Luoghi necessari – L’ultimo piano della torre

Amo stare in alto.
Per questo vado in montagna e possibilmente su di una cima.
Ma se sono in città amo stare in alto uguale, per questo abito sempre all’ultimo piano di qualcosa. L’appartamento proprio sotto al tetto. Il mio.
Se vado al mare è una notizia ma amo anche il mare, in realtà è una storia lunga e quindi annoia ma il mare è la mamma e le montagne il papà. Forse un giorno ci scriverò qualcosa.
In ogni caso anche se vado al mare devo stare in alto. Il più in alto possibile e quindi posso entrare nel merito di ciò che voglio dire.

Fotografo luoghi appartati e case sul-limitare-del-nulla perché il mio stesso animo le abita, prima ancora di cercarle e trovarle geograficamente sulla Terra. A volte ho anche bisogno di abitarle con il corpo, camminare nei loro corridoi e sentire davvero di essere lontano.
Se già non ci sono io, ci può stare chiunque altro: parlo di un B&B di una città di mare e nella camera da letto matrimoniale questa è la situazione

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Io, bhè
io non ci sono abituato. A dormire in cielo.
Quando la proprietaria mi ha portato davanti a questa dimensione sono rimasto fermo a dire “non ci credo”, almeno tre volte. Ho buttato la sciarpa sul letto come fosse già mio per sempre e devo aver detto “non ci credo”, la quarta volta.
In effetti, mentre scrivo nella stanza ora buia con davanti questo cielo stellato capovolto, di ogni città elettrica la notte, sento che devo davvero crederci ma sembra un miracolo comunque.
L’appartamento stretto, come un corridoio unico che ha un versante rovesciato nel vuoto.
Lo si percorre e la sua lunghezza serve solo a sfociare nel mare finale. Immenso spazio aldilà di un vetro.
Guardando il resto della vita da dietro una finestra,
decidendo il momento giusto per uscire e far parte di quel resto.
Tutto lo splendido resto.

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Dalla mia parte sto vivendo in una casa come dovrebbe essere la mia, con l’aggiunta del silenzio dalla nevrosi altrui, quei mobili e sedie spostate dai vicini probabilmente come sfogo. Non qui.
Magari sono solo un pò doppio, triplo, moltiplicato all’infinito, non so ma in posti come questo non vado via mai del tutto e ho lasciato copie di me ovunque. Alter-ego spiriti, che proseguono per la loro strada. Immagino che un giorno fatidico ci si ritroverà tutti, ciò che io sono, incarnato e concreto, e ciò che loro sono stati, raccontandomi la propria storia nei giorni d’inizio eternità.
Intanto, lontani dalle fantasie della sera, mi ritrovo a 506 gradini sopra qualsiasi strada, terrazza, clacson e suolo.
Semplicemente non in alto, più in alto.
Trovare l’ascensore diretto per salire in cima richiede il primo giorno d’esperienza. E 506 gradini sono sempre un’esperienza.
Possono anche diventare 1012.
A 1518 non ho avuto tempo d’organizzarmi.
In due parole, arrivando fin qua, lo consiglio, e per chi davvero lo cerca son sicuro lo troverà.

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Sarà la stessa persona che si sveglierà cinque minuti prima dell’alba, con un posto in prima fila sopra l’orizzonte e la stessa che ama il vento. Stando alle alte quote il vento se ne frega, città o montagna lui rimane se stesso. E si fa sentire.
Ma questa è una città da esplorare. Neanche a dirlo.
La notte raccoglie tutta la stanchezza e soffia il sonno dentro quel vento irresistibile.

 

 

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