La regina arroccata. Cima di Agrella

salita_verso_la_cima_di_Agrella

Era da molto che ci giravo intorno, almeno coi pensieri.
Cima di Agrella. Semisconosciuta e abbandonata dai sentieri. Però, quando si apre una mappa delle montagne Lecchesi, lei è lì coi suoi 1802mt. Il fatto che puntando il dito sulla cartina e seguendo una qualsiasi linea tratteggiata queste non incrocino mai la sua vetta è un richiamo fortissimo a caricare gli scarponi in macchina e filarsela verso Introbio.

cima di Agrella
[Cliccare per ingrandire] – Preso da cartina Kompass 105: Lecco/ Val Brembana.

Ci ero già andato vicino quest’anno, l’avevo usmata, quando a gennaio, andando a caso nei boschi sopra Vimogno, mi ero imbattuto nella radura di Falpiano.
Prima di arrivare a Falpiano uno deve sapere da dove partire magari, cioè dal parcheggio di viale Carso a Vimogno. È una frazione di Primaluna e per non sbagliare basta guardarsi intorno e trovare l’osteria proprio alle spalle del parcheggio. Fateci anche un giro all’osteria. Dopo. Che non ci si pente.

La salita parte a lato del parcheggio. Anche questa non la si può mancare, è quella che va su con la pendenza di una funicolare e a lato scorre una roggetta. Quando andai a gennaio, con le nuvole basse e un cane in mezzo all’acciottolato che pareva far la guardia al bosco sovrastante l’impressione era quella d’inoltrarsi nelle terre ostili. Forse le terre non sono ostili ma ci si ritrova subito a fare i conti con un sentiero più ripido dell’acciottolato di prima. Va su arrabbiato senza dar tregua, neanche per pensare a dove diavolo ci si è cacciati. Se poi ha piovuto ed è fangoso meglio prepararsi all’idea di misurarlo in parte anche con le chiappe.

A parte i drammi dopo una quarantina di minuti incrocerete una strada sterrata. Avendo quella tipica sensazione nel cervello: ah, potevo usare anche le ruote. In realtà lo spirito esplorativo e autodistruttivo ve la farà lasciare in fretta per cercare qualche traccia di sentiero alla destra dello sterrato. Se ne trova in fretta uno, non segnalato se non dal fatto di dar l’idea di esistere. La pendenza non cambia rispetto a prima e si sale nuovamente. I castagni incominciano a mischiarsi ai faggi e per molti la cosa potrà essere accompagnata da un chissenefrega ma quando con le ultime imprecazioni e spinte sulle gambe si arriva alla radura di Falpiano non si può non esclamare un ohhh all’interno del proprio animo. A meno di non avere un sacchetto dell’umido al posto dell’animo.

La radura di Falpiano detiene quella sensazione che ci fa sperare di trovare una famigliola intenta in un pick-nick per sentirsi meno soli e insieme si spera di non trovare nessuno per continuare ad avvertire una lieve tensione di sottofondo.
Tanto non troverete nessuno e per quanto mi riguarda ho iniziato a camminarci dentro misurando ogni passo. Volevo godermi l’atmosfera. Da un momento all’altro si fuoriesce in uno spazio aperto dopo la folta vegetazione del bosco ma la cosa che colpisce è la baita in (ri)costruzione davanti ad un’ imponente faggeta.

faggeto
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Se ci si arriva in primavera, quando i faggi mettono fuori le loro foglioline verde-fosforescente, e magari c’è pure il sole alto in cielo, ci si ritrova a constatare uno spettacolo mistico. Il rosso delle foglie morte al suolo, il verde sui rami, il blu nel cielo. Rosso-verde-blu, RGB, il senso della vista non vi chiederà altro per un bel pò. Nessun suono, solo qualche folata di vento, e lo sbatacchiare a intervalli di una cerata bianca su dei lunghi tavoli di legno, a lato della baita.
Ammetto di esser rimasto colpito da una scossa invisibile.
Ammetto di aver avuto la bocca secca.
Ancora una volta è successo, ho perso i pensieri per terra e sono rimasto unito all’erba, alle rocce e all’aria.

