Traversata Grignetta Grignone

Sulla cima della Grignetta ci sono arrivato nella prima mattina di un giorno di luglio 2018, sovrastato da una luce cocente.
Molte persone stavano già sotto quella luce prima di me, amalgamate nel bianco senza neve. Circondate da nuvole distanti e una vaga foschia abbagliante, come una sostanza che moltiplica quello che riceve: il Sole.
Non era ancora qualcosa di insopportabile, forse lo sarebbe diventato più avanti ma in quel momento c’era ancora una traccia del mattino presto in grado di mitigare quell’esuberanza.
La sfarzosa tempesta luminosa dell’estate.
Per molti non sarà stata un’impressione violenta, forse non ci avranno mai pensato, in ogni caso eravamo una tribù uniforme, gli uomini e le donne dagli occhi velati, protetti dietro lenti scure e senza alcune intenzione di sollevarle sopra la testa.
Sulla Grignetta, a Luglio, non è previsto dai miei neurotrasmettitori che mi ci possa fermare oltre.
Dopo aver superato il passo del gatto, aver calpestato con soddisfazione le rocce della cresta Sinigaglia, ero arrivato alla prima base, ma da lì in poi, finalmente, iniziava il mio ignoto.
Si.
Da lì in poi i miei passi avrebbero misurato la distanza dal fratello maggiore, il Grignone, e tutto quel camminare sarebbe servito principalmente ad uno scopo: collegare anche nella mia mente due elementi che avevo sempre vissuto separati.
Grignetta
staccato
Grignone
Ci si può sentire come una cerniera?
So di persone che hanno creduto di essere altro. O altri.
Io sarei stato cerniera.
Senza alcuna cura ad alleviare la percezione.
Una cerniera mentale, che si chiude, ed unisce due mondi.

Grignetta e Grignone sono due meravigliose montagne immerse nella storia della Terra e dell’alpinismo.
Sulle loro rocce si sono aggrappate le mani leggendarie di Cassin e di Bonatti, centocinquanta milioni di anni dopo che il continente africano alla deriva le facesse emergere dal mare di Tetide (le montagne, non le mani…).
La loro ancestrale struttura di sabbie, calcari organici e marne è stata modellata sino all’era attuale da una sconfinata serie di notti, albe, tempeste, ere glaciali ed estati brucianti.
Sono l’appendice occidentale della catena Orobica, visibili dai piani alti dei palazzi di Milano, nelle giornate serene, come un antico richiamo all’avventura. Mentre nelle strade brulicanti della città ci si potrebbe ingannare che quel richiamo non faccia più parte dell’uomo.
La Grignetta, ovunque la si guardi, finisce a punta. Una bella punta di matita rocciosa impreziosita, o addomesticata, da un particolare bivacco dall’aspetto argenteo, oltre che dalle sembianze di un modulo lunare, atterrato al contrario dalla Luna alla Terra: il bivacco Ferrario.
Il Grignone ospita sul suo apice il rifugio Brioschi, aperto anche in inverno nei weekend, e la mole di questa montagna, gigantesca, sovrasta la prima di poco meno di trecentoquaranta metri, coi suoi 2410 mt s.l.m.
Su entrambe le vette ci sono finito parecchie volte, una delle più significative l’avevo velocemente descritta in questo ricordo dell’anno 2015.
Tre anni dopo abbondanti rispetto ad allora, in quel luglio 2018, mi sono ritrovato a contemplare il profilo della mia prossima meta da una prospettiva per me nuova: all’imbocco del canalino Federazione, prima porta d’accesso all’alta via delle Grigne. L’inizio di questa traversata.

Il canalino è posto poco sotto il bivacco Ferrario, ripercorrendo a ritroso il percorso fatto all’andata dalla cresta Sinigaglia.
Mentre le punte degli scarponi sporgevano appena dall’orlo della pendenza che avrei affrontato, ho sentito chiaramente un moto d’orgoglio propagarsi imponente nel corpo. Una sensazione profonda, totale e di un calore diverso dall’estate che avvolgeva il mondo: l’orgoglio di far parte di uno scenario simile.
Quelle non sono mie montagne, niente di ciò che avevo sopra e sotto i piedi mi apparteneva davvero, ero io a farne parte.
Eppure ho focalizzato nitidamente che se qualcuno un giorno mi avesse chiesto di mostrarmi qualcosa della mia vita che considerassi prezioso, gli avrei detto di seguirmi. Saremmo saliti e davanti a quello che ora vedevo, avrei fatto un gesto come per introdurre l’attore principale, la superstar, un gesto come di un presentatore a teatro, magari con anche mezzo inchino
e in silenzio avremmo contemplato queste montagne.
Questi inconcepibili scenari di bellezza.

Grignone_visto_dalla_Grignetta-Canalino_federazione

Il popolo del trekking si era fermato sulla vetta della Grigna meridionale. La Grignetta.
Almeno per quel giorno.
Discendendo velocemente il canalino e la cresta della Federazione, a confine naturale tra la Val Sassina e la Val Scarettone, la presenza umana si era dissolta. Sul fondo dei detriti del versante settentrionale della cresta appena percorsa, all’inizio dell’enorme conca tra le due montagne, in quel momento restavo solo io e la traccia che avevo davanti.
In fin dei conti, tutto quello che mi bastava e avanzava.

Rimango sempre stupito come in montagna, nel giro di pochi passi studiati, si possa riconquistare la silenziosa solitudine con la stessa semplicità con cui si svolta la pagina di un libro. L’illustrazione che stavo attraversando era tutta disegnata di macchie di pino mugo, tappeti di prati srotolati, ombre e luci che si litigavano la proprietà del terreno, proiettandomi davanti al cammino l’irrequietudine del cielo.
Non ricordo ci fosse un gran vento, al livello degli uomini, ma su in alto doveva essere un’altra faccenda.
Ricordo invece che quando la salita ha ripreso ad imbrigliare i miei passi, ero già affaticato. Non la stanchezza esatta di una lunga camminata che volge al termine, piuttosto la gravosità di tutta quella roccia che avevo davanti e in cui mi ero posto di inoltrarmi. Uno schiaffo mentale riflesso dentro muscoli ed ossa.
Una questione di percezione, lo sapevo, piuttosto che di realtà fisiologica.
Cose che comunque, spesso, si mischiano.
Nessun buon motivo comunque per fermarsi troppo a contemplare maggiormente la propria condizione piuttosto della natura dilatata ai lati del cammino.
Quel giorno ogni elemento vicino o lontano sembrava passare attraverso una lente deformante: ogni elemento conosciuto giganteggiava.
Il Resegone alla mia destra, tenuto in ombra da una nube sospesa sopra la sua punta.

Resegone-visto_dalla_Via_Alta_del_Grignone-traversata

 

La Grignetta alle mie spalle, più nuda e scabra di tutti gli altri lati a me già noti.

Grignetta-vista_dalla_Alta_Via_grignone-traversata

Gli scoscesi canali di detriti e rocce che cadevano verso il lago di Lecco alla mia sinistra, come tendini in tensione dentro un movimento bloccato.
E ovviamente la mole scura e strapiombante verso il cielo del Grignone, su cui ora non stavo così in basso come prima, dopo aver superato gli scudi di Tremare, facendo franare roccia verso il niente e nessuno che mi seguiva ed essermi divertito a cercare appigli naturali a lato delle catene che li attraversano.

Passo a passo che salivo mi sono alleggerito, senza buttare fisicamente via nulla, la mente aveva solo da avvertire meno incombenza dentro di se. Il corpo stava togliendo le preoccupazioni alle stanze agitate del cervello, qualsiasi fosse la causa del loro nervosismo.
Un elemento ha contribuito a questo cambio di percezione e davanti a quell’elemento mi sono fermato, lasciandolo circolare in maniera fantastica intorno a me.

