L’era della paura

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Parlare fa bene, dicono, ma a volte si sta parlando nientemeno che con se stessi. Un dialogo tra sagome indefinite nella nostra mente le quali rispecchiano visioni della realtà differenti.
Queste sagome affrontano molteplici argomenti, gli stessi che possono venir affrontati con sagome reali, persone in carne, ossa e sangue. Quando il discorso cade sul lavoro, sul lavoro attuale e le prospettive nel futuro, solitamente nella discussione si insinua la paura.

La paura è uno stato infiammatorio. Come tale, quando una situazione appare pericolosa, la paura inizia a sgorgare come un fluido nell’organismo per costringerlo alla fuga.
Ripiegare e dileguarsi sono le condizioni primarie a cui tende la paura. Poi ce n’è anche un’altra di condizione, che per la paura è validissima.
Sottomettersi.

Il lavoro è un’ attività vitale dell’uomo.
La vita di un uomo, andando all’osso, potrebbe riassumersi velocemente in: mangia, dormi, lavora, trovati un tetto per ripararti.
Il resto spesso sono fronzoli.
Comunque ognuno ha il suo decalogo essenziale al riguardo. Ci sarebbero anche azioni derivate altrettanto fondamentali: se mangi vedi di curare il tuo intestino perché ti faccia andare in bagno ogni santo giorno della tua vita, se fai un lavoro sedentario metti in conto di fare del movimento fisico quando smetti di lavorare, tutti i santi giorni della tua vita.
E altre cose così.
Però le condizioni essenziali per vivere, credo si possa andare d’accordo, restano: mangia, dormi, lavora, riparati.
Bhè, ovvio, oltre a mangiare, bevi.

Contratti di lavoro fatiscenti, dati preoccupanti sulla disoccupazione in Italia (anzi: italia) e nel mondo, diritti buttati nello scarico del water e spinti giù in massa con la suola dello stivale, precarietà, salario da pacca sulla spalla.
Quando si parla di lavoro a certi livelli, a livelli popolari, cioè del popolo, della maggioranza delle persone sulla Terra, la paura inizia il suo stato infiammatorio.
Non è tanto una questione di fuggire. Ovunque si fugga non sembra esserci soluzione. La paura riferita al lavoro, cioè a quell’attività che dovrebbe dare il sostentamento per poter mangiare, dormire e ripararsi, sembra diffusa ovunque. Da chi ha la pelle di un tipo piuttosto che di un altro, che cammini a piedi scalzi o con i tacchi.
Paura.
Non è una questione di fuga.
Ma di sottomissione.

Sottomettere.
Mettere sotto o metterSi sotto. Accettare le condizioni e continuare a contorcersi per stare dentro quelle condizioni.
Questo è quello che traspare parlando di lavoro a certi livelli, quelli popolari, quelli delle persone che tutti i giorni si alzano e prendono un treno affollato, fanno la coda in macchina in tangenziale, o ascoltano inebetiti le parole di qualche omino al Tg.
“Il lavoro è cambiato, non esiste più il posto fisso, bisogna adattarsi, bisogna stringere i denti”.
Senza sosta, una litania, finché il concetto non entri bene nella testa di chiunque. Finché non vada giù a fondo a inzuppare l’animo per intero.
Poi, quando la paura avrà preso posto in ogni fibra, sottomettersi sarà naturale come allacciarsi le scarpe. Inginocchiandosi.

Nel Mondo c’è una ricchezza enorme, vengono prodotte ogni giorno quantità di merci che non verranno nemmeno mai vendute, perché in eccesso. Basta informarsi, è sufficiente trovare le fonti giuste, cercare le informazioni e non aspettare che qualcuno, con i suoi interessi, ci dia le sue. Bisogna spendere del tempo per leggere oltre i quotidiani, dare più spazio ai libri perché chi scrive libri, certi libri, non ha necessariamente un padrone sopra la testa a filtrare le parole, a valutare le frasi che potrebbero in futuro mettere in discussione la sua ricchezza.
All’infiammazione della paura si può rispondere provando a risolvere le disuguaglianze, non adattandosi, MAI sottomettendosi.

