Andare dove si è obbligati. Al mare e più in alto

Grignetta_via_Cermenati_discesa_invernale

Ho uno zio prete e nel posto dove vive ha una finestra che guarda verso il mare e un filare di pini.
Ogni singola sera mandata sulla Terra, dal suo studio, girando appena la testa, può vedere cosa succede quando il Sole varca l’orizzonte.
I tramonti tra le nuvole o, nelle giornate di vento, quando l’arancione della luce passa oltre i rami in movimento e disegna mandala di ombre dietro la sua schiena.
Parlare di mandala e di gesuiti non è lo stesso ambito, e forse non lo sarà mai. Ma ho uno zio che ha una stanza rivolta verso il mare e parlare di entrambe le cose con lui non è un problema.
Una di quelle sere ero vicino a quella finestra. Ero andato a trovarlo e mentre si discuteva di una cosa e dell’altra, ha detto: “Dio mi parla e il modo che ha di farlo è attraverso le intuizioni. Magari sto camminando e passando vicino ad una chiesa, improvvisamente sento l’impulso di entrarci e salutare Dio”.
Ho preso blocco appunti e penna del cervello e ho segnato giù il senso di quelle parole. Non saranno la copia carbone delle stesse ma il senso è tutto lì.

Due giorni fa era una di quelle giornate dove le intuizioni sono in giro, sbattacchiate dall’aria ovunque. Ed era anche una di quelle giornate dove uno, io, deve decidere dove caricare gambe, braccia e zaino per portarle in cima a qualcosa.
Come spesso capita, nella testa è iniziato a scorrere il nastro delle possibili mete con un’approfondita documentazione allegata rispetto ai pro e no di ogni cima. Tutto finisce, di regola, in un gran casino di nomi, strade, deviazioni, tempi di percorrenza, ore di luce, calcolo dei pesi da portare, quelli da lasciare e giramento di porchi qui e porchi là finali.
La conclusione è uscire in strada dopo aver rovesciato nello zaino il sacchetto dell’attrezzatura, accendere la C2 e puntare dritto verso la zona delle montagne, aspettando che quel turbinare di dati nella calotta cranica sputi sul piattino un nome solo.
Uno tra tutti, limpido come il rintocco di una campanella di cristallo.

Grignetta.
Ad esempio.

Proprio così, certe volte è l’esatto equivalente di una chiamata. E se uno non si inganna sa che certe chiamate sono irrinunciabili, anche quando le si vuole mettere da parte allungando la mano e scostandole dalla traiettoria dell’attenzione.
Poi però tornano, simili a quelle statuine col fondo semisferico: a piegarle, quando le si rilascia tornano in piedi.
Giochiamo insieme quanto vuoi, mi ha detto la mente, però non posso nulla sulla tua meta finale, ormai è deciso.
Si, anche se non ero uscito di casa con la forma migliore che potessi modellare, anche se tutto quel Sole e tutta la neve sulla parete sud non andavano d’accordo, anche se il mio pianeta non era allineato nella combinazione vincente con gli altri, la Grignetta era l’unica pendenza per quel mattino tardi.
Ovunque fossi finito con le ruote, le ho girate e le ho messe sulla linea che porta ai Pian dei Resinelli. Lecco, Italia.

Non è stato esattamente a questo punto della storia che mi è tornato in mente mio zio.
Però è successo poco dopo, quando sorridevo pensando alla fatalità di certi richiami. Al fatto che tutta quella massa di roccia che vedevo ora davanti al muso della macchina, e su cui mi ci stavo portando, potesse in qualche modo tradursi in un ordine comprensibile per l’uomo: raggiungimi.
Certo, mi son detto, e ho sorriso un pò di più.
Ecco, sarà stato in quel momento, sarà stato quando il sole ha tagliato l’abitacolo in un certo modo e il mondo è passato accanto ai finestrini in silenzio.

Su quella montagna ci sei anche tu.

Un messaggio netto, venuto dal nulla più siderale.
Sono rimasto in quel silenzio, con la compagnia unica di quella frase, per un tempo indefinito, almeno fino a quando non l’ho compresa fino a dissolverla nuovamente.
Ormai si era impressa dentro il corpo.

Non era la prima volta che capitava. No di certo.
Come dire, spesso ho sentito quella voce senza suono dirmi dove andare, cosa fare. Forse, semplicemente, questa volta ho anche ascoltato a dovere.
Quando ho concatenato Gamma uno e due, quando sono andato sul Torena, quando ho scelto un certo percorso per scendere senza che fosse segnato e si è rivelato corretto, tante volte, un’intuizione ha praticamente scelto per me. Senza scampo. Almeno per un numero di volte pari al suo contrario, quando quelle intuizioni non le ho ascoltate e sono rimasto poi con l’insoddisfazione impressa nei ricordi.
Imparare a sbagliare. Tra le altre cose.
Dopo un pò lo si capisce.
Ma se vado a riguardare indietro il nastro nella scatola nera, se osservo nuovamente la linea di demarcazione tra soddisfazione e insoddisfazione, la frase è sempre stata dietro ad ogni avventura, esplorazione e gitarella.
Su quella montagna ci sei anche tu.
Oppure:
Dentro quel canalone ci sei anche tu.
Su quella cresta ci sei anche tu.
Sotto quella croce, aggrappato a quella pendenza, nel freddo di quelle rocce, impresso in quella catena, tra le stelle di quella notte.
Ci sei anche tu.
E se lo capisci prima, se ti lasci guidare prima, se non opponi alcuna resistenza, tutti quei pezzi che ti compongono e che sono stati sparpagliati per il mondo creando un percorso, ti diranno un giorno chi sei.
Sospetto anche quale sia quel giorno, ma lo tengo per me.

Così, quando ho parcheggiato la macchina, ho scaricato la roba dal baule e quella roba me la sono indossata, legata ai piedi e caricata nello zaino, avevo la convinzione dei grandi giorni. Avevo il Sole in poppa e la mia montagna a prua.
In quei momenti posso quasi vedere fisicamente la traiettoria, un cavo immaginario collegato tra me ed un argano sulla cima. Muovo un passo e sento la sua trazione. Non è più una questione di me, che sono una persona e lei un ammasso di roccia e neve. Siamo collegati, no? C’è solo da conoscerci.
Da conoscermi.

Grignetta_via_cermenati_invernale

Il resto non ha molta importanza. Il resto è salire, sentire i ramponi nella neve e la picozza colpire la roccia sotto quella neve.
Le persone che vanno e vengono, i corvi sulla cima, gli occhiali da Sole che filtrano la magnificenza dell’inverno. Il caldo che prova a portarsi via la magnificenza.
Se si riesce ad ascoltare, ogni cosa ha un senso. Anche le discussioni su quanto fosse strana la mia picozza e i racconti di chi proveniva dagli altri punti d’accesso alla vetta.
Quella sensazione quasi palpabile, per un momento, di far parte di una strana famiglia: quella di coloro che condividono una punta. Per ragioni diverse, ognuno trascinato dal suo argano. Magari qualcuno insoddisfatto. Non io di certo.
Per me le altre non esistevano, solo la mia, la mia punta.

Tutte le storie a lieto fine terminano con affettati e formaggio di montagna. Magari con un tramonto come si deve, arancione e rosso a sufficienza per essere ben visibile dallo specchietto retrovisore.
Un altro tramonto insomma.
Un altro tramonto oltre la finestra sul mare.
Ci sono vari modi per salutare il proprio Dio e in un passato neanche tanto lontano mio zio ha salutato il suo nelle stesse terre del mio. Pure più in alto. E, se gli tolgo quarant’anni, credo avrei dovuto rincorrerlo con tutt’e quattro le zampe più gli zoccoli.
Il linguaggio delle intuizioni può avere voci diverse ma, dico io, forse una bocca sola.
Ho tamburellato le nocche sul vetro della macchina.
Ho lasciato che la stanchezza se la prendesse comoda col corpo e si sistemasse dove voleva.
Ho trovato le strade senza traffico fino alla mia vasca da bagno.
Mentre mi addormentavo, nell’acqua bollente, non ho avuto un pensiero che sia uno ad attraversarmi la testa.
E’ questo il sonno dei giusti? Mi son chiesto, ma solo dopo il risveglio, nell’acqua quasi fredda.
Giusto o giustissimo avevo fatto quello che dovevo. Sono stato dove ero obbligato ad andare. Non so se questa sia proprio libertà ma la sensazione che si prova dopo è qualcosa di molto simile alla pienezza. Non alla sazietà ma all’essersi riempiti del giusto necessario. Dell’indispensabile alla propria vita.
Su quella montagna c’eri anche tu.
Ora è con me.
E chissà quanti altri pezzi aspettano di essere raccolti.
Poi sono uscito dalla vasca, altrimenti era come lavarsi dentro un torrente.

Finestra_sul_mare_porto_Genova

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *