Il “mio” Monte Helm

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non è il Monte Elmo.
Ma sulla carta, cioè sulle mappe, il Monte Helm è il Monte Elmo, piantato sul confine italo-austriaco, a dominare da una parte il paese di Sesto e dall’altro quello di Sillian, da cui in effetti ho deciso di salire.

Non è importante il dove e il quando, è importante il come.

Il sentiero per arrivare in vetta si chiama Heimatsteig e al di là del suo significato (spiegato per altro in italiano da un primo cartello informativo ad inizio percorso) il suono della parola è già una spinta ad affrontarlo.
Heimatsteig.
Sembra qualcosa di potente, fiabesco e definitivo insieme. Sicuramente nelle orecchie del mio cervello.

Quella mattina di un giorno di agosto, nemmeno troppo presto, avevo deciso di metterci i piedi sopra per una semplice ragione: sulla mappa della Kompass è tracciato come un’autostrada di montagna. Un sentiero immancabile anche attraverso le nuvole che avevano pensato di scendere dal cielo verso terra e avvolgere il tirolo austriaco in un bianco indefinito. E indefinibile.
Conosco zero di tutto il tirolo in genere ma stando pure in un’altra nazione, anche se a pochi chilometri di macchina dal confine con la mia, non avevo tutta quell’intenzione di perdermi nel nulla, tra le immense pinete di ogni montagna circostante.
E comunque, come dicevo, non è importante tutto questo, è importante il come.
Come io ero, all’inizio.
E come sarei diventato, in alto, fuori dalle nubi.

L’Heimatsteig parte parecchio inclinato e rimane parecchio inclinato fino alla fine.
Sentivo i miei passi quella mattina, li sentivo uno dietro l’altro e li sentivo stanchi. Non di quella stanchezza che segue una giornata di grandi fatiche e splendide soddisfazioni, perché quel tipo di fatica è in realtà intrisa di gioia, ricordando ciò che si è fatto e raggiunto.
La mia era una fatica triste, al seguito di una giornata precedente in cui avevo in parte sbandato per le strade dell’Austria, cercando nulla in particolare e sperando di trovare una traccia da seguire, fuori dalla noia e da una luce del giorno troppo dura e bianca per i miei recettori del paesaggio.
Il corpo seguiva una mente stanca, pesante. I pensieri portavano nei loro vortici le parole “non stai bene”, “le gambe non rispondono”, “qualcosa ti sta ammalando”. E frasi come quelle paiono ricami oscuri dal potere di amuleti, a ripeterle, anche silenziosamente, solo a leggerle mentre scorrono dietro gli occhi, indeboliscono il lettore.
Una preghiera buia, tra il vuoto lattiginoso del cielo.
Il come, dicevo. Il come stavo avanzando. Era una pena e sapevo non doveva esserlo.
Io, insieme a tutti gli altri, io e la razza umana, possiamo seguire il corso di fiumi torbidi. Acque insalubri che sfociano dentro mari fatali ma dentro i quali non dovremmo avvicinarci, cercando un ormeggio lungo il corso e fermando per un momento la nostra barca.
Esattamente quello che ho fatto, rifiutandomi di continuare.

Mi sono fatto una domanda. Una semplice domanda le cui parole messe in fila costituivano già la risposta, compresa la soluzione.
“Vorrai ricordarti così, ripensando ad oggi?”
La retorica è roba antica, eppure funziona sempre.
Me lo sono ripetuto:

“Vorrai ricordarti così ripensando ad oggi?”

Credo che lo sappiamo tutti, o quantomeno in molti: i pensieri creano la materia. Giordano Bruno lo diceva a suo tempo, insieme a tante altre cose ma per quanto mi riguarda aveva ragione come fosse la parola di Dio.
Di un Dio.
I miei pensieri stavano creando la mia materia. I tessuti, i muscoli, le ossa, la carne, i singoli capelli e l’intensità degli impulsi elettrici nel cervello.
Cambiandoli, da un istante all’altro, la materia è cambiata.
” Vorrai ricordarti mentre arranchi? Mentre le tue nubi avvolgono ogni passo invischiandolo al suolo?
Oppure vorrai ricordarti mentre voli in alto su questo sentiero?
Sull’Heimatsteig e porco diavolo se non suona stupendo!
Heimatsteig.
Heimatsteig!
Corri brutto stronzo che non sei altro. La fatica è un pensiero, ed è inutile. Lo stare male è un pensiero ed è inutile, come il mal di pancia, le gambe dure, la testa altrove.
Tutto inutile.
Cammina!”
Non scherzo, è bastata la velocità della mente e quando ho tolto l’ormeggio, quando ho solo un fatto un passo oltre, stavo davvero correndo.

Non c’è altro da dire perché questo è ciò che è successo e non è la prima volta. Spesso ho usato la parola alchimia per descrivere il cambiamento nella sostanza intellettiva. Ho parlato delle rocce delle montagne come elementi prodigiosi che mutano la composizione dell’anima, ripulendola o esaltandola, facendola uscire dai loro percorsi luminosa e forte quando ci era entrata inizialmente oscura e stanca.
A volte capita, forse sempre.
Ma quel giorno non ho mai provato un cambiamento così repentino e definitivo.
Nessuna roccia, nessuna magia esterna. Ho recitato le mie formule, le ho ideate e hanno funzionato. Non è stata la montagna a cambiarmi, io ho cambiato la montagna: un passo alla volta le nuvole si sono disperse, nel cielo è entrato il Sole, la luce si è lanciata tra le linee alte dei pini, facendo esplodere di scintille l’acqua dei torrenti, aumentandone il suono.
Come un’altra vita che sorge.

Lo so, sono un dilettante e mi capita liberamente di poetare.
Sulla cima dell’Helm ci sono arrivato sudato e felice con la stessa identica intensità. Non ho corso, in salita corre solo Kilian Jornet, ma ci sono andato vicino.
Non ho messo piede solo sull’Helm, sono salito anche sull’Hochgruben e da questo fino alla croce dell’Hollbrucker Spitze, poi sono tornato indietro mentre il cielo si oscurava a notte e quando ha riversato una mezz’ora abbondante di pioggia torrenziale ero all’asciutto sotto una sporgenza di roccia provvidenziale. Una tettoia di pietra che mi ha permesso di godermi lo spettacolo del brutto tempo in quota da una terrazza privilegiata.
Quando ha finito, uscendo dal riparo, guardando le Dolomiti alla mia sinistra ricomparire tra vortici di nubi e lame di luce sapevo di essere al cospetto di una giornata grande. Una di quelle in cui la corrente che le attraversa non è mai naturalmente intuibile ma è sempre dalla mia parte, mai contro, basta solo lasciarsi andare, abbandonarsi.

Si, possiamo seguire lo scorrere di fiumi gorgoglianti e azzurri, la cui forza impetuosa ma governabile può portare la nostra barca dentro oceani calmi, dove godere di un orizzonte a metà dell’infinito.
Sono un dilettante ma amo giocare con la chimica.
Una certa chimica.
E salendo sul mio monte, sull’Helm, ho trasmutato i pensieri inutili, quelli che toglievano laddove potevo aggiungere. Il non puoi in posso, il non sono in ciò che voglio che sia.
Avrei potuto camminare fino a notte e attraversarla tutta, avrei potuto fare luce nel buio.
So che chiunque lo può fare, se quel chiunque cerca le proprie formule. Troverà l’alchimia.
Qualsiasi elemento in oro.

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