Progresso globale e mirtilli locali

Sono entrato in contatto con la globalizzazione e la localizzazione mentre camminavo per i pendii erbosi di una valle austriaca.
Ero salito su di un monte con una croce piantata nel fosco delle basse nubi, stabilito che a duemilasettecento metri di altezza le nubi siano basse.
Mentre scendevo, dopo essermi lasciato alle spalle la roccia delle zone sommitali mi imbatto in una distesa sterminata di piccole piantine di mirtillo. Quel fenomenale frutto nero dalle molteplici proprietà, principalmente antiossidanti, vasocostrittrici e prebiotiche.

Essendo mio malgrado un essere vivente da pianura e da acquisti al supermarket, mi fermo in quel rigoglioso frutteto selvatico e decido che è venuto il momento di abbandonare temporaneamente la tabella di marcia del trekking e di dedicarmi all’antica attività del raccoglitore.
Nel cielo le nubi vorticano come frullate da un mestolo invisibile, ha smesso di piovere e il Dio Sole sembra iniziare a farsi strada tra le ombre.

Allungo una mano e prendo un mirtillo nero piccolo e tondo, lo guardo e penso che non mi fido.
Non è che non mi fidi dei mirtilli, ogni tanto mi concedo il lusso di comprarli, non mi fido proprio di quel mirtillo tra le dita.
Qualcosa nella parte prudente del cervello mi spinge a controllare sul web se i mirtilli si differenziano in qualche specie particolare poco commestibile.
Sono in montagna, in una zona bella ampia e ariosa, magari la connessione prende e infatti prende.
Digito “mirtillo” e parto con il campo di informazioni più generico. Come mi aspetto, essendo nella civiltà del guadagno, della perdita e della scienza, le prime pagine sono tutte su proprietà, benefici e uso oppure controindicazioni ed effetti collaterali.
Ne leggo una da un sito che frequento spesso, vado veloce alla ricerca di un sottotitolo che mi paia adeguato all’argomento, tipo: “mirtillo commestibile, come riconoscerlo” ma non trovo nulla. Pertanto digito: “mirtillo selvatico”, pensando che la parola selvatico sia contrapposta idealmente ad una specie domestica, quest’ultima amica dell’uomo e della sua pancia. In realtà, quelli che ho sotto di me sono solo mirtilli selvatici ma come detto, mio malgrado, abito a quota duecentocinquanta metri sul livello del mare e saranno stati vent’anni che non vedevo più un mirtilleto immenso fuori da un negozio.
Per me domestico ha significato di addomesticato, amico e acquistabile, contrapposto a selvatico, selvaggio e ingannevole.
Non sono significati che sento propriamente miei, sono piuttosto degli archetipi, materiale intagliato nella mia mente dalla storia umana.
Forse per caso, forse per lo stesso materiale presente nel cervello di chiunque, mi imbatto nel primo link dell’elenco proposto da Google: “come riconoscere i mirtilli selvatici” sul sito di Cristina Argirò.
La parola riconoscerli cattura il mio click e inizio a leggere.
Un post veloce, pronto all’uso, in cui si specifica come individuare il mirtillo giusto da quello falso. Nel suo linguaggio divisi in mirtillo selvatico, il primo, e falso mirtillo il secondo.
Perfetto.
Il test da fare è di prendere il mirtillo, schiacciarlo e guardare il colore della polpa: se bianco è falso, se rosso si mangia.
Perfetto.
Schiaccio il mio mirtillo rotondo tra le dita e il responso è bianco.
Di lì a poco trovo quelli dall’interno rosso e dopo un altro pò di tempo ho il palmo di una mano pieno di una montagnetta di mirtilli giusti. Che faccio fuori in un singolo, letale, boccone. Poi ricomincio.
Ormai riesco a distinguere clinicamente le piante con appesi i mirtilli fake da quelle ok e vado più spedito, con le dita sempre più rosse e una soddisfazione sempre maggiore.
Mentre mangio e sono contento penso ad una cosa.
Questo è il mio mondo ideale: progresso globale e mirtilli locali.

mirtilli_selvatici_austria

Internet è un progresso globale. Non arriva ancora ad insinuarsi ovunque ma abbastanza per poter essere utilizzato su di una montagna, in un continente separato da un immenso oceano rispetto a dove è stato inventato.
Internet è un progresso almeno quanto lo è il controllo dell’uomo sull’energia nucleare. Entrambi sono strumenti che possono provocare danni immensi e duraturi ma, del resto, anche una mano può essere un pugno o una carezza.
Aver la possibilità, attraverso una serie di strumenti tecnologici cooperanti, cioè uno smartphone e una connessione internet wi-fi, di capire quale scelta operare per non mangiare un cibo sbagliato rispetto a quello giusto è un progresso. Soprattutto per il mio apparato digerente.

