Meglio il coronavirus?

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Se la persona che dovrà gestire il dopo-crisi in Italia, cioè essere a capo di un gruppo di esperti in grado di indirizzare le future scelte economiche (quindi anche politiche) per ricostruire il sistema produttivo italiano è Vittorio Colao, allora non so cosa sia peggio: se una calamità naturale o una calamità finanziaria.

Il covid-19 appartiene ai processi propri dell’ecosistema di cui anche l’uomo fa parte.
Considerare con il termine guerra quella contro un virus è il solito modo con cui certa cultura si pone nei confronti della vita e della morte umana.
Guerra è uno scenario in cui una fazione si oppone ad un altra ed entrambe tentano di sopravvivere, ma direi che dal punto di vista del virus non ci sia alcuna guerra all’uomo. Il virus si comporta da virus e il suo modo di esistere può non essere tollerato dall’organismo che lo ospita.
L’uomo vede allora minacciata la sua esistenza, intesa sia come fine personale che più catastroficamente come fine dell’intero genere di appartenenza. Quindi attua delle strategie difensive per preservare la sua salute: segregazione, abbigliamento adeguato, distanza minima di sicurezza, procedure mediche, ma nel frattempo ne sviluppa altre, offensive, per annullare definitivamente la minaccia: un antidoto, l’antivirus.
Tutto questo per far si che un evento naturale non ne anticipi un altro, immancabile per ognuno: la propria morte.

Siamo in guerra sin dalla nascita?
Siamo sempre in guerra per protrarre la nostra esistenza il più avanti possibile nel tempo?
Da questo punto di vista l’uomo è in guerra da sempre e lo sarà sin quando non avrà raggiunto in qualche modo l’obbiettivo ultimo della ragione: l’eternità.
E l’appropriazione conseguente dell’infinito.
Ma è davvero una guerra? Perché in tal caso si afferma che vivere è una guerra mossa contro la Natura stessa che ha generato l’uomo.
C’è la guerra contro il virus, la guerra contro il cancro, la guerra contro i terremoti, contro le eruzioni vulcaniche, contro le cavallette. Via via fino all’ultima e più letale, quella contro il tempo.

Eppure, parlando in termini molto generici, mentre una guerra contro un virus su scala mondiale può avvicinare empaticamente gli uomini, la guerra contro il virus-del-tempo lo fa molto meno.
Si riconosce dignità alle vittime di quest’ultima, a volte, solo quando vi si assiste direttamente.
Il tempo di vita di ognuno dipende da infinite variabili ma si può andare certi di un fatto: alcune variabili sono generate volontariamente da altri uomini, con azioni più o meno dirette, più o meno letali, ma certamente avverse all’esistenza umana. Il fine di queste azioni, pertanto, non tiene conto della vita biologica del singolo uomo ma vuole tenere in vita un’ideologia che possa sopravvivere ai caduti. La dignità e la tanto decantata sacralità dell’esistenza vengono subordinate al raggiungimento di un fine.
Un fine nobile probabilmente. Come i profitti di un investitore.
Come accettare che un intero popolo cada in miseria per ripagare un debito nel minor tempo possibile.
Come in Grecia.

Ricchezza nelle casse di pochi e povertà nelle case di molti.

Il principio primo che muove l’economia nell’epoca in cui vivo.
Nel territorio in cui vivo.
Uno dei più ricchi sulla Terra: l’Europa.

La povertà è una di quelle variabili che può influenzare enormemente la durata media di una vita umana, accorciandone il tempo. E probabilmente in modo molto più letale e penoso di quanto possa fare un coronavirus.
La povertà è quindi paragonabile ad un virus ma in epoca moderna ha una causa ben precisa: l’uomo stesso.
Alcuni uomini sono virus per altri uomini.
Alcuni uomini causano le condizioni per cui altri uomini sono destinati a morire, in un arco di tempo più breve di quanto avrebbero potuto aspirare, in mancanza di tali condizioni.
Condizioni basilari: mancanza di cibo, mancanza di strutture sanitarie adeguate, mancanza di istruzione, mancanza di lavoro.
Mancanza.
Alcuni uomini sono virus.

Ora, sentire che la persona che dovrà gestire il dopo-crisi in Italia, cioè essere a capo di un gruppo di esperti in grado di indirizzare le future scelte economiche (quindi anche politiche) per ricostruire il sistema produttivo italiano è Vittorio Colao mi fa interessare su chi sia.
Mi è bastato poco per capirlo. Può essere sufficiente anche una singola dichiarazione, rivelatrice:

Io credo che l’Europa, checché se ne dica si è comportata molto bene, perché io mi ricordo appunto ho iniziato a fare l’amministratore delegato nei giorni della crisi nel 2008 e Leman Brothers, io non sapevo neanche quasi cos’era e mi son trovato nel caos.
Devo dire mi ricordo quelli che dicevano l’Europa scompare, l’euro collassa, i paesi vanno tutti per la loro. Invece abbiamo dimostrato ancora che con questo meccanismo di decisione tutti assieme, poco a poco si è gestita la Grecia, si è gestita l’Italia nel 2011, si sono gestiti le ristrutturazioni, si sono fatte le azioni di mercato per sostenere gli stati, quindi dobbiamo essere contenti di come strutturalmente questo meccanismo europeo e quindi dalla parte macroeconomica gestisce queste crisi.

Antonio Colao – intervista di Sergio Noto, dipartimento di Scienze Economiche Università di Verona – 29 Marzo 2019 [intervista integrale: http://www.dse.univr.it/?ent=iniziativa&id=8474 min. 9e22]

L’intera intervista citata è anche molto più rivelatrice della singola dichiarazione, in quanto chiarisce il contesto in cui certe idee possono germogliare.
In cui certi virus possono essere prodotti.

Personalmente, la frase che continuo a girare nel calice come un liquido di cui voglio capirne l’aroma è “poco a poco si è gestita la Grecia”.
E più scuoto quella frase e più l’aroma che ne scaturisce è un miasma.
La Grecia è stata gestita uccidendo la sua popolazione, sia fisicamente, per conseguenza degli stenti introdotti al posto della dignità della vita, sia psicologicamente, per aver sottratto speranza nella risoluzione di quegli stenti.
Il fatto che il pil greco sia tornato col segno positivo, e che quindi Colao-meravigliao si senta di dire che l’Europa si sia comportata molto bene in questa gestione, non incide minimamente sulla speranza di condizioni di vita migliori del popolo ellenico. Quelle condizioni di vita sono destinate a peggiorare.
Secondo i dati OCSE del 2019, sette greci su dieci sono a rischio povertà.
Una nazione in cui le pensioni sono siano state tagliate drasticamente, così come gli stipendi pubblici e privati (il 60,9% dei lavoratori percepisce meno di 1000 euro al mese), in cui la disoccupazione coinvolga il 16,6% della popolazione lavorativa e il 36,1% di quella giovanile, in cui il sistema sanitario abbia subito tagli agli investimenti colossali, come quelli a maternità e neonati (intorno al 73%), e investa pochissimo attualmente (il 5% del pil), in cui il tasso di suicidi sia aumentato del 40% tra 2010 e 2015, in cui le infrastrutture principali siano state svendute a proprietari esteri, in primis Germania, Francia e Cina, questa non è più la nazione dei greci.
E’ la nazione che le istituzione europee hanno voluto spartirsi, imponendo riforme che non saranno più assorbite.
I salari ad esempio rimarranno bassi, fanno parte del piano stesso di riforme strutturali e qualsiasi protesta verrà disinnescata con la solita ricetta: minaccia di delocalizzazione e caduta in uno stato di crisi precedente, se non peggiore.
E la delocalizzazione va tradotta sempre allo stesso modo: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri.

Questo maledetto schifo dovrà finire prima o poi.
Non è possibile continuare ad essere conniventi con istituzioni criminali.

Un virus come il covid-19 non ha una mente, agisce per necessità naturali.
Gli uomini-virus hanno una mente che agisce a danno di milioni di altri uomini per tornaconto personali.
So benissimo chi è peggio in questa guerra.

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