I dubbi sull’informazione. Chi scrive, chi legge

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Seguo un filo mentale semplice.
Cito tre nomi a caso: Corriere della Sera, Repubblica e Tg di La7.
Li ho nominati perché se devo andarmi a cercare delle notizie fresche, quelle proprie dei quotidiani o dei Tg, so che uno di loro non è mai abbastanza.
A volte tre non ne fanno uno, magari anche cinque o sei non ne fanno uno. Eppure, anche se spesso dove loro stampano io non leggo e dove loro si fanno sentire piego le orecchie dalla parte opposta, non credo che su certi fatti raccontino balle. Gli esseri umani sono troppo meravigliosi per raccontare fandonie sui giornali che amministrano.
Credo semplicemente che quei fatti li raccontino a modo loro. O non li raccontino affatto.
Che poi è un comportamento comune. Ognuno racconta quello che vuole come vuole. Io compreso.
Penso però che su alcune testate, che magari vorrei pure dare, il raccontare come si vuole non sia proprio una scelta libera.

C’è un libro vecchio come il cucco, e comunque più giovane di me, scritto da Noam Chomsky e Hedward S. Herman: La fabbrica del consenso.

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Si trova a poco prezzo e se uno si prende qualche giorno di vacanza dal Corriere della Sera magari lo si legge anche tutto prima di invecchiare.
Pur essendo del 1988 è sempre attuale, almeno quanto il problema della gastrite o della forfora. E’ ambientato negli Stati Uniti, l’assassino lo si conosce fin da subito e comunque non è il maggiordomo.
Parla di come gli organi di potere filtrino l’informazione resa al pubblico, omettendo o distorcendo sapientemente le notizie a loro scomode.
Chi siano questi organi di potere non viene taciuto e comunque si parla sempre dei soliti noti. Il modo in cui l’informazione venga manipolata prima di essere scritta o trasmessa è documentata con decine e decine di esempi, messi lì sotto il naso come il miele davanti all’orso.
In sostanza viene dimostrato che i giornali non sono liberi di dare le notizie come vogliono, i giornalisti che lavorano nelle redazioni sono sottoposti a forti pressioni esterne e i tanto strombazzati scoop storici, come il Watergate, in realtà non sono altro che cacatine di mosca sulla tovaglia fatte passare come notizie sensazionali. Magari per distogliere l’attenzione da roba più grossa, tipo lo scandalissimo del CoIntelPro, che provava a venire alla luce giusto poco prima dello scoppio del Watergate.

Bhè, proprio nulla di così nuovo. Infatti il libro è di quasi 30 anni fa.
Quello che mi piace tantissimo di Noam, visto che Herman non lo conosco a parte questa pubblicazione, è la sua attenzione nel documentare ogni dato importante di cui parla.
In questo modo, se si vuole discutere con lui, bisogna fornire altrettante fonti convincenti per confutarlo. Inoltre rende facile la consultazione per trovare supporto alle sue tesi e questo permette di rendersi velocemente conto se ci sta servendo nel piatto qualche piccolo, fetente, bocconcino da mandar giù.
Tutto sommato questo dovrebbe essere da un lato il lavoro che mi aspetto da un vero giornalista (anche se Noam non lo è di professione, visto che ufficialmente è un professore di linguistica al Mit di Boston) ovvero dare delle notizie e supportarle con fonti certe. Dall’altro però c’è il lavoro del lettore, che nel mio mondo immaginario, sugli argomenti dove vuole avere un’opinione sostenibile, dovrebbe dubitare di ciò che legge e cercare sempre una conferma ai dati che gli vengono proposti.

Ora, si parlava all’inizio di quei tre, a caso, presi nella massa: Corriere della Sera, Repubblica, La7. Tralasciando le trasmissioni di puro intrattenimento di La7 e andando su quelle giornalistiche.
Qui sotto ci sono i link ai loro cda.
Non roba citata da altre fonti, proprio i loro cda presi dai loro siti.
Almeno su questo vedo di fidarmi.
Cda Corriere della Sera.
Cda Repubblica.
Cda La7.

Dal sito di PaginaUno inserisco anche il diagramma che sintetizza meglio il concetto. Il grafico non è recente, è del 2010, ma sostituendo qualche pedina, tracciando qualche nuova linea e soprattutto capendone il senso lo si può trasferire a qualsiasi data contemporanea.

mappacontrollostampa-www.paginauno.it/

Il problema non è la faziosità con cui le notizie vengono oppure non vengono date da una certa penna o emittente. Il problema è saperlo, esserne coscienti, preparati e cercare su più fiorellini il nettare che stiamo inseguendo. Probabilmente avrà sapori differenti, alcuni proprio ci verrà da sputarli ma alla fine avremo riempito la pancia, nera e gialla, di quello che riterremo il meglio dato da ogni pianta.
Avremo la nostra informazione.
Costruita con le nostre ricerche a partire da una notizia, o un argomento, che ci interessa.
C’è anche un modo per essere sicuri di aver costruito una nostra, buona, informazione: il non esserci comportati da tifosi.

Sono in Italia, l’esempio più classico che ho davanti al muso parlando di tifosi è quello calcistico.
Non importa cos’abbia fatto nella sua storia una squadra, quali glorie abbia conquistato e risultati raggiunti, agli occhi dei tifosi avversari sarà sempre una adrem, da leggere all’orientale, da destra verso sinistra.
Partendo con questa tossina in testa, quella del tifoso, ogni notizia, ogni fatto, fonte, informazione giunga da quelli che si reputa avversari sarà sempre la parola di prima. Da leggere come prima.
È un cavolo di casino non comportarsi da tifoso e forse, un pò, lo si è sempre. Ma più ci si rende conto del problema più lo si può combattere nell’intimo del proprio cervello. E la cosa servirà anche ad evitare qualche clamorosa figura di madre (anagramma di adrem) al cospetto di gente più preparata di noi. Che c’è e ci sarà sempre.
Detto questo credo sia quindi possibilissimo che esista un essere vivente in grado di avere idee facenti parte dell’ideologia di sinistra e di destra all’interno della stessa calotta cranica. Magari anche estreme ma non lo trovo strano. Penso che solo un tifoso voglia aderire come un adesivo alle idee di un partito o una corrente, senza metterle in discussione e ripetendo slogan che manco capisce. Magari ha solo bisogno d’affetto, suo padre lo ha fatto sentire una derma (anagramma di madre) per tutta la vita e il partito o la squadra vincente lo riscattano.

Lasciando stare la psicologia che mette ansia, l’unica cosa che vedo certa è il dubbio.
I miei autori preferiti, tra cui proprio Noam, anche se non si sarebbe mai detto, oppure Terzani, me l’hanno sempre ripetuto: dubita, anche e soprattutto di noi, noi Terzani, noi Chomsky, che avremo una bella montatura di occhiali e una barba rassicurante ma potremmo tranquillamente metterti un pò di dream (anagramma di derma) nel panino facendotela passare per cioccolato senza che tu batta ciglio. A meno che tu non dia peso a quel vago retrogusto poco edificante, al primo morso, e non ti metta a dubitare prima di sferrare il secondo.
Tra tutte le posizioni mi sembra la più sensata.
Mi fa sentire attivo mentre leggo e mi evita fastidiose infezioni gastrointestinali alla fine di un’articolo.
Evidentemente chi consiglia in questo modo va sicuro di quello che ha scritto. Quasi sfrontato.
Troppo?
Probabilmente.
E da lì nasce il dubbio.

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