Fuori area – Pizzo Dosso Cavallo

Per chi fosse seriamente interessato ad andare fuori dalla uallera, in un luogo dove solo con la sfortuna più accanita c’è possibilità di presenza umana sul percorso, consiglio di inerpicarsi sopra l’appartata cresta di collegamento tra il Monte Verrobbio e il Pizzo Dosso Cavallo.
Nessuno l’ha mai sentita, nessuno la nomina mai, nemmeno in privato. Nemmeno per imprecare a caso. Se a qualcuno pare di conoscere quei posti si sta sbagliando, eppure quella cresta esiste e ci rimetterò le suole sopra in un futuro indefinito, quando ne avrò piene le tasche per qualcosa e avrò da decidere di un posto dove andarle svuotare.
Ad intende la metafora.

Partenza dal passo San Marco, quello delle Orobie bergamasche, oltre Mezzoldo, ma per quanto mi riguarda uno potrebbe partire anche da Campobasso.
Inizialmente la segnaletica da seguire è quella verso il passo del Verrobbio, non per il sentiero che inizia da Cà San Marco ma seguendo la cresta alla sinistra del Passo San Marco, dove c’è la piazzola di sosta, il cartello stradale omonimo, tappezzato di adesivi, e la vista della Valtellina davanti al muso.

Il primo pezzo è già bellissimo di suo, con una traccia appena impressa tra erba e roccia, sospesa in mezzo al confine bergamasco e valtellinese.
Le creste servono a far respirare la parte più profonda dei polmoni. Servono a cacciare nel corpo il vuoto, facendolo giungere da ogni direzione, e quando ne è stato immagazzinato abbastanza, quando cioè la pressione del vuoto esterno è pari a quello che è stato inspirato, allora inizia la pace.
Soltanto i passi, le mani che prendono e lasciano la roccia, il Sole, mentre i pensieri che non servono vengono espulsi, rilasciati nell’aria a sbiadirsi e tornare ad esser nulla.
Fuori dal corpo. Fuori dalle scatole.
Fuori.

Il Monte Verrobbio arriva in fretta e lì ci si deve bloccare. Proseguendo in linea retta, in breve, si finirebbe a scendere nei luoghi belli ma addomesticati del passo del Verrobbio.
Volgendo invece lo sguardo a nord, verso la Valtellina, ecco che l’anima solitaria può già assaporare il suo cibo più raffinato: la solitudine.
Una cresta perpendicolare a quella appena percorsa porta al Pizzo di Val Carnera e, in fondo, più in basso e con una croce posticcia a sfidare il nulla, la gobba del Pizzo Dosso Cavallo.

Mappa_monte_Verrobbio-Pizzo_Val_Carnera-Pizzo_Dosso_Cavallo

A dirla tutta fino all’ultimo, il giorno che ho deciso che quell’area del territorio Valtellinese si sarebbe dovuta estendere nella mia geografia personale, nei territori che la fantasia ha fuso insieme in una distesa mitica di spuntoni, pareti, fenditure e tracciati, collegati tra loro dalla sensazione di essere fondamentali ed eterni, quel giorno ero in compagnia di una mia amica.
Eravamo appena usciti fuori da un riparo di fortuna costituito da una roccia enorme coricata su altre a terra, mentre sopra di noi il temporale improvviso ci aveva sorpreso sulla strada del ritorno.
Le nubi, trascinate dal vento, si erano portate via tutto: la luce accecante dei pomeriggi di luglio, il caldo spietato, il mio silenzio e qualsiasi malavoglia.
Dopo quel risveglio, sulla terra appena battezzata dal cielo, avevamo deciso di prendere una traccia di sentiero, che costeggiava il versante di una serie di rilievi di cui ignoravo qualsiasi attribuzione ed appartenenza.
Linee sconosciute, profili intoccati.
Dietro di essi, da est, avevamo visto il nero avvicinarsi, costellato di fulmini e dal basso boato che li accompagna.
Ora che il temporale era sparito, ad ovest, la luce si era fatta miele. Dolce, cremoso, avvolgente miele della sera. Per chi comprende ciò che dico.

Passo_del_Verrobbio-Passo_San_Marco-Valtellina

Abbiamo camminato così, per forse un ‘ora, alzando a volte la macchina fotografica per glorificare le evoluzioni di luci e nubi che riconfiguravano incessantemente il lungo tramonto all’orizzonte.
Arrivati nei pressi di un canale di detriti, come un modesto torrente di pietrisco immobile discendente dalla cresta sopra di noi, la mia amica si è fermata. Oltre, la traccia spariva completamente e il terreno diventava leggermente più scosceso di prima. Siamo rimasti d’accordo che avrei proseguito per un breve tratto, giusto per dare uno sguardo più avanti e rendermi conto di una cosa…
Si perché c’era quella croce apparentemente malandata, posta su di un’altura anonima, che mi attirava come il lumino di una locanda in una notte buia, davanti a me.
Non sembrava molto agevole arrivarci da dov’ero e infatti, andando avanti, in breve mi sono trovato su di uno sperone di erba e roccia, sospeso su pendenze di cui potevo fidarmi poco, oltretutto con l’erba bagnata a farmi d’appoggio.
Due camosci, come due sagome immateriali, sono apparsi e scomparsi tra le inclinazioni davanti ai miei occhi e più che un invito a proseguire li ho intesi come una cerniera a chiudere la progressione delle mie scoperte sul versante.
La croce là in fondo, ovviamente, era già diventata parte delle mie privatissime leggende e richiami.

La vetta del Pizzo Dosso Cavallo.

Tornando a parecchi giorni dopo quella sera con la mia amica, in una mattina fresca e radiosa, avendo alle spalle il Monte Verrobbio, ho iniziato a discendere una ripida sella per attaccare la nuova cresta.
In lontananza la croce concentrava sulle sue assi tutta la presenza umana di cui quel territorio sembrava spoglio.
In realtà si scorgono baite e bivacchi sparpagliati sia ad ovest che ad est del percorso, in basso, eppure è un terreno raramente calpestato, senza traccia, senza bolli o segnali, immerso nell’impronta della vegetazione e della roccia orobica.
Ciò per cui sento un attrazione carnale. Infallibile.

Qualsiasi pezzetto di terra alta, io preferisco non sottovalutarlo. E passare dal Monte Verrobbio per inoltrarsi vero il Pizzo di Val Carnera, rimanendo in cresta sin da subito, senza scorciatoie, costringe all’attenzione.
Un piccolo tributo di tensione in disarrampicata, giusto per vedere chi sia davvero motivato a proseguire.
Dopodiché, davanti alle proprie gambe, parte una rampa di roccia ed erba che immette sulla lunga dorsale fino al Dosso Cavallo.
È una linea sinuosa,
la traccia di un grande serpente di pietra. Ed a volte, quando passando da un masso ad un altro ci si ritrova in una posizione temporaneamente elevata, la si può ammirare per esteso, a condurre verso l’orizzonte di punte e di rocce della Valtellina.

La cima del Valcarnera arriva abbastanza in fretta, con un grosso ammasso di pietre ad indicare i suoi poco più di duemila cento metri di stazza.

Cima_Pizzo_di_Val_Carnera-montagne_Valtellina

Andando oltre la cresta abbassa progressivamente la sua traiettoria, qualche sbalzo nervoso del profilo costringe a salire, obbliga a tirar fuori le mani dalle tasche per usarle sulla pietra, o per aggrapparsi a qualche arbusto in discesa, ma per quanto mi riguarda, mentre il cielo iniziava ad ammassare nubi sopra il mio procedere, ho collezionato una quantità di divertimento che non accadeva da tempo.
Magari due settimane.
A stare larghi.

Potrei dire che in certi momenti mi immagino visto da fuori, come una silhouette che cammina profondamente felice su di una linea sospesa.
Il giorno che saprò di dovermene andare in un altro mondo, se mai avrò tempo per un ultimo pensiero, potrebbe essere il ricordo di una giornata come questa, o quella. Nelle Orobie, in Valsassina o nelle altre valli che forse un giorno verranno.
E osserverò di nuovo quella figura in bilico,
salire, scendere, salire di nuovo, fare un breve salto, fermarsi e…
sorridere?
Non ho mai sorriso tantissimo nella mia vita precedente,
non ho mai sorriso così sinceramente come su di una montagna,
negli infiniti sentieri. Mangiando qualcosa con degli amici, in alto, circondati dal niente.
Se così sarà quel momento, quell’ultimo istante, se così chiaramente mi vedrò come un osservatore esterno, mentre in un tempo passato godevo del camminare senza vincoli e tracce, allora sorriderò un’ultima volta e, magari, sorriderà con me chiunque possa starmi accanto.

L’ultimo tratto è tutto per il Pizzo Dosso Cavallo, la meta terminale e il punto d’incrocio del vento.
Quelle che mi erano parse assi di legno a formare una croce altro non sono che bastoni tenuti insieme da una corda. Incredibilmente risparmiati dal tempo.
Non so perché, non lo so mai, ma il pezzo finale, gli ultimi cento o duecento passi verso l’estremità del mio avanzare, sono stati stupendi.
L’avevo immaginato sin dalla sera con la mia amica, mentre, da solo, ero rimasto inspiegabilmente rapito da quella vetta incurvata, apparentemente docile, solitaria e marginale.
C’è una linea traversa che corre parallela alla cresta del Pizzo, più in basso, tagliando il pendio. E quella linea mi attira, mi ha attratto, agganciato, e forse, dico forse, potrei pensare ora che ho fatto quella strada solo per camminarci sopra una volta. Vederla da vicino.
Sentirla.
Nel mondo della mente tutto questo non ha molto senso.
Me ne rendo conto.
Ma per qualche altro mondo,
qualche altro mio mondo, ne ha. Eccome.

Cima_Pizzo_Dosso_Cavallo-montagne_Valtellina

A volte arrivare alla cima rompe un incanto.
Potrebbe capitare per innumerevoli motivi, come le nubi contratte che fanno cadere un’unica goccia sopra la mano, la stessa mano che si era messa d’impegno a sgusciare l’uovo sodo portato da casa.
Oppure valutare che la via del ritorno, diversa da quella d’andata, non appare così scontata com’era sembrata da lontano.
In realtà, ai piedi dell’essenziale croce di legno, quel giorno mi sono preso il tempo per mangiare non una, ma entrambe le uova sode con insalata, peperone e zenzero.
Quasi a provocare le sorti.
Tanto gli eventi hanno sempre l’ultima parola e quindi il vento, con sempre più decisione, ha iniziato a farmi intendere che la zona stava per diventare un posto sgradito agli umani. Almeno a quelli con le pretese di asciutto.
Non era il caso di sfidare il pendio sotto i miei scarponi, su cui avevo deciso la discesa, con l’erba bagnata.
Meglio alzarsi, conservare un minimo di dignità, e menare velocemente le tolle.

Io, si,
io adoro esplorare.
Mi piace già l’idea, ma la pratica è piacere allo stato folle.
Immaginare una traccia e mettermi pure a seguirla è unire quell’idea all’azione concreta, così come ho fatto più d’una volta, e pure quel giorno.
Discendere la vetta del Dosso Cavallo verso il Passo San Marco non è proprio la cosa più piacevole del reame. La pendenza è forte e nel primo tratto non si può fare affidamento su molte prese, o su troppe rocce, o gradini.
Ed è proprio in una tale situazione che quel miscuglio indefinibile di sensazioni, che spaziano dal timore alla paura, per disperdersi nell’esaltazione di essere vivo, libero su di un lembo di Terra solitaria prima o poi si fanno sentire, prima o poi sussurrano nella testa: questo è giusto, questo ha davvero valore.
Credo di essermi messo parecchio d’impegno nel non ruzzolare a valle quel giorno, usando ogni singola particella di Vibram nella suola degli scarponi e piantando con estrema convinzione le bacchette nella schiena della montagna. Come le banderillas nel dorso del toro, senza alcuna rabbia.
La cosa ha funzionato e una volta fuori, su di un piano finalmente orizzontale, con una baita che ci poggia sopra per confermarne la stabilità, voltandomi ho lasciato che il sublime potesse nuovamente intersecarsi con la vista.
Penetrando fino al cuore.
Il mio,
di rocce, inclinazioni, nubi e aria.

Passo_San_Marco-Pizzo_Dosso_Cavallo

Una piccola scheggia di sublime. Quanto basta.

E il sublime non è poca cosa, nel dizionario dei miei termini importanti.
Anche per Addison o Kant non lo era, ed al loro significato di sublime mi riferisco e mi mescolo: la stupefacente vastità e bellezza della natura senza l’uomo, ancora ritrovabile in alcune giornate, come questa, tale che la mente può vagare via sollevando ogni pensiero e sensazione scagliandole oltre la Terra, nell’eterno, nell’infinito da cui ogni particella proviene, o mi piace pensare che provenga.
Ed allo stesso tempo, mentre una parte dello spirito esulta, un’altra, forse meno potente ma viva, sente di quella natura la sua forza letale, presente ovunque, come il gesto distratto di una donna stupenda che potrebbe urtare un oggetto di vetro facendolo cadere, rompendolo per sempre.
Io sono quel piccolo oggetto di vetro e devo stare attento.
La mente è cosa da umani, nel limite delle mie capacità posso capire, posso intuire quando avanzare o retrocedere ed a volte provare può diventare azzardato, altre volte ritirarmi può sembrarmi vigliacco, ma necessario.
Comunque vada, alla fine, graffiato o ancora intero, ne saprò qualcosa di più rispetto a prima.
La chiamo educazione. Educazione naturale.
Qualcosa che ha davvero valore.

Questa storia finisce stranamente all’asciutto.
In realtà c’è voluto ancora un pò di tempo per imbroccare la via giusta del ritorno. In modo sistematico e perfetto sono riuscito casualmente ad evitare ogni singolo sentiero per riportarmi in cresta, fin quando un camoscio solitario, in bilico su di un crinale, mi ha fatto prendere fiducia e ho deciso di risalire un ripido canale.

Camoscio-Orobie-Passo_San_Marco

Avevo previsto un’altra traiettoria osservandola in precedenza dalla vetta del Dosso Cavallo ma andava bene così. La giornata era terminata, sentivo che la montagna mi aveva dato e in qualche modo, dal mio corpo, aveva preso.
Ora volevo soltanto varcare la soglia del rifugio San Marco 2000, mangiarmi una qualsiasi fetta di torta e osservare il cielo da dietro una finestra.
Un mese prima ero in Ladakh, circondato da montagne così nude e spoglie da sembrare che la vegetazione fosse stata lavata via dal mondo con un colpo di spugna. Forse per questo quel giorno di settembre l’erba e i colori ancora rigogliosi delle Orobie mi sono sembrati più forti, aspri e necessari di molte altre volte.
Può darsi.
L’importante è stato ritrovarle, sentirmi nuovamente insieme a loro, che sono spettatori e spettatrici indifferenti, immagino, ma che non è possibile spiegare, in qualche modo mi sento sempre accolto, condotto al loro interno quasi un ospite gradito.
Fantasie, ovviamente,
fantasie di un innamorato.
Di colui che non si aspetta nulla in cambio, e che quindi ogni volta, da loro ho tutto.

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