Cima d’ Olino. Il piacere di lasciare il sentiero

cima monte Olino

Puntando il dito sulla cartina c’è scritto monte Olino e l’idea è quella di affrontarlo proprio dove sembra esserci un sentiero dritto e infallibile: da Primaluna.
Questo versante della Valsassina non si sente nominare più di tanto. Non ci sono cime imponenti da conquistare e le relazioni on-line dal versante sud-est scarseggiano. Tutto ciò fa pensare che non siano zone battute da piedi umani di frequente e la previsione risulterà vera fino all’osso.

cima del monte olino
Questa è la zona, si va ad aprire lo scrigno [Cliccando sull’immagine già si sa cosa accade] – Preso da cartina Kompass 105: Lecco/ Val Brembana –

A Primaluna c’è un comodissimo parcheggio di una scuola (materna?) dove la  macchina se ne può stare rilassata fino al probabile  rientro. E’ una giornata nebbiosa ma non frega nessuno: si capisce al volo che salendo quella nebbia rimarrà ancorata in basso. Quindi su c’è il Sole, che sta aspettando qualcuno da baciare… mi guardo intorno, mi metto in ghingheri e credo che sarò l’unico di cui si dovrà accontentare.

L’attacco di tutta la faccenda è oltre un ruscello che scorre tra le case. Si passa un ponte, magari si chiede a qualcuno giusto per non vagare a caso, comunque si deve tenere la chiesa del paese sulla sinistra, avendo la SP62 alle spalle. La partenza è una mulattiera acciottolata che se è umida è come una lunga distesa di saponette. Visto il calendario che dice Gennaio 2016 c’è un minimo di nevischio ed è meglio non dare confidenza ai ciottoli ma ai canali di scolo laterali, pieni di palta e foglie di castagno.

L’ambientazione è stupenda: la nebbia che rimane avvinghiata tra i rami e il sole che lentamente filtra con esplosioni silenziose di raggi.

fotografia monte olino
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Il calore scioglie la neve della notte, in bilico sui rami e le gocce cadono belle corpose in una pioggia continua. Uscendo appieno dal piano della foschia la luce è così pura che si può bere. Sono strafelice che la gente adori i centri commerciali e le gite fin-dove-arriva-l’asfalto: ancora una volta non trovo nemmeno le impronte di un essere umano. Nemmeno quelle di un cane. Invece salendo, ogni tanto o per lunghi tratti, i segni di qualche camoscio tracciano delle linee sul sentiero.

Dopo essere usciti da un mix di betulle, castagni e faggi spettacolari,

fotografia monte olino Valsassina
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la mulattiera costeggia gli alpeggi diroccati di Crevesto e rientra nel bosco. Arrivati ad un ruscello la mulattiera si interrompe e proseguendo in piano si arriva al nuovo attacco in salita, da affrontare a muso duro. Salendo nelle faggete e spogliandosi di quei pochi indumenti rimasti sopra la cintola, dopo forse una mezz’ora o giù di lì si arriva alla baita di Olino.
Essendo un posto che invita a sedersi, guardarsi intorno e tirar fuori qualche noce da mandar giù, col sole che troneggia in cielo viene anche voglia di assopirsi. C’è la neve sciolta che gocciola dal tetto in un angolo e il silenzio è quasi assoluto. Gli alberi e il bosco attendono solo qualcuno o qualcosa da osservare mentre li si attraversa.
Guardando bussola e cartina, per puro sfizio, la cima d’Olino è alla sinistra della baita, dove infatti si intravvede una traccia. Una di quelle tracce che lasciano capire che non si faranno calpestare a lungo. Dopo qualche centinaio di metri si va a tentoni e quando il bosco finisce, finisce anche la traccia. Restano i prati ingialliti, qualche betulla e un sacco di salita finale.

cima del monte Olino
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Il piacere di annusare il terreno per interpretare dove salire torna a girovagare sottopelle. La cima del monte Olino non ha stranamente un’insegna luminosa che la identifichi, così cartina e bussola tornano fuori dallo zaino. Alzo la testa, fisso la meta e sorrido. Si, diciamo che ci sarà qualcosa da cui trarre un pò di soddisfazione e si badi, non che fino a lì di soddisfazione non se ne sia già tratta molta. L’ambientazione ha dei colori impastati alla grande, giallo vivo al suolo e blu intenso in cielo, oltre che il sapore dell’aria aperta non respirata da nessun altro. La solitudine sembra qualcosa da conquistarsi in capo al mondo o verso le cime che aspirano ai piedi di Dio ma basta poco. Basta veramente poco per lasciarsi intingere nel suo regno. Quindi quando la sensazione mi assale sento quel qualcosa in gola, è come un singolo singhiozzo, lo conosco: è gioia sincera e tutta in una volta. Fino lì si è accumulata, ora prorompe.

C’è questo crinale da seguire e quando lo si raggiunge la vista verso l’orizzonte della Valsassina è così libera e ampia da far respirare due volte più a fondo. Mano a mano che si sale, dritti e convinti il terreno acquista una gradazione che ricorda un’iperbole. Va bene, c’è da godere del panorama sia a sinistra che a destra della linea scelta per il percorso, poi ad un certo punto mi accorgo che sto mettendo le mani sul terreno. Guardo alle mie spalle e realizzo che da dove sono si sale e basta, scendere sulle balze d’erba pettinate verso il fondovalle sarebbe come rimanere in piedi su di uno scivolo ad acqua con le zampe oliate. Non che ci sia molto da salire ancora ma una scossetta di adrenalina sotto la coda si sente.

fotografia monte olino Valsassina
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Ancora una volta è saltato il tappo e mettere la testa fuori dalla bottiglia, sulla cima, è una missione da intraprendere con la convinzione di un rito religioso. Riuscire ad avere la stessa sensazione giù, dove le case ora sono piccole e le macchine invisibili, dà lo stesso impagabile godimento, anche se con altri mezzi e per altre strade. Faccio foto, guardo un pò qui e un pò là e so che se da un momento all’altro comparisse una figura umana distante non mi darebbe fastidio. Perciò si, l’uomo è un animale sociale ma dovete levargli dai c…..ni un sacco di altri consimili e farlo sentire distante da tutto e da tutti per riuscire a instillargli dentro la voglia di ritrovare un altro uomo (e magari una donna). Perché dove c’è traffico, tanto traffico e code ovunque, composte da così tanti esseri che non li si distingue nemmeno dal colore degli abiti, la voglia di sentirsi un’animale sociale uno se la dimentica.

Dopo aver spremuto la testa così a fondo ci vuole del cioccolato. Poi calpesto ancora un pò la cima avanti e indietro, raccolgo le carabattole in giro, insacco tutto e levo le tende. Ovvio che scendere da dove son salito non si fa, così andando un pò più a sud si trova una via, non segnata, con pendenza più docile. Non che sia docilissima ma almeno si può stare in piedi senza che la cosa sembri troppo strana.
I punti di riferimento per ritrovare l’imbocco del sentiero dalla baita d’Olino abbondano (se uno se li è memorizzati all’andata magari), da lì scendere è solo una questione di erosione delle ginocchia ed equilibrio. Oltre che dalla mistica luce del tardo pomeriggio invernale.

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