
Eppure loro da soli non bastano e non basteranno mai.

Per portare a cambiare repentinamente le abitudini dei singoli cittadini di una nazione, da persone libere di muoversi fuori e dentro le loro abitazioni, a reclusi completi, la gelida freddezza dei numeri non è minimamente sufficiente.
Dov’è l’influenza sulle azione di governo di psicologi? Sociologi? Filosofi? Esponenti religiosi? Letterati? Artisti?
Ad esempio.
In effetti la risposta è scontata: non ci sono e non ci saranno.
Del resto l’uomo moderno cos’è, se non un ammasso di parametri perfettamente intabellati e scientificamente spiegati?
Cos’è se non un organismo biologico che se viene stimolato in un certo modo restituisce taluni valori, totalmente prevedibili?
Cos’è se non una macchina di materiale organico, da trattare con gli stessi metodi di funzionamento di una macchina meccanica?
L’uomo moderno ha un comportamento già incapsulato in proiezioni dalle quali non può sfuggire. Lo dice la scienza.
Già.
Da questo punto di vista l’uomo moderno era già recluso da decenni, forse da secoli. Mancava solo la reclusione fisica e questa finalmente è avvenuta.

Affidarsi solo al metodo scientifico e ai numeri per capire se stessi è la più grande follia che mi possa venire in mente in questo pomeriggio di primavera da recluso.

Nell’essere umano di ogni ordine e grado c’è un funzionamento ulteriore, indefinibile a parole, se non con il verbo sentire. Declinabile anche in avvertire, percepire, intuire, pur se nulla di tutto questo arriva a cogliere ciò che a parole è inavvicinabile, proprio perché le parole sono il pensiero stesso.
Sentire definisce invece una sfera di significati che non sono pensiero.
Sentire è altro.
E’ passare dal territorio oggettivo alle terre sconfinate e immarcabili del soggettivo.

Vivere è un dolore e una gioia così violenti e totali che a volte fanno urlare di fermarsi. Fanno invocare la pietà. E proprio la gioia, quando erompe e sconfina dagli argini del comune, assume le fattezze della follia.
Di una felice follia.
A volte invece vivere è l’opposto insopportabile, da sembrare una morte pur respirando, una notte senza più speranza per il giorno.
Ci si passa, in questi territori.
In questi e dentro infiniti altri. Zone nelle quali i pensieri vengono fatti a pezzi, come elementi sfortunati sorpresi dal caos delle tempeste.
Ma le tempeste non sono sempre il male. Non distruggono soltanto, capita invece che innalzino. Portino oltre la superficie, se si intuisce come cavalcarle.
Quando avete provato l’attrazione più forte.
Quando la sofferenza vi ha tolto il respiro senza che il corpo avesse la benché minima ferita.
Quando una mancanza vi ha fatto sentire così vuoti da rendere inspiegabile il vostro stare ancora in piedi.
Quando avete trovato in ogni fibra del vostro essere una forza tale che vi siete spinti oltre, esplorando un territorio che non avreste mai osato varcare.
Quando.
E’ chiaro a chiunque credo. Chiunque sia nato e sia ancora su questa Terra e sotto questo cielo, ora.
Il pensiero può avvicinare l’uomo alla creazione di un Dio, le parole e la matematica l’hanno illuso di questo: di essere il creatore di Dio. Forse un giorno sarà anche così.
Ma l’essere umano non è solo questo.
L’essere umano può anche sentire Dio.
Può sentire il sacro, qualsiasi cosa sia per lui sacra, divina. Qualsiasi cosa sia per lui ierofania.
La soggettività intoccabile di ognuno.

Una frase che mi si è formata dentro, distorcendo il valore di una più famosa pronunciata da Cartesio e salendo alla coscienza in forma opposta, recita:
non penso eppure sono.
Nel vivere accade in continuazione ma non è detto che vi si presti la stessa attenzione di quando si è coscienti di pensare. Di quando si ricade nel più comune:
penso dunque sono.
Sono situazione vere entrambe perché siamo sia nel pensiero che nella sua mancanza, continuamente.
Se camminiamo in una via di paese, immersi dentro una splendida giornata di Sole, possiamo avvertire quello che ci circonda con ogni singolo senso, fino al gusto, strettamente legato con l’olfatto. Sentire il corpo, in tutte le sue forze e debolezze, sentire anche come tutto questo si tramuta in coscienza nella mente.
Avere appercezione.
Ed accorgersi poi, magari con un certo stupore, di non ricordare di aver pensato a nulla, per minuti, per decine di metri o per un intero percorso.
I pensieri c’erano, la mente li produce come il cuore pompa sangue nelle vene ma è stato come quando in una stanza due persone parlano e magari si è inizialmente distratti dal loro discorso per poi prendere coscienza in seguito che le loro parole avevano smesso di raggiungerci. Eppure continuavano, dovevano essere udibili, ma per qualche meccanismo dell’attenzione erano state escluse completamente da noi.
Dove siamo stati in questa sospensione?
Chi siamo stati?
Eppure siamo stati.
Eppure possiamo anche descrivere, dopo, quei momenti, seppur la descrizione che ne faremo sappiamo non essere quei momenti. Quei momenti appartengono soltanto alla soggettività completa, ciò che non è la razionalità del discorso logico ma altro.
La sensazione. L’inesprimibile. Quel che sembra sfiorabile dall’arte ma che rimane sempre, immancabilmente, altro. Il mistero di ognuno dentro se stessi.
Ed a volte la forza di quel sentire è così forte che non rimane altro che il sentire, tanto da dubitare i propri confini.
Siamo il vento o chi il vento lo riceve?
Siamo il mare o chi è dentro il mare?
Poi si ritorna. Si ritorna alle parole. Oppure ai numeri. Alla logica. E tra una parola ed un’altra, tra un numero ed un altro, forse insieme a quelle parole e quei numeri, sempre il sentire, l’inesprimibile esistenza, la più completa singolarità.

Allora accanto alla parte oggettiva dell’essere umano è necessario tener conto della sua zona soggettiva.
La ragione regna nel primo ente, la sensazione nel secondo e su entrambe l’entità baluginante dell’io. O forse l’io che da entrambe scaturisce.
Un governo non può imporre senza considerare la sensazione.
La sensazione è quella che può tramutare una reclusione in angoscia. Può generare rabbia da una banale incomprensione e furore da un’ampia somma di incomprensioni, o ingiustizie, o torti subiti.
La ragione è in grado di comprendere un comando ma la sensazione può continuare a ledere i confini di quella comprensione, assumendo il comando e dilagando nei territori della logica, del razionale, delle parole e dei numeri. Come soggettivamente è giusto che sia.
La malattia di un’intera cultura è aver dimenticato la magia, la fede, gli spiriti o la danza degli sciamani. E aver sostituito tutto questo con gli psicofarmaci e le sentenze degli psichiatri. Ma anche loro, a loro modo, applicano una specie di moderna magia. Forse magia nera, ma magia.
La reclusione di milioni e milioni di essere umani, così come di uno solo, all’improvviso e in assenza di colpa ha bisogno di magia bianca. Del consiglio di artisti, di mistici, di cariche religiose, di filosofi, psicologi, dei territori del soggetto. Del mondo degli spiriti.
Ma anche se tutto questo ha un senso, chi non è abituato ad ascoltare ne avrà soltanto terrore.

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