I mirtilli selvatici austriaci invece non sono globali.
Quei mirtilli sono locali. E per quanto mi riguarda tali devono rimanere. Pertanto se una persona negli Stati Uniti vuole mangiare gli squisiti, liberi mirtilli selvatici austriaci è bene che si prenoti per tempo un viaggio per l’Austria e se li cerchi tra i monti o in qualche negozio di alimentari locale.
Usando magari internet per capire quali mettersi in bocca e quali lasciare a terra.
L’alternativa sarebbe che i mirtilli selvatici austriaci sbarchino negli Stati Uniti, e ovunque ve ne sia richiesta al mondo.
Quindi, per soddisfare una domanda che ipotizzo elevata, le Alpi Austriache verrebbero razziate di mirtilli selvatici, esaurendoli nel giro di un mese e innescando la nascita di un mercato nero per venderli a peso d’oro, spacciandoli per autenticamente selvatici.

Non tutto ciò che è locale può diventare globale ma se una scoperta, in qualsiasi ambito, viene divulgata e resa accessibile ovunque, a chiunque, in termini di informazione, ogni cultura locale sceglierà se accettarla e farla sua rispetto ai propri modi e tempi.
Penso ad esempio ad una scoperta in ambito medico, come è successo di recente per la cura contro l’epatite C. In realtà tale scoperta è legata ad una casa farmaceutica (Gilead), la quale ovviamente non ha reso disponibile il farmaco (Sovaldi®) a prezzi accessibili per qualunque sistema sanitario nazionale ma l’ha venduto a peso d’oro, speculando sulla vita di milioni di malati.
Immagino se la stessa cosa fosse avvenuta per la penicillina…
Ciò che dovrebbe essere mondiale quindi è proprio l’informazione.
Libera e slegata dal vizio dell’avidità.

Il globo terrestre, meglio: lo sferoide oblato terrestre, è composto da moltitudini di località.
Località umane, ambientali, alimentari, ad esempio, che traggono forza e significato solo nel territorio dove sono sorte e dove continuano a vivere.
Altrove sono altro, o non sono niente.
La località va scoperta dove esiste. Espropriarla o renderla accessibile ovunque, a chiunque, non funziona. Semplicemente muore.
Da viaggiatori è quella che si va cercando spostandosi e dove tutto sembra uguale, o turisticamente commercializzato come tipico, nel migliore dei casi annoia, male che vada angoscia.

Quando sono rientrato in albergo quel giorno, guardandomi allo specchio avevo ancora le labbra nere di mirtillo. Ho pensato che la cosa mi donasse e che, per almeno un altro anno dopo quella vacanza, non avrei più avuto un aspetto da metallaro-bio: non ci tengo affatto a mangiarmi i mirtilli dell’Esselunga provenienti da Sud Africa, Argentina o Perù [vaschetta da 160g]. So che non valgono un accidente a livello nutritivo, quantomeno rispetto ai loro parenti selvaggi, e soprattutto non dopo aver sorvolato l’oceano per arrivare in Italia.
Da me i mirtilli selvatici più vicini, in linea d’aria, crescono in Valtellina e laggiù avrebbe senso andare a stanarli. Sulle Orobie, nei monti lecchesi o comaschi non ne ho mai trovati e me ne farò una ragione.
Magari l’hanno prossimo esisteranno delle app utilissime per distinguere, inquadrandoli, i mirtilli amici dell’uomo da quelli no. Magari già esistono. Oppure visori che daranno informazioni al riguardo direttamente davanti agli occhi. Non so e chissenefrega, l’importante, per il mio mondo, è che i mirtilli selvatici austriaci continuino a vivere e morire là dove sono nati, nelle valli austriache. Sarà una tra le mille scuse per tornare a incontrarci.

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