L’ignoto e la fiducia – Pizzo di Mezzodì e Monte Saetta

Vetta_Monte_Saetta-Val_Brembana-Cespedosio-Era

So benissimo qual’è stato l’insegnamento di quella giornata.
E so benissimo che quel giorno è successo ancora. E succederà ancora, e ancora, e ancora.
Non è obbligatorio crederci, soprattutto se almeno una volta nella vita non si prova, ma le montagne trasformano davvero chi le percorre. Vanno proprio giù nell’intimo, dove uno vorrebbe tenere dei segreti, in quel territorio di porte e chiavistelli che sembravano ben chiusi e assicurati, proprio lì.
E li aprono tutti. Spalancano le porte, perché le montagne mettono a nudo, senza chiedere “si può?” né “per favore”. Loro fanno. Loro disfano.
E’ un trattamento che si può evitare, ovviamente. Basta non uscire di casa per andargli incontro. A volte provo anche a dire no, a scansarle, ma può scegliere il fiume di non finire in mare?
Potrebbe rimanere la nuvola immobile nel vento?
O resistere a grattarsi quando prude?
Dai.
E così, anche se i lavoratori erano in festa, quel primo maggio, contravvenendo a tutte le logiche di non accendere la macchina quando tre-quarti di mondo ha avuto lo stesso pensiero, mi sono messo a guidare verso le montagne, verso la Val Brembana. Verso ciò che sapevo mi avrebbe cambiato.
Nel bene.

Cespedosio. Era. L’ultimo dei due non è un verbo.
Sono posti piccoli, poche case, sembra.
Sono anche andato dritto, ho sbagliato non sapendo bene dove fermarmi e sono finito in una zona piena di macchine parcheggiate. In realtà tutti puntavano da lì ad un’altra montagna, il Monte Cancervo, oppure il Venturosa e infatti non potevo credere che tutta quella gente volesse davvero mettersi in fila per quello che io volevo: la cresta di collegamento tra il Pizzo di Mezzodì e il Monte Saetta.
In verità sono due nomi che ho incontrato per caso, su di una cartina e ancora ad oggi di relazioni online ne ho beccate solo due.
Questa non è una vera relazione. Non lo sono mai.
Quindi non sarà ufficialmente la terza.
Voglio solo dire la mia su di loro, sulle loro rocce, o sulle facce scontrose che ho incrociato, facce di erba, strapiombi e terreno smosso.
Come continuerò a sostenere, davanti ad un ringhio il gesto più divino sarebbe riuscire lo stesso a divertirsi.
Un’altra prova,
un pezzo di ignoto in cui entrare di nuovo, male che vada sarà tutto finito prima del tempo.
Non è così grave, almeno a parole.
Ma è in questo modo che le montagne aprono le nostre porte chiuse, insegnando che il significato lo diamo noi, soltanto noi. Preoccupazione o divertimento, dipende da come si educa la mente.

Dunque la partenza è stata da Era, proprio dalle prime case.
Ci si può arrivare percorrendo la strada della cava, una deviazione dalla SS470 della Val Brembana, poco prima dell’agriturismo Ferdy.
Non c’è possibilità di imbroccare la deviazione se già non la si conosce o se il navigatore si addormenta. I cartelli che indicano Era e Cespedosio si trovano qualche metro dentro la deviazione. Celati a chiunque vada in giro con un mezzo a motore oltre i dieci chilometri di velocità.
Non per dire, ma già la strada della cava è una specie di filtro per chi è poco convinto: i sassi, o i massi , precipitati sul selciato dalle pareti circostanti, il catalogo completo di buche variegate e la carreggiata stretta arrotolata su svariati tornanti, incominciano a caricare l’animo di presagi.
Poi si arriva alla cava e ai suoi giganteschi macchinari arruginiti. Si passa quasi attraverso, sollevando polvere bianca e poco dopo c’è Era.
Splendido nome, oltretutto.
Per qualunque viandante che voglia un riferimento certo verso cui iniziare a guardare, la direzione da seguire, nella prima parte del percorso a piedi, è segnalata da una grande antenna posta sulla sommità di un pendio costellato di baite.
Se la si scorge in alto, proprio sopra la testa, è verso di lei che bisogna puntare.
Ed è a perpendicolo sopra Era.

