Necessità e abbondanza

L’essere umano è un soggetto particolare. Così particolare da concentrare in sé due situazioni diametralmente opposte ed assolute: la finitezza e l’infinito.
E’ difficile pensare che un essere simile possa condurre un’esistenza serena. Equilibrata. La sua esistenza sarà molto più realisticamente lacerata, dolorosa ed in bilico costante sui baratri profondi della follia.

La Natura è un ente astratto, identificabile in questa trattazione come un ordine. Ha avuto origine con l’origine dell’universo che la Scienza moderna indica nell’evento del Big Bang.
Qualsiasi cosa sia stato il Big Bang, da esso si è generata la materia di cui la Natura qui intesa è composta.
Una Natura di continui scambi e relazioni basati su leggi che l’uomo ha iniziato a misurare e catalogare con metodo scientifico in epoca moderna. E che aveva intuito in epoche pre-moderne, come nell’antico Egitto, nella Grecia classica, nella cultura e nelle tradizioni Indiane, nei territori musulmani e bizantini. Solo per nominare alcuni contesti.
Da questa iniziale Natura hanno preso a diversificarsi aggregati di materia diversissimi tra loro: si sono generate stelle, riunite in galassie e intorno agli astri pianeti e nei pianeti superfici concrete di rocce e terra. Acqua. Batteri, organismi microscopici ed organizzazioni cellulari più complesse, e quindi piante, animali, a loro volta diversificati in migliaia e migliaia di forme e specie.
Poi, l’uomo.
Se intendiamo come uomo quell’essere indicato dalla moderna scienza come Sapiens Sapiens, dotato di stazione eretta e di una coscienza.
Materia. Di cui è composta la Natura, di cui è composto l’uomo, che della Natura fa parte.
L’uomo discende dal Big Bang.
E in quella materia caotica, organizzatasi dopo miliardi di anni anche nelle sembianze di un essere dotato di mani, di braccia, gambe, orecchie e quant’altro indichiamo come uomo, in quella materia si è organizzata o è sorta la coscienza e l’identità individuale.

Capirsi a livello ampio su cosa si intenda per coscienza, mente, identità, io, ego, anima, spirito, non è un lavoro semplice.
Sono termini usati comunemente nel dialogo a qualsiasi livello sociale e di appartenenza, oltreché in culture di provenienza parecchio diverse. Questo magma di significati, in cui ci si può muovere con la consapevolezza di uno psicologo, o di un filosofo, di un medico ma anche con la cognizione personale che ne può avere un individuo qualunque, non avvezzo al rigore lessicale, determina nel dettaglio svariate incomprensioni.
Risulta pertanto che nell’accezione comune, tutti questi termini vengano sovente sovrapposti come equivalenti, come sinonimi o almeno facenti parte di una stessa sfera di significato, con sfumature che difficilmente riuscirebbero ad essere spiegate.
Del resto è sufficiente vivere per imbattersi prima o poi in domande che evochino la mente, il pensiero, la coscienza, l’io, senza che necessariamente si vada ad approfondire il loro reale valore.
Così come è sufficiente leggere o ascoltare, nella declinazione più ampia che queste attività implicano, andando dai romanzi alle frasi scritte su di un social network, dalle informazioni lette su di un quotidiano a quelle stesse informazioni raccontate su di una rivista, oppure ascoltate da un telegiornale invece che urlate da una pubblicità, e ci si accorgerà che l’uso dei termini in esame continua a mutare forma e confini. Restringendosi ed allargandosi cosicché pensiero viene usato per intendere anche la mente e la propria identità. Coscienza è reso al pari di io. Io diviene equiparato ad ego. E così via.
Tutti questi vocaboli però sono accomunati da una fonte di appartenenza comune: sono entità tipicamente umane. La loro esistenza, aldilà del significato preciso, identifica la vera differenza che separa l’uomo da qualsiasi altro vivente.
Rappresentano l’esclusività.
Ed anche se come è ovvio, entrando in territori così vaghi per le ragioni appena descritte, la discussione su ciò che vada a costituire esclusività umana è stata e sarà continua, non vi è dubbio che il pensiero razionale, logico e pertanto cosciente risulta ampiamente accettato come tratto distintivo dell’uomo rispetto al resto del mondo animale.
Al resto della Natura e quindi, per quanto detto, al resto della materia.

Natura e uomo.
Nel termine uomo, in questa trattazione, faccio convergere tutti quei tratti distintivi di cui si è appena accennato. E pur rimanendo l’indeterminatezza essa viene costretta negli ampi confini di una nuvola di significati, tali per cui l’attività mentale umana, che raggiunge i suoi misteriosi apici nel linguaggio, è la linea di separazione tra la sua propria materia e la materia del resto dell’universo.
La materia Natura e la materia Uomo.

Qui fisso un punto cardine, logicamente deducibile se si accettano le premesse fatte: l’uomo ha in se anche la materia Natura.
L’uomo è quindi formato sia da una sua propria materia e poi da quella stessa materia che è stata prima di lui: la Natura.
Questo passaggio potrebbe intendersi come un’evoluzione: dalla materia Natura (d’ora in poi solo Natura) alla materia Uomo (d’ora in poi solo Uomo). Eppure per me non si tratta propriamente di evoluzione ma molto più probabilmente di scissione.

L’uomo costituisce una rottura nell’ordine naturale.
La Natura vive per necessità mentre l’Uomo per abbondanza.
Ho usato il termine ordine naturale e quindi per ordine intendo una direzione. Non è interessante ora entrare nel merito dell’origine di questa direzione eppure, osservando la Natura analiticamente si possono notare molteplici direzioni riunite infine in un equilibrio.
Un equilibrio proprio della Natura.
Ad esempio un certo ambiente può temporaneamente risultare favorevole per la vita di una certa specie animale, poniamo dei pesci A che si nutrono di pesci B.
I pesci A sono grandi e di numero enormemente inferiore rispetto ai pesci B, più piccoli. Trovando abbondanza di B, A riesce a rafforzare la sua posizione nell’ambiente in cui vive, prospera ed è nel pieno delle energie. Sul lungo periodo però B inizia a scarseggiare per la moltiplicazione di A. Scomparendo quasi completamente B anche A ne soffre, si indebolisce e non trovando valide alternative a B inizia a sua volta ad estinguersi. Nel frattempo, quel che resta della popolazione B, venendo meno predata, può tornare a moltiplicarsi. Quel che resta di A potrà nutrirsi secondo le disponibilità di B e si raggiunge un nuovo equilibrio in cui non ci sarà né troppo B né troppo A, ma un fluttuare medio nella presenza, in quel comune ambiente, sia dell’uno che dell’altro.
Accettando tutte le semplificazioni descritte, oltre che l’ingresso improvviso nell’ambiente di B di una popolazione A (assolutamente giustificabile però con i tempi della teoria evoluzionistica), questo può essere un caso elementare di ordine in seno alla natura.
Nessun singolo individuo di A può pensare. Almeno secondo ciò che lo studio e l’osservazione del mondo animale per ora suggeriscono (anche se taluni comportamenti di animali quali orche e delfini fanno pensare a capacità organizzative superiori). Pertanto A si comporta per necessità: si nutre in base alla disponibilità di B e in base a quanta energia è possibile spendere per predare B. Non potendo prevedere, preoccuparsi e sviluppare strategie sul lungo periodo, A preda B in base alla disponibilità di B nell’ambiente. Quando A spopola e B scarseggia, A sperimenta l’insufficienza di cibo e la sua popolazione si dirada nuovamente. A ricade quindi negli equilibri del mondo naturale, dove la mancanza di lungimiranza dei suoi attori permette il loro controllo, quantomeno agli occhi di un osservatore esterno che applichi le categorie umane del pensiero razionale e della logica.
A riesce a moltiplicarsi in un’abbondanza che non genera autonomamente, ma sfruttandone una già disponibile. Per necessità della specie di appartenenza sfrutta quel che Natura offre: la specie prolifica ma andando oltre le possibilità di soddisfacimento dei propri bisogni inizia anche la fase discendente. La specie A entra in conflitto con una necessità più grande, quella di conservazione della Natura, basata su di una relazione inscindibile di tutti gli elementi che la compongono.
Riassumendo affermo che ci sono le necessità di una singola specie all’interno della Natura. Necessità di sopravvivenza, ma tali necessità saranno automaticamente regolate da una necessità maggiore, quella imposta dalla Natura che per sopravvivere livella gli eccessi e le abbondanze (prima di B e poi di A), ristabilendo un equilibrio.

Con l’ingresso dell’Uomo nella Natura l’equilibrio si spezza, perché l’uomo si preoccupa e nella preoccupazione della propria sopravvivenza genera autonomamente abbondanza.
La storia umana è il processo di affrancamento di una specie dalla Natura e lo sviluppo di continue strategie per generare più disponibilità di risorse di quelle che lo stato di necessità imporrebbe.
Più cibo rispetto a quello che le contingenze giornaliere mettono a disposizione. Più materiale, di quello reperibile da un singolo uomo, per generare protezione contro l’aggressività della Natura nei suoi confronti.
Il pensiero logico, astratto, valutativo, la mente intesa nelle sue stupefacenti risorse organizzative, sembra quasi un errore interno alla Natura. Intendendo sempre materia Natura e materia Pensante.
Un errore che mina la sua stabilità introducendo l’abbondanza assoluta per una specie, l’uomo, che sottrae risorse alle altre specie, senza apparentemente pagare un conto a breve termine.
I problemi ambientali attuali sembrano quel conto da pagare e una vista che possa spaziare su centinaia di anni in avanti rispetto all’attuale epoca, se non millenni, potrebbe in realtà rivelare come l’estinzione umana sia un processo che rientra ancora una volta nell’ordine Naturale ma con un arco temporale ben più lungo.
E’ indubbio però che l’Uomo può prevedere probabilisticamente il proprio futuro. Abbia quindi delle facoltà preveggenti, seppur molto annebbiate. Con esse, alla fine, può puntare verso ciò che non è stato ancora dichiarato esplicitamente ma è intrinseco al suo processo di evoluzione e agli intenti ultimi dello sviluppo scientifico: l’abbondanza infinita, ovvero, la propria eternità.

Cosa sono eternità e infinito se non abbondanza illimitata di tempo e di spazio?
La materia Uomo cerca la sua non-fine e la possibilità di esprimersi nell’intero universo, che per ora si accontenta di attraversare con mezzi artificiali e con la poetica della vista. La direzione è però quella di affrancarsi dai limiti della sua materia primaria, la materia Natura.
Il fatto concreto di riassumere in sé due situazioni diametralmente opposte, ovvero la finitezza imposta dalla Natura e la capacità mentale di superare questa finitezza, immaginando la non-fine con le facoltà della materia Uomo, sono fonte di un conflitto, e pertanto di un dolore, alla base di qualsiasi cultura.
Se l’uomo accettasse in toto lo stato di necessità rinuncerebbe alla sua preveggenza, si libererebbe dalla preoccupazione ma abdicherebbe alla possibilità di un’eternità certa, accettando quindi un’eternità incerta, insita nell’insondabile passaggio dalla vita alla morte.
La religione si occupa di gestire questo stato di necessità accettato, parlando di fede e di sentimento. La fede in un’entità superiore, che ha stabilito l’ordine in natura, e di sentimento per avvertire questa entità attraverso la Natura.
La scienza tecnica invece si occupa della gestione dell’abbondanza. Di come, perfezionando il progresso tecnologico, si possa invece puntare ad un’eternità certa, garantita da un meccanismo controllato.
Sono due eternità esclusive. Se si accetta la prima si rinuncia invariabilmente alla seconda e se si punta alla seconda si abbandona definitivamente la prima, affrettandosi, nel tempo che rimane da vivere, per trovare una soluzione definitiva al problema della morte.
Se persistesse un solo dubbio riguardo al dopo-morte, la corsa della scienza tecnica perderebbe parte del significato. Il suo incedere, a mio avviso frenetico, verrebbe almeno rallentato. Per questo è necessario interpretare la morte come la fine di tutto, in un mondo scientifico, altrimenti mancherebbe il supporto a questa corsa forsennata.

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