Giusto perché un buon scenografo tiene d’occhio i particolari, osservando mi è caduta l’attenzione su di un piccolo altare davanti ad un gruppetto di faggi. Tra due tronchi c’è una rudimentale croce fatta di rami su cui è fissato un’ancora più rustico Cristo di corteccia. Il Sole che ci gira attorno proietta un’ombra inconfondibile.

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Dalla parte opposta del punto sacro un piccolo Gesù dentro il tronco di un’enorme faggio ti fissa con due pupille ridotte a capocchie di spillo. Un Gesù che ti guarda attraverso.
Le foglioline si muovono in alto. Centinaia di piccole voci che non parlano la mia lingua.
Ammetto di aver toccato quel tronco.
Ammetto di aver sentito un meccanismo muoversi laggiù nel cervello.

Mentre mi sedevo sulle panche e tiravo fuori dallo zaino cartina, bussola e altimetro, tanto per darmi l’idea di essere un esploratore certificato, un’intuizione si è disegnata davanti al naso, una pennellata alla volta: Falpiano è la sintesi perfetta delle due immagini che mi si sovrappongono continuamente camminando nella natura. Simboli sacri che si sciolgono negli alberi, dentro i sentieri, nel colore delle foglie. “Dio è qua dentro, Dio è nella linfa che preme dentro lo stelo dell’erba”. Quel Cristo di corteccia andava benissimo, senza volto, anonimo, la religione con un nome e una definizione che trasmuta nel Tutto, con il volto rugoso del legno, di qualsiasi legno.
Animismo.
Porca miseria. E nessuno con cui condividere certe cose.
Ho mangiato noci e banana e son tornato sulla cartina.

Secondo i calcoli (approssimativi perché Falpiano sulla cartina è uno spazio vuoto…) la cima di Agrella stava proprio dritta di fronte al nord della bussola e il nord della bussola puntava deciso dentro la faggeta.
Quella stupenda enorme faggeta.
La macchina fotografica ha iniziato a scodinzolare dentro la borsa ma non l’ho filata finché non ha smesso. Al ritorno si ma ora no.
A gennaio avevo già visto un sentiero che partiva a lato della baita, sul versante destro della radura, quindi l’idea è stata quella di prenderlo e tagliare poi verso nord, camminando a lato della faggeta sopra il costone che la sovrasta. Prima però mi sono ricavato delle lunghe strisce di stoffa da un vecchio copriletto portato da casa, non perché non sapessi come passare il tempo, è che legare a qualche ramo un segno per il ritorno non mi spiaceva affatto. In effetti il sentiero dopo poco si dissolve e anche se la boscaglia non è particolarmente fitta quelle striscioline, mentre ne legavo una ogni tanto, mi lasciavano il cuore in pace.

Intanto che salivo, a lato dello scosceso versante est, sul fondo si sentivano le voci o i motori delle macchine che passavano per la strada verso Madonna delle Nevi.
Il 25 aprile stava convogliando un bel pò di turismo da quelle parti e dalle parti più famose di tutto il lecchese.
Laggiù.
Quassù invece c’è da affrontare un tratto ripido e scontroso tra i tronchi di giovani betulle. La faggeta è sotto e il cielo adesso riempie molto più la visuale di quanto non facesse tra i rami prima.