Ho parcheggiato prima di un cane, in mezzo alla strada, che mi ha osservato da sotto la coda e se l’è data a gambe, usandole tutt’e quattro, quando sono sceso.
Il percorso di salita inizia da una strada asfaltata, che si dirama a destra di quella che attraversa il paese, protetta da una sbarra.
Oltre cӏ una prima abitazione e nel giardino abita un cane, diverso dal precedente, che sembra un peluche con le orecchie a punta e la voce squillante.
La strada asfaltata va seguita tornante per tornante, bevendo, fischiettando quando spiana e pensando a qualcosa di piacevole quando arrampica.
Si potrebbero anche fare un pò di tagli tra boschi e prati, se si è intuita la direzione, ma in ogni caso, alla fine, si deve giungere ad una spianata d’erba, con i ruderi di un’ennesima baita in pietra e l’antenna di cui si diceva, a ridosso del limitare del bosco, a destra.
Una grande, strafottente antenna che dice: “si, io esisto e tu che cosa diavolo hai da guardare?
Nano”

Infatti non c’è niente da guardare, in quella direzione. Le ho dato le spalle e proprio davanti mi sono accorto di qualcosa di più grande dell’antenna: la mole di roccia, pini ed erba del Pizzo di Mezzodì e del suo parente, il Saetta.
Seguendo la linea di cresta con gli occhi, verso nord, la cima del Mezzodì è già visibile dal basso, con un bastone piantato in vetta che non attira l’attenzione a meno di non cercarlo intensamente con la vista.

Le due mete della giornata sono disposte perpendicolarmente alla dorsale discendente del Monte Cancervo, quello che prosegue verso ovest, diventando il Venturosa, e proprio verso ovest bisogna decidersi a proseguire.
Qualche lettera scritta con vernice rossa da un pittore astratto, sulla lamiera di un capanno dirimpetto ai ruderi, sembra interpretabile come Saetta, poi c’è una freccia, sempre dipinta dalla stessa mano e le due E di Escursionisti Esperti.

La freccia punta nel bosco e già prima del bosco, un bollo rosso e una traccia calpestata a terra confermano che quella è la direzione per dare inizio al secondo tempo: la parte avventurosa.

Quel giorno non sono salito tanto allegro e spensierato come nei desideri più profondi.
Al contrario.
Mi sono proprio svegliato al contrario. La lucidità mentale era finita sotto ai piedi e la finezza di pensiero dei piedi mi era finita in testa. L’ombelico era al suo posto e comunque non mi ero fisicamente ritrovato coi talloni sul cuscino, semplicemente ero disordinato. Sottosopra. Una di quelle volte in cui il Sole ben assestato in cielo avrebbe dovuto trascinarmi fuori su di un sentiero conosciuto, in terre amichevoli, non certo verso la zona ignota, aggiungendo caos alla confusione.
Ma forse non tutti i buchi son destinati a rimanere senza ciambella e, sotto sotto, cercandomi una certa dose di tensione, magari avrei trovato la mia. Di ciambella.
In realtà la faccenda è sempre quella, ormai la conosco. Molta parte della mia vita mi costringe ad usare il pensiero attraverso strade che preferirei non percorrere. Così mi allontano da quelle che so, o intuisco, appartenermi e quando mi allontano troppo, esco troppo fuori dai miei mondi, tornare indietro ha bisogno di un atto materiale. È veramente necessario camminare, proprio con entrambe le gambe, lo zaino, la borraccia e una valle da attraversare fino ad una montagna.
Dalla base di una montagna fino alla sua punta finale c’è sempre un tragitto,
personale.
Devo trovarlo, se voglio ricongiungermi. Devo uscire dalla traccia ufficiale per ritrovare la mia.
Quando il disordine è dentro è solo cercandolo fuori, e attraversandolo, che riesco allora a domarlo ancora, senza disperdermi.
Credo sia una recita, a volte. E dev’essere stato così anche quel giorno, anche se poi lo so con certezza soltanto alla fine, quando il sipario si chiude.