L’umanità è composta da miliardi di individui che, grosso modo, vivono problemi comuni.
Siamo tanti, troppi forse, e non possiamo essere tutti ricchi, non possiamo governare tutti, avere tutti successo. Molti saranno sempre alle dipendenze di qualcuno e, anche se non avranno un capo, dovranno comunque collaborare per poter vivere, accettare delle condizioni e farne a loro volta.
Non bisogna aver paura di non avere.
Bisogna prendersi cura.
Bisogna occuparsi perché chiunque abbia un’esistenza dignitosa.
Se ce l’ha chiunque, ce l’avremo anche noi.
Bisogna prendersi cura.

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Ancora una volta. Bisogna prendersi cura: di noi stessi, della nostra salute, della salute della nostra famiglia, delle persone che ci stanno accanto, delle altre famiglie, delle famiglie delle altre famiglie che sono anche le nostre famiglie. Perché a fermarsi un momento, un solo momento, spegnendo lo smartphone e mettendolo in frigo, spegnendo quel concentrato di grugniti senza senso della televisione, magari versandoci un pò di acqua dentro per stare sicuri che non ricominci a breve, che stracozza (da invertire la “a” con la “o”) di senso ha vivere bene, con la dispensa piena e la benzina nel serbatoio se c’è anche solo un’altra persona al mondo che soffre come uno schiavo per non avere nulla?
Posto che uno non trovi la risposta alla domanda ma ne voglia una, potrebbe essere questa: le disuguaglianze, quando iniziano, finiscono ad espandersi e prima o poi ci vengono a bussare alla porta. A quel punto possiamo tentare di stare dalla parte di chi le disuguaglianze le crea ma quasi tutti finiscono nel territorio di chi le disuguaglianze le subisce. In un modo o nell’altro è sempre la storia della legge del più forte. Possiamo rimanere per tutta una vita a metà strada tra i primi e gli ultimi, tra i ricchi e i poverissimi ma sempre lottando, sempre ferendo e rimanendo feriti. Non so se questo modello sia l’esatta natura dell’uomo, forse è solo dettato dalla paura, dall’infiammazione. Credo sia un processo che si possa spezzare, credo che tutti possiamo avere qualcosa senza paura di rinunciare a parte di quello che già abbiamo. Molto di quello che già abbiamo non ci serve a niente e mantenere questa inutilità ci costa sforzi che portiamo avanti per una vita intera. Poi moriamo e tutta questa inutilità avrà lo stesso valore di 1 – 1 = zero. Avremo sviluppato un carattere, una sensibilità, una cultura, una salute, un modo di sviluppare le idee ecc. che porta solo a sopravvivere, a mantenere coi denti una posizione per paura che qualcuno o qualcosa ce la sottragga. Avremo vissuto infiammati, cioè impauriti, fino all’ultimo giorno. Forse dovremmo spendere le forze perché il risultato finale non sia l’inutilità, non sia l’accumulo di roba che non ci toglierà la paura ma anzi ce la farà aumentare. Forse dovremmo pensare alle nostre azioni col risultato di prenderci cura, di noi stessi, della nostra famiglia, della famiglia umana. Allora sapremo distinguere tra chi è povero, tra chi tenta di sopravvivere, tra chi è nella nostra stessa condizione e chi la povertà la crea, tra chi vive le diseguaglianze e chi le disuguaglianze le crea e si arricchisce con esse. Ci saranno sempre i più ricchi e i meno ricchi ma, per me, bisogna pretendere che non ci siano più i super-mega-inarrivabili-ricchi e i poveri che hanno solo, a malapena, un pò di aria da respirare. Bisogna che i ricchi paghino le tasse dovute, bisogna che la finanza speculativa venga smantellata oggi stesso, bisogna che ci togliamo dalla testa l’idea che fregare qualcuno sia una soluzione per stare bene.
Da cosa cominciare allora?
Da una parola chiave.
Prendersi cura.

 

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