Incredibile ma le disuguaglianze economiche generano intolleranza

Leggendo ultimamente alcuni articoli su riviste cartacee e digitali che da sempre si schierano a difesa dell’immigrazione e i diritti dei migranti, mi sono accorto che finalmente si sono accorte: una parola alla volta, un paragrafo alla volta e un titolo dopo l’altro incominciano a comparire delle associazioni sempre meno malcelate sulla relazione tra disuguaglianze economiche e razzismo.
Che le persone lascino le loro terre d’origine per sopravvivere a guerre e schiavitù è scontato, almeno usando un minuto intenso di ragionamento logico.
Che soltanto lo facciano perché attratte dall’esorbitante differenza di ricchezza tra nazioni o continenti diversi è altrettanto logico, usando quindici primi in più del ragionamento precedente.
Che tutto questo migrare faccia alzare la voce e giungere consensi a partiti definiti razzisti è un passaggio logico da otto secondi aggiuntivi ai ragionamenti precedenti.
In un minuto e ventitré primi di meditazione si può avere un quadro condivisibile della insostenibile situazione economica mondiale tale da rendere comprensibile la relazione tra migranti, migrazioni e posizioni razziste.
Tradotta in:

migranti + disuguaglianze = razzismo.

Se i popoli ricchi, che si vedono arrivare barconi di poveri, fossero abitati davvero da popolazioni ricche o almeno diffusamente benestanti, non solo nel portafoglio ma anche nelle condizioni di vita e nelle aspettative di benessere futuro (elementi di solito interconnessi ma non necessariamente sempre presenti insieme), si assisterebbe alla solita rappresentazione teatrale di accoglienza caritatevole: ti do una briciola del mio panino, un goccio della mia acqua, una branda, ti compatisco e magari ti faccio anche pulire il mio appartamento, per qualche spicciolo. Male che vada ti permetto di elemosinare agli angoli di un incrocio.
E stop.
Contando però che negli ultimi decenni i ricchi popoli del nord sono sempre più ricchi ma soltanto a vantaggio di pochissimi, viene meno anche il teatrino dell’accoglienza.
Non è una questione che manca il cibo in tavola (in Grecia anche quello), ma se le condizioni di vita, lavoro e salute peggiorano, o vengono anche solo avvertite come tali, allora cresceranno rabbia e insoddisfazione.
Problema che si aggrava ad ogni doppio giro completo d’orologio.

La rivista L’Internazionale,

riprende un articolo sul The Guardian di Richard Partington: Inequality: is it rising, and can we reverse it? traducendolo [Possiamo evitare che la disuguaglianza aumenti ancora?], per divulgare in abbondanza questa situazione.
Il dato è evidente da un sacco di tempo ma quello che mi interessa è che alla buonora, delle pubblicazioni su temi di politica, economia, cultura, attualità, che hanno sempre denunciato qualsiasi fenomeno di razzismo nelle società occidentali, e non solo, inizino apertamente a collegare tale razzismo con l’origine del male: le inaccettabili disuguaglianze economiche planetarie.
Ovvero,
sempre più ricchezza nelle tasche di pochi a scapito di masse sempre più impoverite.
Devo averlo già detto.
Ma se una cosa è schifosamente inaccettabile finisco a pensarci spesso.
Evidentemente inizia a far schifo in modo diffuso.

Quindi uno dei punti importanti:
non c’è più da notare la storica disuguaglianza tra nord e sud del mondo ma tale disuguaglianza si manifesta anche all’interno dei paesi considerati ricchi del nord del mondo.
L’articolo dell’Internazionale/ The Guardian ci dice che:

Il Regno Unito è tra i paesi in Europa dove c’è più disuguaglianza. Ma meno che negli Stati Uniti dove, tra i paesi più ricchi, ci sono le situazioni più estreme.

Oppure, a livello globale:

Le valutazioni dell’Ifs [Institute for fiscal studies] mostrano che il reddito controllato dall’1 per cento delle famiglie più ricche è quasi triplicato negli ultimi quarant’anni, passando dal 3 per cento della fine degli anni settanta all’8 per cento di oggi.

Quindi si arriva a delle conclusioni:

In molti hanno attribuito all’aumento della disuguaglianza la Brexit e l’elezione di Donald Trump, così come l’affermazione di nuovi movimenti politici in Europa.

I movimenti politici nuovi sono intesi dall’autore come populisti.
Ma se i partiti populisti vengono recepiti soltanto come razzisti eppure hanno successo perché le disuguaglianze economiche crescono, forse è il caso di ammettere che il populismo esiste aldilà e oltre il razzismo.
Esiste perché un sacco di gente ne ha le palle piene di sentirsi dire che non ci sono più soldi quando enormi quantità di denaro e di beni materiali continuano ad aumentare e girare in un circuito che non tocca mai miliardi di esseri umani nel mondo.

disuguaglianza-grafica-Oxfam
Fonte: rapporto Oxfam 2019
Tratto dall’articolo: www.osservatoriodiritti.it/2019/01/21/disuguaglianza-rapporto-oxfam-distribuzione-ricchezza/

Anche Il Post

si è accorta della formula disuguaglianza = razzismo.
Il Post.
Una “testata” certamente non incline a critiche verso liberismo e neoliberismo. E infatti mi sorge il dubbio che non si rendano conto di che cosa stanno parlando. Basta provare a disabilitare AdBlock sulle loro pagine e non si capisce più se si è dentro un videogioco o in un sito di news.
Eppure trovo scritto: Per combattere il razzismo bisogna combattere le diseguaglianze.
Del resto in redazione avevano iniziato ad accorgersi che forse il neoliberismo non funziona così bene come i suoi artefici avevano pensato: Dobbiamo parlare di neoliberismo. Sottotitolo: “In Italia è un dibattito preso poco sul serio, ma nel resto del mondo sempre più economisti sostengono che il neoliberismo – o almeno la sua versione dogmatica – non funzioni.
Nell’articolo su razzismo e disuguaglianze economiche si cita un altro articolo scritto da Thomas Piketty su Le Monde, il quale scrive:

Se abbandoniamo ogni discussione su possibili alternative economiche, se continuiamo a spiegare che lo stato non può fare nulla tranne sorvegliare le frontiere, allora non dobbiamo sorprenderci se la discussione politica rimane focalizzata solo su frontiere e identità.

e poi continua Il Post (chi stracavolo ha scritto l’articolo non è dato sapere):

Per Piketty, tutti coloro che non credono allo scontro tra populisti nazionalisti ed elite cosmopolite dovrebbero mettersi d’accordo su un programma di trasformazione economica, in grado di introdurre giustizia sociale ed educativa, andare oltre l’idea di proprietà esclusivamente capitalistica e di pensare delle reali e importanti riforme per i trattati europei.

“importanti riforme per i trattati europei“, evidentemente riconosciuti colpevoli, tra gli altri, delle colossali disuguaglianze attuali.
Magari meglio buttarli nell’inferno da cui provengono, questi trattati, e riscriverli daccapo, facendolo fare ad organi politici democraticamente eletti e non ai grandi poeti che operano nella speculazione finanziaria.

Altraeconomia è un’ulteriore rivista

cartacea e sul web che finalmente scrive apertamente, citando Juan Pablo Bohoslavsky, accademico e giurista argentino, esperto indipendente delle Nazioni Unite in tema di effetti del debito estero e dei correlati obblighi finanziari:

[…] le politiche di austerità sono prive di qualsiasi giustificazione teorica ed empirica sotto il profilo dei diritti umani.

Mi alzo e applaudo. Già rincuorato dall’aver letto poco prima, dallo stesso autore:

Quando le “istituzioni internazionali prescrivono agli Stati politiche o riforme economiche dall’evidente impatto sui diritti umani e/o che contribuiscono alla violazione degli stessi”, come ad esempio la privatizzazione dei servizi pubblici, della protezione sociale, il taglio dei posti di lavoro, allora quelle istituzioni possono essere ritenute “responsabili” […]

Nell’articolo di Altraeconomia: “L’austerità contro i diritti umani. Le istituzioni internazionali devono risponderne. Forse” si entra velocemente nel dettaglio del lavoro di Bohoslavsky, ma anche qui, la notizia è iniziare a puntare in cagnesco le fonti del problema: Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Centrale Europea. Non le uniche responsabili della disuguaglianza moderna ma di sicuro tra quelle più di spicco, con l’FMI che svetta glorioso in qualsiasi disgustosa classifica al riguardo.
Contando che Altraeconomia, con convinzione assoluta, si schiera in modo paritario sulle stesse posizioni de L’Internazionale relativamente a immigrazione, migranti e lotta al razzismo, (mi) risulta evidente collegare queste tematiche all’austerità condannata nell’articolo attraverso Bohoslavsky.

Forse il razzismo non centra niente. Forse.

