La vetta più alta. In Ladak

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Nel 2018 son certo di essere andato a piedi sul punto più alto della mia vita ma ignoro totalmente l’altezza di quel punto e non credo abbia nemmeno un nome.
Se un buon sacco di montagne dalle mie parti avessero queste caratteristiche la cosa mi andrebbe perfettamente a genio. Non che mi lamenti delle mie montagne, ma l’anonimato delle migliaia di cime del Ladak pone la loro esistenza nel giusto elemento: da una parte il mondo degli umani, impregnato di nomi, formule e numeri, dall’altro quello delle rocce e dei dirupi, dove se gli umani ci vanno compiono un’invasione di campo totale ed è bene che ci badino parecchio.
Per quanto mi riguarda, al mio picco anonimo e solitario, ci ho prestato così tanta attenzione che forse non si sarà mai sentito così importante, eppure, un passo alla volta, sapevo bene che quell’attenzione non era superflua. Senza avere un sentiero da seguire, con tanti di quei minuscoli detriti sotto le suole, la cui funzione unica al mondo è di portare il culo a contatto del suolo, con un caldo che a quattromila metri noi lo sperimentiamo al mare, salire a vista lassù non mi è parsa una passeggiata per improvvisati.
Non sarò avanzato poi di molto dalla base già alta di partenza, cioè il bianchissimo e rotondissimo Shanti Stupa nella città di Leh, però quel poco o tanto che ho fatto andando su mi ha riempito gambe e testa di una tensione di fondo. Una piacevolissima tensione di fondo.
La solita storia di tormento ed estasi delle montagne più belle.

Il Ladak è una regione che sta a margine di una qualsiasi pretesa di viaggio confortevole.
Non che un occidentale, attraverso un’agenzia che conosca bene la zona, non possa trovare delle comodità e l’acqua calda in camera. Questo non toglie tuttavia che si atterri a più di tremilacinquecento metri dopo essere decollati due ore prima da quota zero. Che il cibo, seppur di ottima qualità, possa non essere l’ospite più gradito per lo stomaco e che per un certo numero di notti iniziali non si riesca a dormire come in una culla con la mamma che ci dondola.
Se insomma le pantofole non sono l’ingrediente fondamentale nella valigia, il Ladak è una delle molteplici capitali di un esploratore.
Non centra un tubo bucato che ormai la Terra sia stata mappata anche nelle tane delle lontre, quella è un’altra Terra, quella delle riviste e dei documentari. Ma la propria Terra può essere arida e notevolmente inclinata, può bruciare negli occhi e tagliare il respiro, può pietrificare le gambe e farsi strada come un’idea sbagliata fino al centro della mente, pungendola col veleno della paura.
La propria Terra va camminata.
E poi allora si, le foto e le storie personali staranno magari sulle riviste, su Instagram, in televisione o appese nella stanza di una mostra, ma questo viene dopo. E l’esserci già stato di qualcuno non predice certo come ci arriverò io.
Come potrei essere io laggiù.
Un’ottima ragione per viaggiare verso l’Ovunque.

ll mio picco non aveva nome nell’Agosto del 2018 e vado certo non ce l’abbia neanche ora.
Quando sono tornato alla guest-house e ho chiesto alla famiglia che la gestisce chi era la montagna sulla quale ero salito mi hanno risposto con sorrisi e alzate di spalle. Probabilmente se mi avessero buttato lì un nome ci sarei rimasto anche male, mentre sapere la sua altezza l’avrei apprezzato eccome.
Le altezze mi attraggono, anche se non sono indice di bellezza come nel proverbio voglio sapere di quanto mi sono avvicinato al regno celeste. Quanto un qualsiasi Dio dietro le nubi abbia temuto che lo venissi a sbirciare mentre in mutande si annoia stravaccato in poltrona.
Ognuno si identifica con quello che può, o che riesce, o che sa. Le altezze non mi mettono a fuoco in pieno ma sentire che ho varcato una soglia, alzandomi dalla piattissima terra, a volte mi fa sentire più parte di un territorio che vorrei diventasse mio a lungo: il cielo.
Contando che i suoi confini sono soltanto nubi e le nubi, da come le conosco, finiscono per dissolversi, il cielo è la dimensione del movimento assoluto, istantaneo e infinito. Il movimento degli spiriti.
Per capire con approssimazione sbilenca quanto sia andato vicino alle dimore dell’Olimpo orientale, quel giorno, ho allora cercato la quota dove sorge lo Shanti Stupa di Leh, e poi a occhio ho voluto farmi un’idea della mia quota sulla montagna. E, bhè, non è che in generale le misure siano l’elemento forte in Ladak.
Lo Shanti Stupa, per gli abitanti di Leh, le guide di carta o su internet in tante lingue differenti, sta ad un altezza tra i tremilaquattrocento e i quattromila metri ma ad oggi, cercando nuovamente informazioni, sembra che ci sia tutti accordati per un’altezza di tremilaseicentonove metri.
Contando questo, almeno quattrocento metri abbondanti in salita direi di averli fatti e pertanto, il punto più alto raggiunto a suon di passi nella mia vita è stata una punta senza nome e con la solita festa di bandierine votive colorate a sbattacchiare tra le sue rocce.
Arida ed essenziale.
E ne son convinto anche rispetto al Gran Paradiso fatto quest’anno, coi suoi quattromilasessantuno metri di altezza certificati e irrevocabili.
Quel pezzo di roccia in India mi rappresenta senz’altro di più.

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La faccia poco sorridente indica che il cervello stava già valutando la discesa, e non gli piaceva.

Quando sono ritornato giù, vedendo bene di ribeccare la traiettoria seguita all’andata, ero raggiante. Proprio contento come mi avessero fatto un regalo e avessero azzeccato in pieno ciò che mi mancava.
Tutto va visto secondo la propria taglia e anche se non avevo fatto nulla in termini assoluti, avevo fatto tanto in termini relativi: i miei.
C’è una cosa che nella mia economia vale immensamente più della cifra che identifica la quota d’arrivo e proprio perché è la mia economia non si tratta di un numero. Ovvero,
costruire il mio personalissimo percorso per arrivare in cima.
Ecco perché mi piace un sacco e una sporta trovare delle montagne senza sentieri, perché se mi pare possibile, posso appoggiarci sopra il mio, e senza lasciar traccia. Una linea che esiste solo nel momento in cui la percorro e la invento, poi più nulla, come non fosse mai successo.
Ogni montagna in verità ha dei versanti ancora spogli dalla presenza umana ma non tutti si prestano al mio trekking, almeno per ora.
Mettere gli scarponi sulla vetta di quel picco in Ladak mi ha fatto confrontare con altezze con le quali ignoravo totalmente il comportamento del mio corpo, sotto un caldo che batteva peggio di un martello dal carpentiere e con un suolo parecchio ripido, su cui non c’era traccia di passaggio dal giorno della creazione.
Per quanto mi riguarda le bandierine in vetta potrebbe averle appoggiate direttamente Dio per poi soffiarci contro.

Dopo essere tornato in patria, nel settembre di quel 2018, una delle prime cose che ho fatto è stata andarmi a cercare qualche cresta orobica inoltrandomi al suo interno.
Stando due settimane a contatto di forme rocciose aguzze come punte di matita, con colori che andavano dall’ocra al rosso per tornare al giallo e al marrone, dovevo aggiungere del verde alla tavolozza.
Non è stato così strano come avevo immaginato.
Passare da quelle ambientazioni tra lo sconfinato e il colossale credevo mi avrebbe fatto intendere le cime a cui sono fidanzato come gracili e dimesse. Ma non era vero.
I cieli del Ladak hanno un peso specifico differente, possono travolgere un animo abituato ai muri dirompendoli nelle abissali distese di blu. Forse sulle Orobie, o in Valsassina questo non succede tutti i giorni ma verso la fine dell’estate è più facile che accada e poi, in quella mia prima uscita dopo il ritorno, il vento spirava tra le gambe piegando l’erba sui pendii e il profumo delle terre note vorticava come un saluto.
C’è un pittore che ho scoperto quest’anno in Austria che ha detto una cosa parecchio sensata:

La vera arte è sempre arte regionale, non importa se di Rembrandt o di Hals, di Millet o di Meunier. Perché soltanto dall’immersione nel proprio ambiente di vita nascono i valori eterni

parole di Albin Egger, che nel 1891 farà aggiungere al suo nome l’appellativo Lienz (la città tirolese di nascita) a marcare ulteriormente il legame con la propria terra d’origine.
Lui parlava di arte e pure io, esplorando le pendenze.
Non mi dispiacerebbe un giorno aggiungere qualcosa anche al mio nome, quello di una sola cima più che di un intero territorio.
Io non sono come lui, come Albin Egger, il mio territorio è ovunque lo avverta, non ho le stesse radici piantate tanto in profondità, ma. So dove potrei fermarmi, so come dovrebbe essere quando verrà il tempo di essere seppellito in un luogo.
Ecco, magari quel giorno, quello in cui mi fermerò per sempre nel posto giusto, sarà tempo per un nuovo battesimo. Un augurio scritto per la nuova vita che verrà.

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