Alta_via_delle_Grigne-targhetta

Una placchetta, una catena.
Alta via.
E basta.
Lassù dove per qualche tempo ci si può dimenticare di uomini, macchine, lavori e progetti. Alta via ha un timbro definitivo, qualcosa più vicino all’inconsistenza del cielo, di cui, leggendo quelle due parole, sembra di appartenere per un istante. Prima che la consistenza del suolo sotto gli scarponi restituisse uno scricchiolio della ghiaia, il muoversi di un sasso, riportando indietro dal rapimento.
Mezzo corpo in aria e mezzo alla terra.
Niente acqua, niente fuoco ma stavo bene così, soltanto due elementi costitutivi per sentirmi al mio posto.
Origami di roccia ripiegati su se stessi delineando presenze di materia contro la loro stessa mancanza, laddove l’orizzonte filava via sempre più distante, in un susseguirsi di nuvole e continue forme di azzurro.
Alla fine sono giunto ai territori conosciuti, al bivacco Merlini posto nella confluenza sul sentiero estivo, quello che giunge dal Pialeral e punta diretto al rifugio Brioschi, sulla cima.

Vetta_Resegone-Paolo_Buffa-corvo

Non importano le ore, quanta gente ci fosse, quanta ne arrivava (tanta), quanta ne partiva (tanta) e come ci arrivava.
Ad un certo momento, sulla piazzola di atterraggio dell’elicottero, mentre dei praticanti di yoga stavano sbaraccando, è comparso dal fondovalle l’elicottero stesso, in metallo giallo, pale rotanti e clacson. Si è posato, si sono aperti i portelli e sono usciti lo sposo, la sposa, il fotografo e il flash della macchina fotografica.
Ciak.
Click.
Flash.
Flash.
Sorrisi. Flash.
Click.
Poi sono risaliti, sono volati, disperdendosi da dov’erano venuti.
Mentre masticavo gli ultimi centimetri di una carota, accompagnata da uova sode e qualche galletta spiritual.
No, non importava un fico secco di niente.
Avevo fatto quello che volevo. O dovevo, non lo saprò mai.
Le persone, le rocce, io, ognuno stava bene dove stava.
Quando ho alzato il mio sistema di chiappe per riportarle da dov’erano venute la stessa mente oppressa di prima ora spingeva per un altro pò di tensione. Ancora qualche passo in equilibrio, continuando magari sulla cresta distante tra Resegone e Pizzo della Pieve, più avanti. Solite manie di grandezza che il corpo sa contenere, riportando tutte quelle baggianate al concreto, sul sentiero verso il basso.

Già, non capiterà spessissimo ma certe giornate sono grandi.
E nelle ore a piedi che mi hanno separato dal Pian dei Resinelli, e dalla mia macchina, pace, malinconia, soddisfazione e chissà che altro si sono date il cambio, a volte come compagnìa, a volte come difficile compagno.
Questo è in realtà vitale
L’alternanza
movimento
anche solo immateriale.
Non ricordo più cos’ho fatto di preciso quella sera, seguendo un filo di sensazioni classiche devo essere tornato a casa, mi devo essere cambiato e devo essere andato a mangiare a casa dei ,miei, per ritrovare quell’ingrediente essenziale che spinge sempre al ritorno: il fuoco, la famiglia, i buoni piatti cucinati da mia madre e magari la televisione spenta mentre si è seduti a tavola.
La tana, la propria preziosissima tana, insomma.
Credo di aver anche dormito bene e l’ultimo elemento del racconto, l’acqua, quello per la doccia, l’ho visto solo il giorno dopo.
Sono uno stramaledettissimo barbone, lo so, ma non devo rispondere a molti di questo.
Credo proprio di aver dormito bene, sentendomi addosso tutto il cammino della mia traversata.
Del mio aver collegato.
Grignetta e Grignone ed un essere umano.

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