Il dono della malattia

Ho completato la Via Degli Dei il primo gennaio di questo nuovo anno. Da Bologna a Firenze, camminando da solo e conoscendo persone che infine mi è dispiaciuto salutare.
Il due gennaio ero sul treno di ritorno.
Il tre gennaio, a sera, avevo trentanove di febbre.

Non tutte le malattie capitano come un castigo di Dio sbocciando dal nulla.
Certamente non la mia.
Dopo il quarto giorno di febbre a trentanove, senza quasi tosse né alcuna soffiata di naso, finalmente le feste son terminate e ho potuto trascinarmi dal medico.
“Non si tratta di influenza” mi disse e dopo che gli portai la lastra ai polmoni, fatta la mattina stessa, la sua diagnosi fu polmonite. Dovuta però a fattori non comuni. In sostanza non si trattava del classico pneumococco, ma di altro.
Mycoplasma Pneumonie, identificato in seguito ad esami di sangue e urine.

Non (mi) importa nulla di come io e il mio ospite siamo entrati in una relazione così calda e avvolgente.
Ciò che mi ha lasciato affascinato, dopo che i due antibiotici per bocca e per siringa hanno iniziato a fare effetto, è stato come i desideri, alla fine, vengono esauditi.
Non tutti, lo so.
Soltanto quelli più veri. Quelli che uno può sentire nel profondo senza averne piena coscienza.
Io volevo ammalarmi, da un sacco di tempo. Perché volevo fermarmi
e non riuscivo più a farlo.
Fermarmi.

Negli ultimi mesi mi sono perso.
Ho camminato su montagne di tutti i tipi. Alcune mai viste ed altre che conosco come le mie stesse scarpe.
Ho percorso sentieri e ne sono uscito, ho messo le gambe dove sapevo cosa avrei trovato e le mani su rocce mai afferrate prima.
Un sacco di chilometri. Un sacco di panorami, di cieli azzurri e foto archiviate dentro nuove cartelle.
Poi arrivava la sera di ogni sabato, andavo a dormire, con le gambe forti, e mi sembrava di esser forte anch’io. Ma non era vero.
Da qualche parte sotto la pelle, dove le cose vere sussurrano senza essere ascoltate, io volevo ammalarmi.

Mi è difficile raccontare tutto, nemmeno ne sento il bisogno. Certamente avevo perso il sorriso, insieme alla parte leggera del vivere, quella che si muove come uno spirito, capendo le rocce, il respiro della terra o la consistenza del vento.
Non sono mai solo, a meno di non perdere il contatto con l’essenziale.
Prima di partire per Bologna, ed iniziare quell’ultimo cammino, mi sentivo come una goccia che cade lontano dalle altre di pioggia.
Volevo andare, volevo farlo, volevo tracciare ancora una linea nella geografia dei miei territori.
E poi crollare.
Perché mi ero perso.

Mi sono raccontato che avrei potuto raggiungere l’ovunque. Che il mio corpo poteva sorreggere tutta la libertà che volevo concedermi. Che andava bene farlo da solo perché nessuno poteva starmi accanto.
Che ero speciale.
Che ero uno stronzo.
E intanto andavo in pezzi, senza badarci.
Lo sapevo che qualcosa mi avrebbe fermato, in fin dei conti lo desideravo e sfidavo quello stesso desiderio.
Ancora un passo, ancora una cima, ancora un ricordo.
Ma quando farlo diventa un bisogno senza alcun conforto e le persone che amo sembrano solo ombre che mi camminano intorno, allora tutto è sbagliato. E smetto di divertirmi. Smetto proprio di funzionare, parecchio prima che lo faccia anche il corpo.
Capita allora di aver paura di cose stupide e nella testa mi accompagnano canzoni e ritornelli di cui non riesco a liberarmi.

La malattia a volte è un dono, soprattutto in quel periodo fantastico chiamato convalescenza. Dove ciò che si è stati si può guardare a distanza.
Adesso mi sto riprendendo, lo so.
A desiderare davvero non si sa mai come si verrà esauditi ma ne sono felice.
Ne sono felice da dire lo giuro.
E non ho fretta di ricominciare un sentiero. Un pò mi mancano si, ma sono tornato a badare a cose che avevo dimenticato. Quando il corpo rallenta lo fa anche la mente e si ha tutto il tempo di contemplare.
Di assaporare un gusto in bocca.
Di pensare mentre si parla con un amico, dopo quasi venti giorni chiuso in casa.
Le cose essenziali, che a volte la malattia fa ripassare.

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