Una via diritta alla cima del Legnone

Alpe-deleguaggio-legnone

Se una montagna si chiama Legnone già mette in chiaro come la pensa.
Un giorno di settembre ho voluto mettere in chiaro che apprezzo il suo nome.
Come si fa a dire ad una montagna che la si stima? Nel mio linguaggio ho scelto una partenza bella distante e dedicare all’arrivo più strada e dislivello possibili.
Nei limiti umani, di tempo e di divertimento.
E’ così che una mattina presto ho parcheggiato la macchina a Premana, nel parcheggio dell’azienda CAMP. Sono sceso, ho attraversato la strada e l’imbocco del sentiero era lì che mi guardava, di fronte a me.

Premana è un paese infilato in profondità nella Valsassina, costruito in verticale come sopra una gradinata. Ma una gradinata bella ripida. Arrivarci da Taceno è un’esperienza, perché ad un certo punto, da sotto, lo si vede lassù, appeso sul pendio della valle come un poster irregolare di cemento e pietra.
Incute una certa tensione perché dal basso fa pensare “come diavolo fa a stare così in bilico?”. Poi nella realtà poggerà su basi solidissime, non so, sta di fatto che il mio peso e il peso della mia macchina li ha retti.

Il sentiero che parte da davanti il parcheggio della CAMP indica varie destinazioni, Legnone manco è scritto ma da Premana è bella lunga e allora è segnata una delle tappe intermedie: Alpe Deleguaggio.
L’idea una settimana prima, l’idea mia e del mio amico Walter, era stata proprio quella di arrivare all’alpe di Deleguaggio e poi salire agli omonimi laghetti per poi attaccare la cresta che porta alla cima.
L’idea.
La pratica ci aveva visti invece esplorare l’area, arrivare al primo laghetto e beccarci un acquazzone.

Laghi di Deleguaggio
Quelle belle giornate da porchi in montagna…

Adesso ero tornato da solo e volevo presentarmi alla cima col mio sudore migliore.

La giornata ha le nuvole basse, l’equivalente dell’umore inverso di noi umani. Però gli psicanalisti del meteo hanno promesso che mano a mano durante il giorno l’umore migliorerà.
Intanto che la mattina sceglie che faccia mostrare inizio a far scattare la mia macchina fotografica verso le nuvole che si muovono tra le pareti e sui boschi.

Salita all'alpe di Deleguaggio

Il sole entra in scena e ne esce al volo, non c’è vento come la settimana prima eppure
per assurdo la luce si muove in mille configurazioni differenti.

Dopo circa 1h10 sono all’alpe di Deleguaggio.

Alpe Deleguaggio

Un agglomerato di case con pannelli solari su ogni tetto.

Alpe Deleguaggio

All’ingresso del minuscolo borgo un’alta croce di legno comunica la
religione ufficiale del luogo.

Alpe Deleguaggio

La presenza di un’altalena lì accanto comunica invece che qualche bambino ci passa. O c’è passato. Quando arrivo io comunque non ci sono bambini, nè umani, nè la moltitudine di capre di una settimana prima. Solo migliaia dei loro sferici escrementi, quasi che si trovino bene a farla dove gli uomini costruiscono.
Le capre in realtà sono più in alto, sui versanti erbosi che si dipartono dalla cima del Legnone, segno che la giornata volgerà al bello, come ci ha insegnato Mario.

Mario è il gestore di un piccolo ristoro che si chiama Ristoro lì a Deleguaggio. Anche settimana prima quando eravamo arrivati era chiuso ma al ritorno Mario era arrivato e ci aveva salutati.
Visto che da quel versante passa poca gente Mario dà informazioni a chi passa e magari è pure possibile bersi un the caldo, un bicchiere di vino o mangiarsi una fetta di torta.
Soprattutto mangiarsi una fetta di torta, che rientra nei miei comandamenti di montagna e
pianura.
Non è che sto parlando del primo venuto. Nel suo ristoro di legno e pietra, dove potrei
passare i prossimi 9 secoli, ci sono foto di lui su cascate di ghiaccio o accanto a tende spazzate dal vento a più di 7000 mt.
Avevamo passato quasi un’ora parlando con lui di montagna e di altro, mente fuori decideva che la pioggia poteva bastare. Tra le altre cose Mario ha tracciato i bolli rossi e bianchi che da Deleguaggio indicano la via direttissima per arrivare sulla testa del Legnone.

Via di salita al Legnone
In blu, con larghissima approssimazione, la via di salita al Legnone dall’alpe Deleguaggio tagliando fuori la cresta, i su e giù, le code, i sentieri, tutto.