Per quanto non si parli mai del Picco di Mezzodì, c’è ancora un percorso evidente impresso nella sua fiancata. Un sentiero che a volte evapora per brevi tratti ma che chiudendo gli occhi a fessura ed evocandolo ritorna visibile tra i piedi.
Penso di non aver mai seguito un sentiero così, pur non essendo molto diverso da decine di altri sentieri lievemente appoggiati sulla terra. Lo si percorre, non ci si fa troppe domande, sembra persino banale, o banane, nella sua ripidità. Ma quando l’occhio scappa ai lati della sua linea, guardando da basso, si capisce che per alcuni metri passa sul ciglio del vuoto.
La cosa non impressiona più di tanto, contando che arbusti e alberi rivestono fittamente le pareti a strapiombo, epperò uno ci sta attento, che a cadere non me l’hanno mai consigliato.
Qualsiasi traccia sia esistita prima, al cospetto di una roccia con una evidente pitturata blu in punta, finisce.
Free style.

Quasi quasi si è in cresta e la parte vegetale della montagna si riduce alla solita erba gialla da inverno appena trascorso. Scivolosa, tutta pettinata verso valle e appena reattiva alle folate di vento che indicano l’ingresso nella parte alta della montagna, quella a cui avevo dedicato la colazione di qualche ora addietro.
Dopo cento o duecento metri in diagonale verso nord il Pizzo si è materializzato nella visuale, con il Saetta poco oltre, e una linea serpeggiante a collegarli entrambe.
Ho parlato di porte chiuse, ho parlato di disordine e di pensieri fuori dalla traccia… qualsiasi cosa abbia detto, solo camminando su quella linea avrei capito.
E la linea mi si è avvolta intorno strattonandomi avanti.

Al bastone che si vedeva dal basso, piantato verticale nel vertice del Mezzodì, ci si arriva senza che la mente ed il corpo debbano litigare troppo sul da farsi.
Non è un tratto di montagna che invita a correre, non perché in alcuni punti non si possa fare, ma per chi giunge la prima volta, come me, invita a far altro. Tipo guardarsi intorno, assaporare il vuoto, le ondulate pareti che cadono ad est, verso Olmo e Piazza Brembana, o quelle ripide ma più regolari ad ovest, verso il niente. Alzare lo sguardo e vedere il corollario delle cime Brembane, ancora innevate, verso il Passo San Marco, il Pegherolo, il Secco, oppure il Baciamorti, altrove, il Tre Signori…
Non lo faccio per collezionare, gesto funebre, lo faccio per conoscere, soprattutto me e guardare tutte quelle magnifiche forme alte del mondo, identificarle e sapere che su molte di quelle c’ho messo piede, mi fa intendere che dovrei conoscermi più a fondo delle parole che scrivo. Male che vada, più a fondo di quel tempo prima di percorrerle.
E’ come se guardandole avessi una mappa trascritta nella roccia del meglio dei miei ultimi anni. Non so, non ricordo proprio come possa essere stato in ognuno di quei giorni, arrivando, sedendomi e contemplando dall’alto ma ognuna è stata necessaria, ancor prima che importante.
La necessità è la forma per esprimere tutto il cammino. Tutto il mio camminare.
L’importanza permette una scelta, la necessità no.
Come dicevo, può forse il fiume scegliere di non finire in mare?

