Cima di Eghen. La montagna dimenticata

in_cima_al_monte_Eghen

Quando si parla di conquista dell’inutile è bene farlo da professionisti. La cima del monte Eghen (non il pizzo d’Eghen sulla Grignetta) sembra sconosciuta persino agli abitanti del paese di partenza: Olcio. Questo è un ottimo indizio quando si vuole scoprire, esplorare e imprecare.

foto cartina di Lecco e Grigne con segnata la cima Eghen
Qui si va ad esplorare. [cliccando sull’immagine tutto diventa più grande] – Preso da cartina Kompass 105: Lecco/ Val Brembana –

Beccare il sentiero da Olcio sperando ci sia scritto monte Eghen da qualche parte è nemmeno da pensare. Si parte con una mulattiera e per prenderla bisogna trovare il cimitero. Proseguendo oltre si arriva ad un sottopasso della ferrovia con due archi, superati questi la mulattiera va su a iperbole.

Saioli salita
La foto (col cellulare a sera) serve solo a dare un’idea della pendenza. Se sembra che salga bella decisa è vero, sale bella decisa.

 

Ecco, tutto parte da qui. 1300 mt abbondanti di dislivello effettuati il giorno 8 gennaio 2016. Il sentiero per salire nella direzione del monte Eghen è il 17c, almeno fino alla bocchetta di Verdascia, poi diventa 17a, fino alla bocchetta di Calivazzo. Se dovete chiedere a qualcuno la direzione, almeno nel primo tratto dove qualche essere umano ogni tanto appare, chiedete della bocchetta di Verdascia o del monte Pilastro.
La vera fatica è in questo primo tratto: Olcio – bocchetta di Verdascia.
La mulattiera arriva in località Saioli, qui un quadrivio segna il sentiero 17c – bocchetta di Verdascia. Salendo, la mulattiera lascia spazio al sentiero. Si arriva quindi ad uno stretto spiazzo da cui si dipartono 3 possibili percorsi. Personalmente ho preso il primo a sinistra, quello più ampio, che però sembra arrestarsi poco dopo nei pressi di una baita diroccata. Probabile che gli altri 2 si ricongiungano più avanti. Ho seguito un percorso malandato fra due muretti a secco arrivando in breve ad un altro gruppo di case. Alla fine di queste il sentiero continua entrando nel bosco. Si passa accanto alla sorgente acqua del Gesso e qui si ricomincia a salire in cielo. Il sentiero diventa sempre più ripido e non smette praticamente mai fino alla bocchetta di Verdascia. Sbagliare è impossibile a meno di non avere gravi problemi cognitivi o soffrire di stati di confusione intermittenti. Molto probabilmente sarete circondati dalla totale assenza umana ma i bolli rossi che indicano la via sono frequenti come le lenticchie a capodanno. Se non ci sono i bolli ci sono delle targhette rosse e bianche così chiare e luminose che dicono semplicemente: guardami! guardami!

La bocchetta di Verdascia è un silenzioso incrocio per almeno 4 direzioni. Una è il torna indietro. Per allontanarsi dalla civiltà in modo repentino, tenendo Olcio alle spalle, bisogna girare a sinistra seguendo il sentiero 17a per la bocchetta di Calivazzo (da qui in poi i bolli segnavia saranno gialli).
Si sale ancora per qualche decina di metri di dislivello, girando attorno allo zucco di Savia

zucco di Savia sulla cartina
La cartina Kompass dice così. [cliccando si ingrandisce]

poi si arriva ad una quota dove il sentiero non sale e non scende più se non di pochissimo. È anche il momento dove c’è veramente bisogno di fermarsi e guardarsi intorno. Inutile star lì ad usare le parole, meglio esserci, magari con una macchina fotografica.

foto panorama valle del Sasso Cavallo
[Cliccando sull’immagine si ingrandisce] Panorama verso la valle del Sasso Cavallo.

Ci sono la Grigna settentrionale e quella meridionale viste da dove non si fanno mai vedere, il Sasso Cavallo e, guardando verso nord, il monte Eghen esce dal nulla.

 

Cima di Eghen, monte Pilastro
[Cliccando sull’immagine si ingrandisce]

Bene, c’è da camminare e magari il sentiero va tenuto sott’occhio: se c’è nevischio o ghiaccio mettere un piede fuori dal tracciato può farvi trovare qualche decina di metri più in basso con le ossa in disordine. Nulla di ché ma vista la bellezza avvolgente della Val di Era prima e della Val di Prada poi, la tentazione di guardare il panorama mentre si cammina dritti ad una curva viene.

Si arriva senza fiatone alla bocchetta di Calivazzo.
Anche qui abbondano i cartelli che indicano ovunque ma si può girarci intorno anche tre o quattro volte che nessuno confesserà mai dove si trova il monte Eghen. Il quale sta esattamente sopra i cartelli, a sinistra guardando verso il Resegone.
A sto punto ognuno sale come stracavolo pensa sia meglio. Personalmente ho imboccato una breve dorsale (trovata andando avanti poche decine di metri in direzione del monte Pilastro) ma si può anche entrare nel boschetto che copre in parte la cima dell’Eghen e poi attaccarlo dopo averlo costeggiato in basso. Qualsiasi cosa si faccia va bene perché si sta parlando di una cima ripida ma facilmente identificabile.

Perché salire sul monte Enghen?
Personalmente perché mi ha chiamato la sera prima mentre cercavo sulla cartina qualcosa da andarmi a prendere il giorno dopo. È il mio modo di scegliere dove andare a parare: vagare sulle linee di una mappa fino a quando lo sguardo e l’attenzione non continuano a girare intorno ad un punto. Anche questa volta ha funzionato, lo so perché quando ho chiesto la via per trovarlo nessuno lo conosceva e già li ho sentito una ventata di calore lungo la schiena. Quando poi l’ho visto la prima volta, girando intorno allo zucco di Savia, mi ha grattato sotto il mento dicendo forte: allora, non sono tutto quello che volevi oggi? La solita storia di dissotterrare tesori, anche se, essendo un monte, si era benissimo dissotterrato da solo. Le montagne infatti regalano il loro tesoro a chi decidono debba stare sulla loro cima. L’arrivarci è quel legame che via via si fa più stretto, avvertibile fisicamente e quando uno solo è sulla cima tutto il tesoro è per lui.

Cima monte Eghen
At-tenti sul monte Eghen. [Se cliccate e lo volete ingrandite]

Ringrazio sentitamente il monte Eghen e ogni singola roccetta che lo compone. Ringrazio anche quell’enorme teatro di roccia e vuoto che sono le valli di Era, Prada e del Sasso Cavallo, per come mi hanno fatto sentire pieno della loro luce, silenzio e fatica.

Come al solito il cibo ha un altro sapore al ritorno.
Soprattutto lo si può divorare con soddisfazione.
La pasta al pesto mangiata da mia madre era uno spettacolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *