Dall’altra parte – Cima di Grem

Salita_Monte_Grem_dal_versante_ovest-cresta_sommitale

Ogni singola volta che ho parcheggiato la macchina al passo di Zambla e ho trascinato faticosamente le ossa fuori da essa ci sono sempre state due cose che sono finite nel mio campo visivo per prime: il Trapper, da una parte, e il Grem dall’altra.
Due cose parecchio diverse, anche a guardarle con nove diottrie in meno.
Una è una montagna di poco più di duemila metri di altezza, l’altro è un posto da forchetta, coltello e bavaglino per quando si torna giù dalla cima.
E il Grem è una gran bella cima. Più ancora di dove è piantata la croce di vetta, la sua estetica maggiore sta nella dorsale verso quella croce.
Una lunga linea non troppo larga ma che non ha nemmeno voglia di essere pericolosa, sospesa tra due pezzi di territorio della Val Seriana, immobile nel vento, che prova a spingerla in ogni direzione, e inserita in quel corollario imponente di altre cime prossime quali l’Arera, il Menna e l’Alben.

Personalmente per incontrarla, per andare a controllare che aria tira in alto e appoggiarmi alla sua croce, ho sempre seguito le istruzioni:
Caffè al Trapper.
Salita verso la Baita di Mezzo.
Baita Alta a seguire.
Taglio sulla sinistra per imboccare la cresta. Da sud.
Fatica.
Poi uno splendido momento di contemplazione. Prima dei passi finali.
Per anni non ho cambiato nulla di questo rito. Magari concedendomi solo la variante che passa dal bivacco Mistri, ad est della dorsale e imboccando infine la ripida rampa che sale da nord. Nulla di più.
Non mi stancherò mai di giornate così, beninteso. Ripetere una traccia che si conosce bene permette di assorbire la realtà che vive intorno, ad ogni metro, dall’odore di primavera, quando sovrasta l’inverno, al suono del vento nei boschi, o quello croccante e duro dei ramponi nel ghiaccio. L‘esplorazione invece, la prima esplorazione, porta sempre via l’attenzione dei sensi, per convogliarla tutta verso la valutazione del percorso. Cercare la nuova rotta, prendere i riferimenti, controllare la tensione, o tentare di liberarsene del tutto.
Quando questo succede, ogni tanto, un grillo inizia a suonare nella testa e quando fa cri-cri a lungo so che vuole dirmi qualcosa.
E il grillo parlante, davanti al Grem, da tempo si era messo a cantarmi delle avventure possibili sul versante ovest. Quello che non ha sentieri ma fianchi dirupati e linee cadenti, sui quali ho intravisto una soluzione. Qualcosa alla mia portata e qualcosa che avrebbe potuto diventare solo mio.

Il giorno in questione non era partito con l’idea di esplorare ma con quella di allenarmi e trasformare il Sole in tanta preziosa vitamina D da mettere in circolo a gratis.
Il Grem andava bene, le mie gambe l’avevano preteso dalla sera prima e mentre le stavo usando per guidare, il giorno dopo, le ho sentite caricarsi di energia elettrica non appena la cima è comparsa alla vista. Dopo un ennesimo tornante.
Il cielo stava illuminando una montagna quasi completamente spoglia di neve, eccetto per qualche linea bianca sui tratti sommitali, mentre l’aria di maggio doveva ancora decidere con quale temperatura iniziare la giornata. Fino a quel momento sembrava optare per un approccio freddo ma senza vento, con una mentalità da primavera. Libera e imprevedibile.

Quando ho poggiato la tazzina di caffè sul piattino e ho guardato fuori dalla finestra del Trapper mi sono detto che, per quella mattinata, seguire pedissequamente la solita trama non avrebbe funzionato.
No, non funzionava pagare il conto, raccogliere lo zaino dal baule e avviarmi verso la traccia nota. Poteva ancora andar bene pagare il conto e raccogliere lo zaino, cose che in effetti ho fatto, ma seguire la traccia nota mi rimaneva indigesto all’umore.
Insomma, la primavera, il Sole che si velava tra le nuvole, l’erba verde quasi illuminata da dentro e il parcheggio del passo di Zambla in parte deserto. L’animo tende ad esultare con simili segnali. Magari non qualsiasi animo ma il mio non si fa problemi al riguardo.
Mentre mi avviavo per la solita strada e continuavo a guardare la mia meta, arrivato ad un primo bivio potevo già scegliere che impronta dare al mio prossimo futuro: a sinistra avrei puntato verso il versante ovest; verso una linea di costa che partiva dagli ultimi alberi alle pendici del monte e sembrava salire ripida e diretta fin sulla cresta.
A destra avrei seguito cartelli e istruzioni, mi sarei goduto il bel tempo, avrei pensato a qualcosa e forse avrei avuto rimpianti.
A molti può sembrare bizzarro ma a volte capita non solo di vedere, ma di avvertire chiaramente la propria vita dividersi fisicamente come le due direzioni di un bivio. Sceglierne una, di direzione è scegliere una vita, per quanto insignificante possa essere la scelta. Un’altra vita si svolgerà con la scelta contraria. Con un nostro sé diverso, che farà altro, sentirà altro.
Sarà altro.
Ecco, io mi sono quindi fermato, ho davvero guardato le due direzioni di un piccolo destino tramutarsi in due esperienze diverse e ho provato nella pelle il loro ricongiungersi tempo dopo, davanti alla macchina nel parcheggio, in unico corpo, il mio, che rimetteva ogni strumento d’avventura nel baule e andava a mangiare.
Non c’era verso di vederla diversamente: io dovevo andare a sinistra.
Io dovevo andare verso il mio versante ignoto e assaggiarlo, solo quello avrebbe avuto senso, il resto sarebbe stato inutile. L’insoddisfazione puntava alla strada di destra e in quel momento l’ho abbandonata alla mia versione prudente.
Può sembrare bizzarro, davvero, ma la scissione si sente. Si sente una perdita, c’è un momento di mancanza nella struttura materiale dei tessuti e delle ossa, una parte se ne va. Quella che resta per certi versi è ignota come la direzione, ma ci si guadagna una cosa: che si fallisca o si raggiunga la vetta, ne sappiamo di più su quello che siamo.
Di quello che rimane dopo il bivio.
Personalmente io la chiamo ricchezza. Unica, vera, inestimabile ricchezza.
Insieme al tempo.

Tutto quello che ho appena scritto, un’altra persona avrebbe chiuso il discorso con una parola: serendipidità. Anche se non è puramente la stessa cosa.
Ci si avvicina ma in fondo in fondo chissenefrega.
Le differenze ci si può annoiare a scoprirle.
Nel frattempo stavo già camminando in terre sconosciute, quelle a cui non mi ci abituo mai istantaneamente.
Il carico dei timori, dei se, dei mah, dei boh è come un vestito che passo a passo tento di scucire e disfare, una specie di gabbia mobile e malleabile. L’unico antidoto alla gabbia è avanzare, perché a fermarsi, dopo una scelta, quel vestito si stringe diventando una camicia di forza. E costringe a tornare.
Costringe, punto.
Alla rinuncia.
La ghiaia ha scricchiolato sotto le suole per un tot di percorso poi, se volevo davvero arrivare dove mi ero proposto, avrei dovuto tagliare fuori da ogni traccia e ad un certo punto sono salito in diagonale su di un pendio d’erba gialla fino alla comunità di bassi alberi visti in precedenza dal basso. Una cinta di vegetazione a ridosso dell’attacco alla dorsale.

Mentre mi ci avvicinavo due grosse sagome indefinite si sono mosse tra i tronchi e per qualche strana ragione, né allora né ora sono in grado di dire cosa fossero. Camosci probabilmente ma dalla loro andatura e dimensione non ne vado certo.
Di sicuro, alzando lo sguardo, gruppi di veri camosci si stavano muovendo nell’area dove avevo intenzione di salire. Tutta l’umanità di montagna aveva la sua cittadinanza sul versante est del Grem, mentre il regno dei suoi reali abitanti stava ad ovest. Ed io stavo invadendo il regno.
La situazione mi garbava e probabilmente garbava meno quegli animali, che mi fissavano e correvano come a studiare il nuovo arrivato.
Speravo soltanto di non fare brutte figure sotto i loro sguardi attenti. Dovevo esser degno di quel territorio.
Dovevo divertirmi per farlo, ed era bene che iniziassi subito. Visto che i passi successivi li avrei mossi su di una pendenza da quattro zampe e verso una traccia da inventare.

Il cuore del problema stava tutto lì, nella massa di roccia ed erba che mi sovrastava e che avrei cercato di sovrastare.
Capovolgere i rapporti di forza: da piccolo umano ai suoi piedi, ai miei piedi sopra la sua grandezza.
Quelli sono i classici momenti da capire un metro per volta. Come nelle mie fugaci esperienze di arrampicata ho imparato, spesso basta spostarsi anche meno di un metro, allungare il braccio fin dove la mano può arrivare, ma dove si pensava non ci fosse nulla da stringere, e un appiglio invincibile al vuoto permette di superare un passaggio altrimenti illeggibile.
A pensarci è un fatto scontato. A pensarci con la mente seduta comoda.
Dal vivo invece bisogna compiere un rito, propiziatorio al Dio della gravità. Colui che trascina a terra chiunque scherzi con la sua legge.
Non potevo far altro che fermarmi.
Ho inspirato più lento, e profondo, tentando di strappare ogni respiro al ritmo delle preoccupazioni.
Sempre loro.
E’ difficile da comunicare con le parole piuttosto che il corpo, ma il respiro può modificare il pensiero.
Pensieri incontrollati generano respiri incontrollati e l’affanno alimenta nuovi pensieri caotici. Due situazioni che si chiudono a cerchio, in movimento continuo e accelerato. Per spezzare qualsiasi trappola basta ricontrollare il respiro, prenderne pienamente possesso, dargli un ordine.
Il proprio ordine.
Respiri nuovamente regolari creano pensieri ordinati, domati, fino a sparire dentro un’intensa concentrazione. Ed allora nel muoversi diventa chiaro cosa fare, dove prendere, dove fermarsi, cosa evitare.
Un metro alla volta.
Fino alle soglie radiose del divertimento.

La traccia che mi sono inventato stavolta, per giungere sul costone, non può essere descritta a parole ma solo a passi.
Non c’è stato quasi mai bisogno di mettere le mani al suolo o su qualche roccia per tirarmi su, anche col morale. L’unica tensione che avevo era sulla praticabilità della salita finale, una volta che avessi superato il blocco che stavo affrontando.
Del resto l’ignoto ha questa caratteristica, non lo si comprende fino a che non ci si passa attraverso, dopodiché muta la sua natura divenendo noto e quando ciò accade la mia piccola missione di una giornata si compie.
La coscienza ingloba nelle sue terre un nuovo pezzo, che diventa quindi un mio pezzo, ed allora sono anch’io montagna. Salita dopo salita, aggiungendo nuovi percorsi sulle forme inclinate di una cima, ogni sua faccia, ogni suo angolo e rientranza diventano geografie del mio stesso pensarmi.
Dopo anni, guardando quella particolare vetta, io mi vedo.
Il vero punto chiave di quel giorno è stato dunque nel decidere di farlo. Stop.
E quando ho superato l’ostacolo, quella specie di muraglione d’erba e roccia che mi ero posto come sfida, guardando in alto ho intuito che ormai, la parte sostanziosa, era alle spalle.

Non rimaneva altro che salire, puntando al Sole. Tra erba e lastre di neve e ghiaccio multiriflettenti.

La pendenza percorsa, dopo averla percorsa.

Quando sono arrivato alla sommità del costone e ho puntato l’obbiettivo della macchina fotografica alla mia sinistra, la linea di cresta terminale, fino alla croce, mi ha trasportato in alto prima che con il corpo scagliando in cielo l’esaltazione.
Migliaia di frammenti di pensieri che diventavano aria, dissolvendosi in ogni direzione, dentro l’incontenibile vuoto circostante.

Stavo tornando al conosciuto e non mi dispiaceva, perché veniva finalmente il momento di godere del mondo, dopo la tensione di esplorarlo.
Null’altro.

Solo il lento silenzio di una vetta innevata, spoglia del volteggiare dei corvi e con la grazia di ospitare la mia unica presenza.

Ma non ci sono rimasto molto.

Come detto, una parte di me si era scissa al bivio di qualche ora prima, quindi lo ripeto per l’ultima volta: può sembrare bizzarro ma proprio l’altra parte, un pò, mi mancava.
Ero in mezzo a quei vuoti e quelle viste, provvisto solamente di uno spirito concreto, pratico, molto più legato ai tempi, alle distanze e alle prestazioni che ai brevi momenti di astrattezza e contemplazione.
Con quel sentire in corpo non potevo stare fermo a lungo, e dopo il terzo giro sulla stretta cupola sommitale ho salpato le ancore e ho fatto ritorno.
La parte di me che avrebbe potuto apprezzare era salita dal versante sul quale stavo per ridiscendere. Non ci eravamo ancora incontrati, ho immaginato quindi mi stesse precedendo e fintanto che sono arrivato alla macchina non ci siamo per nulla ricongiunti.
Dopo aver messo via lo zaino nel baule, mentre mi avviavo verso l’ingresso del Trapper, ho quasi temuto di aver perso completamente l’altra mia metà.

Ed è stato un timore inutile.
Quale miglior posto, per aspettarmi, se non nell’angolo del locale ancora spopolato di gente, dove il Sole tagliava di sbieco la tovaglia in una splendente e assoluta diagonale di luce.
Non che fosse la prima volta, che il Sole si auto-invitasse alla mia tavola, e di certo non l’ho fatto sloggiare, anzi ho osservato con piacere il concedere alla polvere di migrare nel suo raggio.
Sono tornato ad essere io, completo, nel momento esatto in cui mi sono seduto.
Non dirò più che è bizzarro, eppure succede, come si avverte a volte una divisione davanti ad un bivio, così si può avvertire un ricongiungersi, ad una tavola, dove ci si siede soli.
Ho mangiato felice quel giorno. Ho bevuto il mio vino dopo che quella felicità si era già messa in circolo, trasportandomi via.
Quando più tardi sono uscito nel parcheggio ed ho rivisto il Grem davanti agli occhi, ovviamente ho anche ricercato la mia linea di salita ed era là. Proprio nello stesso punto dove l’avevo lasciata. E incontrata.
Ho ripercorso con la mente la traccia, mi sono immaginato vedendomi a distanza.
Guardando la montagna, io, mi sono visto.

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