Magari la parola razzista è soltanto usata da chi ha interesse a portare avanti un’economia mondiale disuguale.
Il razzismo è pura fogna mentale e su questo non voglio che chi passi da quello che scrivo abbia dubbi.
So che per capire il pensiero di una persona bisogna entrarci in contatto e frequentarla, e chiunque mi frequenti non mi può definire razzista. Perché non lo sono e perché frequento persone in possesso di sufficiente intelligenza per comprenderlo.
Poi che un imbecille mi dia del razzista mi suona indifferente.
Detto questo per me razzista è colui che considera inferiore un altro essere umano per questioni di razza.
Da qui il termine.
Razzista.
Fogna mentale.
Ma le acque reflue possono essere depurate e rese acque cristalline, o almeno fetere di meno, e pertanto non sono razzista, perché se anche mi trovo di fronte un vero razzista non lo considero inferiore ma, temporaneamente, offuscato da idee reversibili.
E temporaneamente, purtroppo, potrebbe essere un’intera vita.
Un vero razzista considera un nazista un essere inferiore, non un essere umano con idee e comportamenti modificabili. Ma se non sono razzista a trecentosessanta gradi allora non esistono essere inferiori o superiori.
Mentre le idee possono avere una classifica: essere alte oppure infime ma generate da uno stesso cervello perfettamente funzionante e di pari potenza, senza alcun rapporto definitivo col colore della pelle, la lunghezza degli arti o la circonferenza del cranio.
Idee, materiale polimorfo e trasmutabile.
Impoverire economicamente un popolo, all’interno di una società che fa sentire riconosciuti i suoi membri solo attraverso uno status ostentato di grasso benessere, non crea alcun terreno sensato per l’integrazione dell’ immigrato indigente. Al contrario, l’immigrato verrà visto esclusivamente dal non benestante (e da chi si considera tale) nella sua esclusiva connotazione negativa, e contando che in tale regime economico il benessere viene sempre più contratto piuttosto che diffuso essere contrari agli sbarchi diventa un risultato scontato.
Questo però non è razzismo. perché le basi della non accettazione dell’altro non poggiano sulla differenza razziale, sulla presunta inferiorità o, al contrario, temuta superiorità fisica. Ma poggiano sul timore che le condizioni di vita di un’intera società possano continuare a peggiorare, insieme a quelle dei nuovi arrivati, portando ad un malessere, se non ad una vera e propria miseria, generalizzata.
La tanto citata a sproposito guerra dei poveri.

[Detto questo, quando una barca in mare, piena di migranti, viene intercettata, è un dovere umano prima ancora che giuridico trarre in salvo gli occupanti. Ma se davvero si vogliono avere le coscienze pulite, bisogna eliminare le condizioni per strappare un popolo dalla sua terra d’origine.]

Pretendere di ridurre realmente la povertà significa pretendere politicamente di ridurre in modo colossale le disuguaglianze economiche. E ridurre tali disuguaglianze porta all’esistenza di una società più equa, dove non vengono distrutte altre nazioni costringendo all’emigrazione i loro abitanti, per farli poi giungere nel recinto dei loro stessi carnefici, che sapranno nuovamente sfruttarli per incrementare di continuo le disuguaglianze.

Quindi si, mi arrabbio per tutti quelli che strillano di razzismo, di permettere nuovi sbarchi infiniti, di pietà e carità quando poi tutto questo indignarsi non lo si dirige alla vera fonte del caos, a quella macchina infernale di sterminio che è l’alta finanza speculativa, perfettamente inserita nell’economia di stampo neoliberista della società globalizzata.
La politica deve riprendere completamente il controllo sull’economia e per farlo bisogna pretendere un nuovo corso della storia. Nuove idee che rompono completamente con l’accettazione dello sfruttamento, dei crimini contro l’umanità giustificati dall’austerity, dell’ammettere che gli interessi finanziari possano costringere i popoli all’emigrazione.
E’ austero colui il quale assomma nelle sue mani ricchezze pari a miliardi di persone sulla Terra?

A dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari. Il trend è netto e sembra inarrestabile.

Angelo Mincuzzi – Il Sole 24 Ore, 21/01/2019

Questo, semplicemente, non è tollerabile.

Se cambiano le idee, in un numero sufficiente di teste, allora poi ciò che deve succedere succede. Naturalmente. E più veloce di quanto ci si possa illudere.
Soltanto cambiare le idee, il materiale più malleabile del creato. Trasmutare.
L’inizio di qualsiasi giustizia.

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