 

Ho un debole per le vie direttissime, soprattutto quelle un pò fuori uso, quelle che Mario più o meno spiega così “tiri una linea dritta e sei in cima”. Adoro quella filosofia e di conseguenza provo una sincera antipatia per tutti quei sentieri che si fanno su come bisce prima di portarti dove devono.
A volte so che non c’è alternativa.
A volte basterebbe tirare una linea.
Mario ha ritracciato una via caduta in disuso che sale ripida e diretta come la traiettoria di un proiettile proprio da sopra Deleguaggio. In realtà ci si lascia l’alpe alle spalle, uscendo sulla sinistra e qualche centinaio di metri dopo, sul sentiero che porta verso il rifugio Griera, la vernice su una roccia indica “Legnone” con una bella freccia rossa.
Ecco, quello è l’inizio.

Non ho idea come possa essere in inverno ma quando non c’è neve, tutta quell’erba pettinata in ordine verso il basso, verso i pendii scoscesi non è proprio che permetta di pensare ad altro. Rispetto dove mettere i piedi.
Non che comunque avessi altro di meglio a cui pensare.
In realtà passo dalla fatica ai momenti di estasi, velocemente, alla stessa velocità con cui mano a mano le nuvole si aprono come una cerniera verso l’alto lasciando filtrare la luce e l’azzurro.
Non devo star lì tanto a ravanare per trovare la direzione. Mario ha segnato la via
impiegandoci due giorni e, forse, due tolle di vernice, il risultato è che i segni spiccano nel nulla quasi fossero lanterne.

Segni per la salita alla cima del Legnone da Deleguaggio

Che dire?
A parere mio c’è solo un punto saliente di tutta la salita, quando si deve attraversare una distesa fittissima e scoscesa di rododendri e magari si perde per un momento la direzione. Il campo di rododendri sta sotto una tettoia di roccia e l’unico modo per andare oltre è passare una decina di metri proprio sotto la tettoia.
Dopo ci sono da superare le rocce un pò ripide di un torrente a secco (almeno quando mi ci sono trovato io) e una volta dall’altra parte si raggiunge in fretta un enorme dente di roccia.
La via ci sale sopra qualche metro poi inizia ad aggirarlo a lungo per recuperare la lunghissima rampa che conduce alla croce di vetta. Se c’è sereno la vetta sta sopra la testa di chi sale chiara come la stella polare in cielo. Se il sereno non c’è ci sono i segni. Vicini e, per ora, brillanti di rosso e di bianco.

Segni per la cima del Legnone

Da Premana in questo modo il dislivello positivo si aggira sui 1600 mt. Passando per la
via di cresta, a destra delle case di Deleguaggio e su verso i laghetti, la via è
decisamente più lunga e il dislivello va quasi a 2000 mt, tra i saliscendi.

Verso la fine, quando mancano poche centinaia di metri all’arrivo, si incrocia il sentiero militare voluto dal generale Cadorna. Anche questo porta in cima incrociando la cresta. Se però si segue la filosofia del tirare linee rette lo si può attraversare e continuare in ripida salita nella pietraia sovrastante.
La via militare si può prendere al ritorno e se la filosofia rimane la stessa è possibile tagliare un sacco di tornanti, prendendo qualche culata improvvisa ma gioendo di tutta la quota che si perde velocemente.

Tagliare i tornanti del sentiero militare

Si arriva al rifugio Griera, lo si supera sulla destra e seguendo la strada sterrata che
passa sotto al monumento ai caduti, nella pineta, ad un tornante si trova il cartello che
segnala il sentiero per Pagnona. Bene, si va giù da qui. Poco sopra Pagnona si arriva a Subiale: se uno ha bisogno di asfalto può scendere a Pagnona e tornare a Premana lungo la strada, altrimenti un segnale di legno in centro all’alpeggio indica la via per il bosco, verso sinistra. Ci vuole anche un minimo di pazienza e comprensione facendo questa scelta: ad un certo punto si scende a volo libero per un sentiero verticale, che porta ad un torrente in fondo alla valle e poi si risale, con le ultime imprecazioni in corpo, per un sentiero altrettanto ripido. Si passa per qualche casa sparsa e aggrappata sui pendii e infine si torna sul sentiero da cui si era partiti.

I finali dei racconti di montagna son sempre uguali: tagliere di salumi doppio delux su terrazza vista sole, birra media più birra piccola, qualche acquisto di formaggi e biscotti del posto. Cose così.
Anche andare a dormire la sera stessa senza doccia fa parte dei gran finali. Cose da barboni magari. Eppure, tenere addosso quell’aroma di fatica e sentieri calpestati, boschi e vento fa dormire come il primo giorno sulla Terra.
Si insomma, ne vale la pena.

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