Attraverso le rocce che trasformano

Nel dicembre di quest’anno (2016) mi sono tolto di mezzo un’ossessione. Una di quelle cose che finiscono a togliere il piacere di una giornata all’aria aperta perché si sa che prima o poi vanno affrontate e il momento, almeno per me, era arrivato.
Dovevo compiere una certa cosa sul monte con cui mi saluto ogni mattina, il Resegone e la foto con cui quest’ossessione si conclude è dove si conclude ciò che sto scrivendo.
Mi sono ritrovato spesso in situazioni che diventano come un collo di bottiglia, o il centro di un imbuto: tutto riporta a loro. Quando questo accade i casi sono due. Nel primo ci si guarda allo specchio con l’aria poco convinta e si ammette di non poter affrontare il problema. Magari si trovano anche milleduecentoventidue scuse plausibili, ci si fa tanti notevoli discorsi sensati ma poi… . Poi si torna ad alzare lo sguardo allo specchio e si ammette: non posso.
Nel secondo caso ammettere di non potere è una cosa tanto grossa che è meglio morire sul colpo. E che vadano al diavolo tutti, proprio tutti, compresi quegli stramaledetti discorsi sensati, i consigli dei genitori, i manuali di pubblica sicurezza, la religione e il governo ladro.
Bruciatevi! Io ce la posso fare.
Ce la devo fare.
Perchè se non ce la faccio non so più chi sono e quello che rimane non mi piace neanche un pò.

Il 10 dicembre del 2016 ho caricato tutto quello che mi serviva in macchina e sono andato nella zona della mia personalissima ossessione.
Ho posteggiato dov’è consentito, ho tirato giù lo zaino dal baule, ho allungato le bacchette da trekking e ho iniziato a mettere un piede davanti all’altro.
La filosofia del giorno era: iniziamo ad avvicinarci e poi valutiamo se si può proseguire. Tutto scritto al plurale perchè quando uno si sente dissociato parla con se stesso come fosse un’altro.
Così è iniziata la faccenda.

Ho attaccato il primo tratto della via d’ascensione alla Grigna pensando a quanto è facile perdere la fiducia in se stessi. Mentre chiudevo i moschettoni sulla catena della via ferrata mi dicevo: sei un Troiano. Visto che è facile sbagliare la pronuncia e far venire fuori “sei un troiaio”, “sei un troione” e altro, me lo sono ripetuto: sei come un Troiano. Inteso nel significato di Kavafis, Costantino Kavafis e la sua poesia Troiani:

Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze.

Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.
Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura.

Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare.

Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.

La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il corrotto.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.

In realtà, avanzando, non ricordavo un’acca di tutti i versi della poesia, ma ricordavo il senso. Ricordavo quell’attimo supremo mancato, quell’arrivare al cospetto di un’impresa per poi battersela via con il codino fra le zampe. Ricordavo soprattutto che quando anni fa l’avevo letta la prima volta mi ero chiesto: son forse fratello di Ettore?
Avendo escluso di esser nato Achille, l’alternativa di levare le tende quando c’è la resa dei conti mi ha sempre disturbato.
Non sono nato Achille, ma uscendo dalla zona d’ombra della ferrata, con il clink-clank dei moschettoni ad accompagnarmi, ho sperato di poter trovare il mio posto almeno un passo dopo Ettore.

Il fatto è che la fiducia si accumula.
Ogni cima calpestata, ogni ferrata messa in archivio, ogni minuscola arrampicata portata a termine accumulano nuova fiducia. Come nuvole che si addensano nella tempesta, come fiumi che si gonfiano nella pioggia, come la panna che monta quando viene sbattuta ben bene. Tutto questo ha un senso, è una cosa seria.
Tutto questo è Alchimia.
Trasmuta.
La roccia in montagna può trasformare, ha un suo potere.
Può trasformare la paura in coraggio.
Può mutare la rabbia in forza.
Può anche abbattere. In tutti i modi. E disperdere il proprio mucchietto di fiducia come zucchero filato nel vento.
Poi arriva il proprio 10 dicembre e si gioca con l’Alchimista. Arriva il momento di entrare nelle rocce che avevo evitato per anni per vedere cosa ne sarebbe uscito.
Come ne sarei uscito.

La prima parte di tutto il percorso è facile, conosco quella via come il mio materasso. C’ho spalmato su il corpo non so quante volte e tutte le volte sono salito senza pesi nel cervello. In fin dei conti tutto finiva con l’ultimo paletto al termine del tracciato. Poi si andava a mangiare e bere, magari in compagnia, magari si continuava per altre vie fino a salire sulla vetta ma sempre, sempre, evitando una certa zona, girando al largo da un certo punto in mezzo ai torrioni di roccia.
Una zona d’ombra.
Un’attrazione irresistibile.
Almeno sin da quando, anni prima, avevo iniziato a salire in montagna anche in verticale.
Allora non ci pensavo neanche un pò a poter affrontare quella parte del Resegone, pensavo soltanto a riportare diligentemente a casa tutt’e due le chiappe nello stesso ordine con cui erano partite.
Dovevo imparare. Dovevo prendere fiducia.
Milleduecento scuse forse son troppe ma rendono l’idea. Tipo: fa troppo caldo per provare oggi, ci sono le nuvole basse, ho le braccia stanche, forse sono incinta, ho dimenticato il burro di cacao. Le scuse comunque funzionano fino ad un certo limite, oltre quel limite rimane solo delusione. Peggio, frustrazione.
A volte non è proprio questione di scelta. A volte è il corpo che costringe ad agire e la mente viene scavalcata con impeto come nelle resse per i saldi.

Un passo avanti all’altro mi sono ritrovato nella mia zona oscura, per la seconda volta, dopo che qualche mese prima avevo lasciato stare e me n’ero tornatoa casa.
Ho sperato per qualche minuto che le voci che sentivo provenire da sotto, dal sentiero, fossero di qualche escursionista che venisse a farmi compagnia.
Nessuno. Tutti tiravano dritto. Parlavano, li ho sentiti ridere, chiamarsi e io li guardavo con un cuore di pecora e uno di leone.
Taglia la corda, mi diceva la pecora, scendi, vai sul sentiero, fatti il tuo allenamento fino in cima e goditi l’effetto serra sul mondo. Non sei un codardo, non sei un Troiano, bhè, magari solo un pò ma col tempo andrà a posto anche questo, te lo prometto.
E mentre la pecora belava il leone le ha tirato una zampata.
Pecora finita.
Ho preso in mano la catena che penzolava sopra la mia testa, le ho chiuso intorno i due moschettoni e ho detto al leone: chiunque sia il Dio, che ce la mandi buona a tutt’e due.

Il mondo alchemico. Quelle imponenti torri di roccia che trasmutano.
La paura in coraggio.
La rabbia in forza.
I pensieri in vuoto.
Tutto quello che avevo letto e che si diceva di quella via, tutto ciò che ai miei occhi l’ha resa mitica era lì, era fra le mie mani a strapparmi grugniti e imprecazioni.
Verticale.
Scostante.
E costantemente affacciata sul nulla.
Dopo qualche decina di minuti ero fuori dalla portata di ogni voce, fuori dalla presenza umana, ero solo io e quella roccia. Dovevo essere lì e finalmente c’ero.
Mi dicevo, fino a qui puoi tornare indietro, fino a qui non sei ancora intrappolato nella montagna, ma sarei mai tornato indietro? Credo che la parola preoccupazione, spesso, non sia presa in considerazione come dovrebbe.

Pre-occupazione. Occuparsi di cose che devono ancora accadere. E che magari mai accadranno.
Mentre imprecavo e mi tiravo su, mentre cercavo più roccia possibile da afferrare per risparmiarmi gli avambracci, le preoccupazioni di prima avevano già lasciato il posto ad altro. La trasmutazione in atto.
Le preoccupazioni in divertimento.
Mi ero detto che se davvero avessi fatto quella via sarei dovuto andare da solo, faceva parte del mio piccolo rituale, dovevo uscirne con le mie sole forze, con la mia sola testa.
Forse conoscersi meglio implica soltanto distruggere le preoccupazioni. Forse la paura è lasciarsi riempire delle preoccupazioni, farsi espropriare dal proprio corpo. Quando esistiamo, quando siamo al mondo senza pensare al prima o al dopo, quando ci accorgiamo che molte delle cose terribili che gli altri vedono non lo sono per noi, allora forse sentiamo prima la nostra energia, la nostra vita e le preoccupazioni non hanno più spazio in nessuna cellula del nostro essere.
Posso dire di aver sorriso quasi felice.
Le preoccupazioni in divertimento.
Era una scoperta sensazionale. Per me.

Ecco, sono andato su con le stesse mani di prima, le stesse gambe e la solita brutta faccia ma ciò che c’era dietro mani, gambe, faccia era diverso. Era leggero. Mi sembrava assurdo ma avevo scoperto anche questo: più della metà del peso che uno deve sopportare muovendosi, soprattutto in salita, non è dato dalle ossa, dal grasso, dai muscoli e dal beauty-case nello zaino, è dato dai pensieri, in particolare quelli che giocano contro di noi. Pensieri fisicamente pesanti, quasi tangibili come sacchetti di piombo.
Basta trasmutarli.
Ognuno ha i suoi luoghi filosofali, oppure i suoi oggetti sacri, il cui tocco trasforma. Nel mio caso è la roccia e l’attività per renderla magica, per liberare il suo potere, è attraversarla, percorrerla, calpestarla o scalarla. Dopo un periodo di tempo agisce. Certa parte della mia mente rimane agganciata tra i suoi intagli, nelle sporgenze e rientranze. Non divento Achille, non divento invulnerabile ma sono più leggero e per salire la leggerezza è molto.
Per me questa è religione. Una preghiera muta fatta di gesti e movimento. Non so quale sia il Dio, non lo so proprio, ma funziona. Un gran bel Dio che funziona, rimane acceso e aspetta i suoi seguaci.

L’ultima parte della via è quella più dura, senza dubbio. Uno strettissimo intaglio di pietra in cui bisogna intrufolarsi e tirare come dei matti per uscirne. Magari anche graffiandosi e sbucciandosi. Poi, dopo, si torna sotto il sole, nella luce e nel caldo degli inverni di nuova generazione.
Ho appoggiato il casco all’ultimo paletto di metallo, ho tirato fuori la solita macchina fotografica e ho fatto la foto qui sotto.
Ero stanco come un calzino sbatacchiato per ore nella lavatrice ma avevo ancora addosso il divertimento. Ero ancora leggero.
Avevo anche bisogno di gallette di mais da sgranocchiare, così mi sono seduto sull’erba e ho dato avvio al pasto dei poveri.

Ferrata gamma 2 Resegone

Ho riletto quello che ho scritto inizialmente a distanza di tempo e sembra che nominando Ettore e Achille, parlando di roccia da attraversare e altre espressioni mitiche, quella leggerezza non sia tutta tra queste parole. Non lo so. So soltanto che all’inizio fare quello che ho fatto mi sembrava una cosa grande, rispetto alle mie capacità. Quando poi tutto è finito, mentre sgranocchiavo le mie ostie-gallette di mais non mi sembrava più tutta questa impresa. Anzi, ero quasi un pò deluso. Le preoccupazioni accumulate fino a quel momento avevano generato un mostro enorme, il mio 8000, un nemico da battere in una sfida mortale.
Ma non era così.
La realtà era diversa. La mia realtà. Ero riuscito a divertirmi, a non pensare che sarei caduto o rimasto immobilizzato nel vuoto, e che non vedevo l’ora di scoprire cosa mi riservava la salita, cosa avrei affrontato dopo il prossimo torrione.

Alla fine ho ripreso il casco, ho risparmiato le ultime due gallette e sono andato al rifugio appena sotto la vetta a dare una bella lezione a due barre di cioccolato. Tra poco sarebbe stato Natale ed era giusto iniziare ad abituare lo stomaco al peggio. I regali invece, in quel 2016, me n’ero già fatti in abbondanza. Le sensazioni dell’ultimo, uno dei più belli, mi avrebbero accompagnato per giorni.

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