Salita
La via del sudore

 

Lego un’altra strisciolina che sbatacchia al vento.
Penso che se mi va bene la cima è al termine della salita, in fin dei conti l’altimetro segna 1600mt e la cima dovrebbe stare sui 1802mt. Dai, dico, smuovi queste chiappe per altri 100mt e poi manda al diavolo tutto.
C’è da dire che non sono in forma smagliante e salire oggi è una grande questione di volontà. Non che mi manchi questa volontà ma ogni tanto capita di farsi una domanda: perché son qui sopra e non là sotto, portando un carico di salamelle nello zaino per una grigliata tra i prati? Perché son quasi vegetariano, mi rispondo. ma non è esattamente centrare il punto della faccenda. Così mentre penso salgo e dopo un tot di tempo salgo e basta fino a quando, arrivato sulla sommità della rampa, respiro.
Sorrido anche, perché la cima è lì che mi fronteggia. Una grande piramide di erba oltre due ulteriori balzi della dorsale.

Anticima
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Fa sempre bene ritrovarsi le cime davanti al muso da un momento all’altro, soprattutto se sono belle cime disegnate da mano sapienti. Almeno la delusione di non esserci ancora sopra svanisce e la fatica tende a strapparsi via dal corpo come un vestito che si scuce da solo.
Ok, non è esattamente quello che è successo ma sentivo gambe e cuore prendere confidenza.

Dunque c’è ancora un pezzo da percorrere. Il panorama si fa aperto e il vento alza qualche stelo di erba secca, che dal fondo della valle risale come una nevicata al contrario. Il sentiero non c’è, poi ad un tratto compare un bollo rosso su di una roccia, si intravvede una traccia e poi tutto riscompare nei ciuffi d’erba gialla. La cima è davanti, basta puntarla con tutt’e due gli occhi, giusto per farle capire che è inutile svignarsela. Quando la fatica si fa davvero sentire e la mente ha deciso di non consumarsi dietro alcun pensiero a volte c’è davvero silenzio, fuori e dentro.

pendio
Titolo originale dell’opera: Pendenza.

 

Ci sono quasi e non vedo l’ora di buttare giù lo zaino e mangiare quel che resta del misero sacchetto noci-gallette-mela. Ad ogni passo dico alla cima: visto che ci sono arrivato? Mi aspettavi vero? Almeno qualcuno che balla sulla tua testa ogni tanto lo desideri. Lei risponde con raffiche di vento e sapore di nuova erba sotto quella d’inverno.
Pare che andiamo d’accordo.
Poi però, quando mi spingo su ancora qualche metro capisco che questa non è la cima.
La cima sbuca come la testa di un’intruso dentro un selfie poco oltre.

Cima di Agrella
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Dovrei provare un certo nervoso, almeno per come mi conosco. Si fanno progetti e si nutrono speranze e tutto va in malora. Sembra che ogni volta che credo di averla presa la mia cima si cloni da qualche altra parte più avanti. O indietro, se ha parenti gamberi.
Mi appoggio sulle bacchette e le dico che può anche andare a rifugiarsi all’orizzonte ma ormai i miei scarponi hanno deciso che la devono calpestare.
Non so se è stata questa minaccia nello sguardo (mio) o il fatto di aver difficoltà di manovra (lei), di fatto qualche lungo minuto dopo sono lassù.

Nessuna croce, solo un mucchio di pietre a formare un omino coricato.
Ah, cima di Agrella, grazie di essere uno sperone in mezzo al nulla perché c’è così tanto cielo intorno che la terra pare avere il peso di un aquilone.
Grazie soprattutto di avermi ricordato il piacere di non illudersi: fai quello che devi fare e non pensare all’arrivo, quando sarai arrivato lo saprai.
Me lo ricorderò la prossima volta? Oppure domani fra le strade della pianura? Magari basterà ripensare al tuo nome per ricordarsi dell’essenziale.

Intanto fa freddo e poi è ora di tornare, almeno per non incrociare la mandria di quelli che il 25 aprile se lo sono ingurgitato e tracannato in massa da qualche parte qua attorno.
Amo non avere uno zaino pieno di roba per la grigliata nei giorni di festa.
Amo tutto il silenzio che il mondo può raccogliere.
E Dio mi fulmini se non sono sincero.

self
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