A parte i ricordi e le vecchie storie, la cima del Mezzodì si riconosce oltre che per il bastone piantato in vetta anche perché c’è scritto, blu su bianco: Pizzo di Mezzodì, dalla stessa mano, dello stesso colore e pennello di chi ha colorato la roccia in precedenza, quella con la punta blu uscendo dalla boscaglia verso la cresta.

Ok, fin lì tutto bene, tempo perfetto, orario perfetto, il Sole che rincorreva le nubi o viceversa ma sentivo che il bello, il davvero necessario doveva ancora arrivare e sarebbe giunto ora.
Sarei giunto io da lui.
Perché il pezzo impegnativo l’avevo davanti.
La cresta continua e anche se non sapevo dove, anche se non avevo ancora capito quale delle punte che avevo di fronte al muso fosse il Saetta, sapevo che lì in mezzo avrei trovato.
Le mie porte erano ancora parecchio chiuse, la forza con cui voglio vivere, amare e disperarmi era ancora parecchio chiusa dietro quelle porte e dovevo aprirle, spalancarle, volevo che fosse ancora una mia montagna a farlo. Riesco anche a capire, ora, che solo varcando almeno una di quelle porte ritrovo la via di casa.
La mia strada.
E’ la dietro, da qualche parte.
Non possono resistere i chiavistelli.
Non devono resistere e per farli saltare l’unica è proseguire.
Lo dovevo fare. L’avrei fatto comunque.
In ogni caso, per fortuna, l’ho fatto sul serio. Sono andato.
E in breve il Mezzodì è rimasto alle spalle.

Messa giù così sembra avere più importanza di quanta ne possa aver avuta ma chiaramente è una cosa relativa, come tante altre. Di sicuro quel giorno mi ero portato da casa già parecchie preoccupazioni di mio e, come detto, ero lì per liberarmene, lasciando tra le rocce quelle della mente per scambiarle con quelle del reale.
Preoccupazioni pensate che dovevano diventare vere preoccupazioni. Tangibili, tra le mani o sotto le suole.
Se così fosse stato, se la montagna vera, in cui mi ero inoltrato, mi avesse messo in difficoltà, superare quelle difficoltà avrebbe avuto il significato di sconfiggerle due volte. La cresta era la proiezione degli alti e bassi della (mia) mente ed era allo stesso modo esistente: viva della luce che la illuminava, per poi oscurarsi, aggrovigliata nelle macchie di pino mugo, spaccata e scoscesa nel tentativo di vincere il vuoto.
C’è solo una soluzione che decide tra il bloccarmi e il rinunciare, di fronte all’ostacolo, oppure proseguire, tentare, e l’ostacolo verrà superato: divertirsi.
Nient’altro.
Me lo sono sempre detto.
Ma, fino a quel momento, di divertimento ne avevo raccattato ben poco e in breve mi sarei accorto che non era abbastanza.
Già, perché come immaginavo l’ostacolo c’è.
C’era, e di fronte ad esso non mi sono fatto trovare preparato.

Ad un certo punto la linea di cresta pura e semplice non è più praticabile. Almeno per me.

Va giù tra rocce instabili e vegetazione nei punti sbagliati.
Più o meno è un tratto a metà tra le due vette e forse si può aggirare anche da destra ma il mio ricerca-tracciati che ho nel naso ha trovato più gradevole la fragranza del versante di sinistra e sul suo olfatto non mi metto a discutere.
Non è detto che saprò mai che faccia abbia la parete di destra, in quella zona, certo è che, al momento, mi è sembrato di scegliere tra un gran casino di percorso e un maledetto casino di percorso.
Comunque un casino.
L’imbarazzo nella scelta è dovuto alla ripidità del terreno e alla solita erbetta che ha per mamma e papà due pezzi di sapone.
Non è una situazione molto difficile da affrontare, qualche roccia stabile viene in aiuto e poi ci sono i miei grandi amici pini mughi che offrono appigli sicuri, però è incredibile come la mancanza di serenità possa infilarsi subito tra ossa e muscoli fomentando ulteriore tensione.
Quando sono uscito dalla prima zona brutta, trovandomi su di un pezzo più pianeggiante appena sotto la cresta, mi sono fermato e ho preteso un respiro più regolare.
Le stavo provando tutte ma non c’era verso. Mi conosco un tot e so quando sono presente alla situazione solo in parte.
È inutile sbraitare, tirarsi schiaffi a piene mani o fare il broncio. Non vale molto neanche mangiare una barretta di cioccolata o mandare un messaggio alla Madonna con whatsup.
No.
In certi casi o passa la mala-mente o vaffanculo. Niente di più.
E quel giorno, a quanto mi è parso, è andata affanculo.
Proprio così.
Io l’ho detto a tutti. L’ho detto al vento e al vuoto che lo conteneva, l’ho detto alle rocce, alla mia pelle e a chiunque mi stesse remando contro dalla mattina dopo aver aperto un occhio.
Ammazzatevi tutti! Avevo paura, si, ovunque mi mettessi a guardare qualcosa, intorno, mi faceva paura e sentivo quanto quella paura distorceva la mia capacità di giudizio e movimento. Diavolo, non era la montagna, ero io. Ero io che mi facevo paura da solo, forse,
forse
ero io che volevo avere paura.
Perché non avevo fiducia.

Non hai fiducia!

Non so bene com’è o come non è, a volte. Ma,
a volte,
le parole vengono su dal fondo da sole.
Alcune parole, o frasi, più nette e scintillanti di altre, come quella,
non hai fiducia.
Mentre ero lì con un piede su una roccia, l’altro su di un’altra e le mani su altre due rocce più in alto, le cose, finalmente, sentivo che potevano tornare a posto.
Probabilmente non subito ma ormai c’ero, si era stabilito il contatto e anche quello, il contatto, è una faccenda che si sente davvero quando capita.
Le porte si aprono, i chiavistelli vanno a terra, la corrente può nuovamente fluire… la via di casa.
Devi avere fiducia.
Vai avanti.
Sono risalito in cresta superando la zona dove mi stavo inerpicando vacillante. Non è che tutto cambia repentinamente, non sempre e non io, però l’ho detto, si sente, si capisce al volo se le gambe spingono più forte e le mani afferrano più sicure.
Gli ultimi ostacoli li ho superati come una statua di pietra che passo a passo perde pezzi rivelando il suo interno di movimento ed entusiasmo.
Un metro alla volta.
Liberarsi è sempre una bella sensazione

Così, alla fine, sono arrivato sul mio, personalissimo, approdo finale.
Il Monte Saetta.
Che non è che avessi capito bene quale fosse in realtà, finché ho confrontato il gruppo di pietre che avevo sotto gli occhi con la foto dell’unica relazione dettagliata trovata online.
Ce n’è una squadrata, di pietra, con delle lettere sopra, oramai spaccata trasversalmente, e che prima di fargli un ritratto ho provato a ricostruire.

Mi ero detto che se fossi arrivato sulla cima avrei subito dato vento alle vele e levato gli ormeggi, così da potermi ricordare i passaggi fatti all’andata e ripeterli al ritorno, bello fresco. O frescone.
Ma questo lo pensavo prima.
Con le nubi che si stavano mettendo di traverso al Sole, chiazzando le valli di ombre e luce, sentivo che quell’impazienza non mi apparteneva più, ora.
Fidarsi è una parola enigmatica. Fidarsi di cosa? Di me? O di quello che potevo trovare dietro l’ultimo passaggio? Fidarsi del destino?
I contorni con la fiducia sono sempre vaghi, indefinibili. So che mi sono detto: “queste cose le puoi fare, questa montagna non ti sarà ostile, capirai come entrarci dentro, arrivare in alto e tornare indietro. L’hai già fatto e anche se ogni volta è come ricominciare da capo… fidati, vai avanti”.
Avanti verso l’ignoto.
Se avessi un amuleto da baciare prima di ogni azione che mi pare rischiosa, lo bacerei e dopo quel rito mi sentirei più al sicuro. Ma non ne ho. Non ho braccialetti magici e collanine anti-sfiga. Per fortuna.
La fiducia la devo raccattare altrove, in un modo diverso di intendere.
In un diverso modo di percepire.
Quando dico questo mi viene in mente il racconto di Hemingway: La breve vita felice di Francis Macomber.
Durante un safari, Francis Macomber sperimenta per la prima volta il dissolversi della paura e non è che al posto della paura rimanga il vuoto, la paura si trasforma, con la stessa intensità diventa altro: impulso all’azione, intrepidezza…
Ma io lo chiamo in altro modo, preferisco divertimento, perché non c’è divertimento nel timore, nella pre-occupazione, esiste solo in mancanza di essi. Sono elementi complementari.
Esclusivi.
Una volta credevo anche che fosse facile trasformare la notte in giorno, la pietra in acqua. Bhè, ora non ne sono molto convinto. Qualcosa sfugge sempre e alla fine arriva un momento cruciale. Dopo che si è valutato il da farsi, dopo che fare il prossimo passo sembra possibile ma rischioso, non resta che lanciare la monetina: testa, si va; croce, si rinuncia. Non viviamo dieci minuti avanti il nostro tempo, non sapremo mai come può essere se non lo facciamo.
Diventare spericolati è un altra cosa. Se uno valuta che si possa fare, che sia nelle proprie corde, allora…

Il ritorno è stato facile.
Forse perché avevo rimosso così tante pietre dalla testa oppure semplicemente perché sapevo che si poteva fare. Anche se non ricordavo per filo e per segno ogni passaggio, come all’andata, avrei trovato il modo anche al ritorno.
Comunque mi sono preso la briga di effettuare una verifica e così, sapendo bene che prima ero passato da un’altra parte rispetto ad uno spuntone di roccia, ho deliberatamente intrapreso una traccia diversa, più diretta e sufficientemente ignota.
Ero così propenso a preoccuparmi quel giorno che in breve ci stavo ricascando ma poi, con due bei rami di pino mugo tra le mani, a darmi equilibrio sul pendio, è bastato poco per dirmi: “goditi il momento, sai che da qui ne uscirai, è una montagna, è dove vuoi essere, è la tua vita. Divertiti”
e ha davvero funzionato.
Ho badato solo a quello che doveva esser fatto, mi sono mosso nel modo che mi riusciva migliore, sono arrivato ed alla fine, al posto del sollievo che avevo provato in precedenza, ho sentito una mancanza: il desiderio che quella cresta continuasse, in modo impossibile, oltre il limite del mio ritorno.
È un sentimento ovvio, per chiunque si diverta, quando il gioco finisce rimane il ricordo di quel momento e si vorrebbe una proroga ancora.
Altri cinque minuti.
Poi altri cinque.
Ma non è così.
Sul Mezzodì, un’ora dopo il suo nome, ho buttato lo zaino a terra e ho dato vita al rituale irrinunciabile di mangiare e dormirci sopra. Non avevo tanta fretta di tornare alla macchina e beccarmi qualche coda del primo maggio.
Lì ero solo, cullato dal Sole e potevo addormentarmi contando la moltitudine di cime, punte e picchi davanti agli occhi.
Credo di aver ceduto dopo una ventina di vette e quando mi sono svegliato le cime erano ancora dove le avevo lasciate, immutabili e in lento scongelamento.
Mi son dato una scrollata al terriccio sulle chiappe e me ne sono andato.
Era diventata una giornata completamente diversa.
Ero una persona completamente diversa, dal mattino e sentivo l’aria passare tra le mie porte aperte.
Ora potevo tornare davvero a casa. Tanto, in qualche modo, l’avevo già trovata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *