Affondare in un dipinto: Pizzo Rotondo e Cima del Vallone

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Ci sono andato perché sapevo sarebbe stata una giornata di Sole ed anche perché volevo levarmi via da casa per un’intera giornata. Lontano da quel water di paese-cittadina dove abito e dove non ho affatto intenzione di morirci dentro. E circondato da rumori,
assediato da centinaia di pessimi rumori,
per cui vale la pena buttare via entrambe le orecchie.

Avevo l’umore nero come il mantello di batman e non è che adesso che scrivo sia tanto meglio. Visto che adesso che scrivo lo faccio dallo stesso paese da cui sono partito.
Che se lo divori il demonio mentre sono via, che se lo digerisca intero e lo vada ad espellere lontano dall’universo creato.
Almeno così, tornando indietro dalla mia vita all’aperto, qualcuno avrà risolto per me la trappola in cui mi sono ficcato.

Già, non è stata la prima volta, sono andato a cercarmi una montagna per andarmene. Né più né meno che levarmi dalle palle. Sapendo bene che avrei pensato, camminando, e facendolo nei paesaggi giusti avrei potuto sperare in idee alte.
Le grandi pensate.
Il segreto dei paesaggi è d’altronde questo: cambiano la materia dei pensieri che gli portiamo.
L’uomo entra in un luogo con certe convinzioni, le quali agiscono sulla chimica interna al suo organismo, e l’ambiente le muta, magari anche di poco, inducendo una chimica differente.
Il piombo in oro oppure viceversa.
Io porto sempre piombo ai miei monti sacri e loro lo convertono progressivamente in oro. Mentre sulla via del rientro, aumentando la distanza da essi, l’oro torna ad esser piombo.
Ogni paesaggio è alchemico ma per quanto mi riguarda a me interessa soltanto quando mi ricopre d’oro, gli altri luoghi sono solo perdite di tempo, cioè di vita.

Avevo l’umore nero come le suole degli anfibi, come le sere di Tiziano Ferro, come gli spazi tra le grate dei tombini ed ho continuato a soffiare su quel buio tra le auto in coda a Zogno, davanti al rosso dei semafori per lavori in corso, superando qualche ciclista idiota in mezzo alla strada.
Lo sapete voi ciclisti che se state affiancati a parlare di cose meravigliose mentre pedalate su di un provinciale prima o poi qualcosa succede?
Qualcosa che rischia di non farvi pedalare per un pò.

Si, avevo l’umore nero.

Quando ho parcheggiato la macchina sotto Madonna delle Nevi, a Mezzoldo, faceva freddo.
Quel giusto freddo di ottobre.
Insieme alla mia c’erano poche altre auto e comunque ho parcheggiato il più distante da tutte, sapendo che anche il mezzo a motore che mi appartiene è disadattato quanto me.
Iniziando a camminare nella direzione che sapevo, entrando ed uscendo dalle ombre, andavo certo che l’alchimia del piombo in oro sarebbe stata un’impresa estrema quel giorno.
E guardavo proprio con sfida gli alberi e i prati, l’acqua di un torrente e le nuvole bianche: provate a cambiarmi! Provate se ci riuscite! Oggi non caverete che fango dal fango e polvere dalla polvere, incapaci!
Con il broncio su ogni centimetro del muso, sono salito infuriato.

Essere incazzati aiuta, almeno per un pezzo, almeno andando in cima.
Ad incitarmi c’era il rotolare fracassante in cielo di un elicottero che faceva la spola tra la zona dove avevo parcheggiato ed alcune baite sparpagliate nella valle.
Trasportava materiale che uomini operosi traducevano in altro rumore.
Qualsiasi cosa, qualsiasi angolo di paradiso iridescente può diventare un cumulo di spazzatura se invaso dal baccano.
Dall’incompreso, letale, baccano.
Boschi irradiati dal Sole, distese arancioni di autunno, erba gialla piegata dal vento in oceani ondeggianti.
Tutto sciupato.
Tutto da rifare. Per un fottuto elicottero che tentavo di abbattere con un solo, preciso, proiettile della mia mente.
Ma niente, la mente non può niente contro i rotori.
Ho seguito in apnea la traccia del sentiero 111 fino alla baita del Siltri. L’ho superata e continuando in direzione della Forcella Rossa mi sono accorto che finalmente l’elicottero aveva cambiato rotta. Se non addirittura valle.
L’ultima volta che l’ho visto, in quella giornata, è stato infilandosi tra due alti contrafforti di roccia, sparendo all’interno come in un sogno.
Un brutto sogno.

Ed io invece mi stavo svegliando.

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Mi sono fermato ed ho dato un’occhiata alla mappa. Avrei dovuto raggiungere il laghetto di Cavizzola e da lì salire a questa Forcella ma andando a intuito, annusando la buona aria e tracciando una linea immaginaria sulla distesa di saliscendi sopra la mia testa ho deciso che potevo benissimo tagliare il pendio in linea retta senza tanti giri del sentiero.
Proprio così, fare come mi piace, inventare un percorso.
Ho iniziato a calpestare arbusti e rocce, insieme a migliaia di steli d’erba lunga e dura. Camminando nel giallo.
Lo sa qualsiasi anima che il giallo esalta. Lo sentono i muscoli, mentre si contraggono e spingono. Sgomitando per portare in superficie un sorriso.
Le piccole corna ricurve di un camoscio su di un’altura mi hanno indicato la meta.
Quando sono sparite io ero quasi arrivato.

Il sentiero 101 delle Orobie, la Forcella Rossa, la vista su San Simone e il vento che mi ha praticamente allacciato addosso la giacca dallo zaino.
Non era importante.
Insomma, non era importante dentro quali nomi fossi, riportati da una mappa. Io ero finalmente dove dovevo essere e dove voglio essere il giorno del mio ultimo respiro.
Tra le montagne, da solo, nel silenzio del frastuono provocato dalle cose dell’uomo, con la luce di miele dell’autunno e i colori della parte lunga dello spettro.
Immerso in un quadro come un pennello nella tavolozza. Ciò che ho pitturato è stata la mia traccia nella terra.

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Dopo la Forcella Rossa c’è una dorsale di erba e pietra stupenda che si innalza infine sul capo chino del Pizzo Rotondo.
Muovendomi per salire là sopra il piombo era mutato. Forse l’oro pesa uguale ma non per me, non il mio oro. Quando divento oro io non ho più peso, potrei salire oppure affondare nel profondo di una valle, strusciarmi al cospetto del cielo senza sentire più fatica né fame, senza attrito né incertezza.
Quando divento oro cammino su di una linea filante, come un arco in bilico nel nulla, togliendo ogni vertigine.
Non che la vetta del Rotondo inneschi alcun turbamento nascosto sottopelle ma di sicuro la cima che gli sta davanti, se presa da sud, potrebbe anche riuscirci.
Sapevo che l’obbiettivo minimo che mi ero posto, e che ora avevo raggiunto, non mi sarebbe bastato. Di sicuro non dopo che la magia alchemica avesse fatto effetto. E c’era riuscita, davvero.
Guardando le rocce davanti agli occhi, le nuvole all’orizzonte, la massa bianca del Monte Disgrazia nella catena di picchi di cui è sovrano, potevo solo allargare le braccia per dare più spazio al cuore di battere nel petto.
Vi ho sfidato a cambiarmi, pensavo, rivolgendomi ad ogni elemento e forma tra le montagne, e ci siete riuscite.
Non posso niente contro di voi. Non posso sfidarvi, non posso vincervi.
Siete voi che arrivate a me e quando lo fate tutto si spalanca, il nero vola via aspirato dalle correnti.
Rimane un incanto, a volte terribile, perché sublime e necessario.
Una perla perfetta capace di irradiare l’intero abisso.

L’altra massa di terra e roccia che avevo davanti si chiama Cima di Lemma Occidentale e in un qualunque altro giorno meno sensazionale di quello avrebbe potuto tenermi ai suoi piedi, indeciso se salire e dove.
Nel versante sud, lasciandosi perfettamente alle spalle il Pizzo Rotondo, c’è una flebile linea calpestata che si insinua tra le sue pieghe scostanti. Probabilmente una linea pensata dalle zampe di stambecchi e camosci e per cui ho deciso di contribuire con i miei scarponi, capendo ad ogni metro dove inoltrarmi.
Salendo e arrampicando facilmente sulle rocce alla destra della traccia, si arriva ad un minuscolo ometto posto al vertice, costruito dentro un nido di erba aggrovigliata. Un pezzo di ferro piegato, che probabilmente reggeva un tempo un cartello, è piantato nelle rocce che discendono verso il passo di Lemma e San Simone.
Le nubi stavano iniziando ad oscurare il Sole ed era ovvio che l’avrebbero fatto a lungo, la luce però illuminava le terre distanti intorno come un disco di cui io ero il centro.
Potevo fermarmi.
Adesso, potevo finalmente mettere lo zaino a terra e prendere atto di quel giorno della mia vita.
Accompagnando il tutto con uova sode, peperoni, insalata e qualche noce.

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Non l’ho saputo per un sacco di tempo ma avrei dovuto e molti ancora non lo sanno ma dovrebbero: cerchiamo paesaggi che ci facciano sentire migliori perché dentro di essi produciamo le nostre migliori idee.
Io non so se quei posti abbiano già al loro interno le idee che chiamo alte e passandoci attraverso finisco ad intercettarle come fossi una radio che viene sintonizzata dall’esterno. Oppure se il loro aspetto agisca sul funzionamento della mente facendola esprimere al massimo della sua espansione e creazione. In ogni caso, finalmente, ho capito da tempo perché i paesaggi sono tutto, per me, e camminarci dentro è il mio modo per farmi esistere.
Per farli esistere.
Da quando Dio è uscito dai templi e dalle chiese per abitare in ogni stelo d’erba e piega della roccia ora non parla più per intermediari. Sedendomi e ascoltando parla per idee. Le idee alte.
E mentre ho mangiato e ascoltato, mentre ho fotografato i confini remoti del regno, il vento ha iniziato a folleggiare scompigliando ogni ordine e il cielo a gonfiarsi nelle cattedrali di nubi.
Ho scritto qualcosa nel taccuino rosso che mi porto sempre appresso. Poi ho richiuso lo zaino e ho indossato l’ultimo indumento di riserva che mi ero portato dietro, giusto per evenienza, la felpa di pile.
Stavo bene, non avevo freddo, il mio corpo aveva voglia di inseguire una nuova traccia e mi sentivo forte.
Felice.

Nel taccuino rosso ho scritto:
oggi è stata una giornata in cui era difficile stabilire i confini: dove finivo io? Dove iniziava il vento, le rocce o il cielo?
L’ho scritto dopo, scendendo dall’ultima montagna che da il titolo a questo racconto.
L’umore nero, l’immaginazione chiusa in un monolocale senza finestre, tutto dissolto, andato via. Ero piombo.
Ero stato piombo, quella mattina.
Ed ero diventato oro.
Persino i ciclisti in mezzo alla strada avrebbero potuto non farmi incazzare. Ma ormai non c’erano più.

Le montagne alchemiche.
Poi, finalmente, è scesa la notte.

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