L’ultima ferrata: Monte Ocone, versante Valle Imagna

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Alla fine le mani sopra dovevo pur mettercele.
Ho rimandato di parecchie volte l’appuntamento con la ferrata del Monte Ocone, almeno fino a quando, un giorno bello caldo di luglio mi sono ritrovato in macchina con la mia vecchia conoscenza il Pol, che non vedevo da quasi otto mesi.
Dopo otto mesi che non vedi un amico è meglio specificare bene dove incontrarsi e che maglietta uno indossa, tanto per non confondersi con l’amico di qualcun altro. Però, visto che le brutte facce rimangono le stesse anche a distanza di tempo, non c’è voluto molto per riconoscersi, e poi nel parcheggio ci saranno state tre macchine contando le nostre, giusto per facilitare le operazioni.
Già.
Tornare a fare una ferrata insieme.
Come ai vecchi tempi.
Una bella scusa per rivedersi.
Quello che magari mi andava meno a genio era la mia condizione atletica quella mattina.
Per come mi sentivo mi sarei potuto permettere un ampio giro dell’Esselunga partendo da casa a piedi e arrivando all’ingresso cinquecento metri dopo col fiatone. Ragion per cui, dopo aver trascinato la carcassa giù dal letto, insieme ad ossa, muscoli e coda, ho deciso di riempirla con una colazione di alto profilo.
Tazza di mate con latte di avena bio, fiocchi di avena bio quanto basta, curcuma e pepe, bio, biscottino bio con sciroppo d’agave, frutta, mandorle, bio e qualche altra roba, sicuramente bio, anche ad essere una sorsata di benzina Erg o palline di naftalina.
Dopo colazione mi sentivo con le stesse prestazioni di prima, magari prendendo pure la macchina per arrivare all’ingresso dell’Esselunga, però contavo che dopo la digestione, se mai fosse avvenuta, forse la situazione sarebbe migliorata.
Avevo preso un impegno no? Come si dice? Ormai ero fregato.
Un sacco di tempo che volevo fare questa ferrata e ora che pareva il momento mi sentivo uno straccio.
Inutile prendersela, mi son detto mentre agganciavo il caschetto allo zaino, siamo mica noi umani a decidere con che sorte ci alziamo la mattina.
Poi son salito e ho fatto andare la mia C2.

Vengo al punto.
La ferrata in questione è nuova di pacca, inaugurata il 13 giugno 2017 cosicché, mentre mi crogiolavo sulla sdraio allungando solo le labbrucce per intercettare la cannuccia, è venuto fuori che avevo una nuova esplorazione da compiere, quando ormai credevo di aver completato tutte le ferrate più importanti del lecchese e delle Orobie.
Non che mi sia precipitato fuori dalla mia zona ozio per assaggiare la nuova arrivata. No.
Ho preso il mio tempo e a luglio dell’anno dopo è venuto il momento di schiodare le due chiappe che mi porto appresso da una vita e farle salire sulla cima dell’Ocone.
Almeno stando alle intenzioni.
Per le descrizione tecniche, accurate come un libretto di istruzioni Lego, c’è sempre la pagina di vieferrate.it, ma non sto scrivendo per dire a tutti i piedi e le mani del mondo dove devono stare, cosa afferrare e dove dirigersi.
Come molti altri esseri umani ho delle sensazioni e sono queste a interessarmi.
Ad esempio, quando ho finito di sistemare imbrago, casco, cellulare, cerchietto per capelli e fiocchetto al collo, una buona sorsata di timore sincero l’ho trangugiata insieme alla saliva.
Eccomi di nuovo daccapo. Posso girare intorno alla faccenda come l’acqua in uno scarico ma alla fine certe cose le devo fare.
Trovarsi al cospetto della catena di una ferrata ha sempre un prima e un dopo e quello che mi attrae è sempre come sarà il dopo. Solo seguendo il percorso, dedicando tutta la fatica necessaria al tracciato e alla roccia a cui sta attaccato si può avere una risposta convincente alla fine.
Sarò in grado?
Saprò gestire le forze?
Riuscirò a tenere a bada la tensione?
Un sacco di domande e nessuna risposta possibile. Prima.
Si, il piacere sta tutto in quella dimensione non prevedibile. Nel rassicurarsi e motivarsi da solo, spostando il boccino dalla sua posizione di non-azione, conservazione, riparo, per dargli un colpetto e farlo rotolare nel nuovo. Nel movimento.
Nell’esplorare.
Qualcuno conosce una condizione più entusiasmante dell’esplorare?
Dell’esplorarsi?
Le strade possono essere molteplici, di asfalto, di assi di legno, un sentiero. Oppure una corda che dondola nel vuoto. Una catena. Non importa.
Alla fine non puntano mai in alto o in qualsiasi direzione esterna.
Puntano tutte verso il dentro. Fanno nascere delle sensazioni e, devo averlo appena detto: sono queste a interessarmi.

Dunque, undici torrioni, posto che non si salga quello del Monarca e quindi, da quello che ho letto, si saltino due torrioni. Ma noi non l’abbiamo fatto, ce li siamo sparati tutti e undici in fila, da bravi ragazzi, così c’è ancora la scusa di tornare e completare la variante: il Monarca, appunto.
L’intera tensione che potevo avere alla partenza era dovuta sia alla mia condizione fisica non ottimale, che nel frattempo non aveva deciso di migliorare, e alla solita questione dei commenti.
Interessandomi da un anno alla nuova ferrata mi ero imbattuto in più di un’indicazione sulla sua difficoltà, classificata in generale MD (molto difficile) con tratti ED (estremamente difficile). A dirlo era il Cai di Bergamo, LeccoOnline, Meridiani Montagne sul suo numero dedicato alle Grigne e al Resegone, il sito Monti Lecchesi e in generale qualsiasi pagina web si sia presa la briga di spendere due righe sull’argomento.
ED.
Telefono, casa.
Estremamente difficile.
Prima di uscire, la mattina, non avevo voluto guardare la relazione di Vie Ferrate, sono dell’idea che l’esplorazione non sia da sciupare con troppe anteprime. L’unica cosa che mi portavo appresso come amuleto personale era la memoria di quel 10 dicembre 2016 quando avevo inanellato Gamma 1 e Gamma 2 sul Resegone, uscendone con una buona dose di dignità. Secondo i miei canoni.
Nel frattempo erano passati nel mezzo quasi due anni e ogni montagna, per me, è sempre una prima volta. Si accumula l’esperienza, certo, ma le incognite restano sempre infinite: solo passandoci attraverso, una ad una, si può dire in seguito di aver conosciuto il loro reale significato e di esserne stati alla fine arricchiti. Quella è l’esperienza che davvero si accumula e l’unica sulla quale si può fare un minimo di affidamento per l’avventura successiva.
“Pronti?” Ho chiesto più a me stesso che al Pol, mentre finivo con la pipì pre-partenza.
Ci posso giurare che non ero l’unico dei due ad avvertire un bel pò di reverenziale rispetto per l’ignoto.
Il Pol ha fatto un segno con la testa, qualunque cosa ci fosse passata per la mente in quel momento alla fine bisognava anche iniziare.

Ferrata_Monte_Ocone-Val_Imagna-primi_torrioni-Paolo_Buffa-luglio_2018

Di catene ne ho strette parecchie tra le mani negli ultimi anni.
Una volta facevo il sommozzatore civile e di catene ne ho afferrate anche di più sott’acqua ma quelle che ho incontrato in montagna impallidiscono tutte con il diametro di quella dell’Ocone.
Le prime sonore imprecazioni, nette e precise, che nessuno avesse dubbi sul significato, le ho tirate giù con i primi agganci della ferrata.
Ok, si è inteso, la catena è grossa, adatta per tenere i demoni legati all’inferno e probabilmente per assicurare gli umani in verticale. Inoltre in alcuni punti è tirata aderente alla roccia cosicché si può andare sicuri che i moschettoni si incastreranno anche a strattonarli. Visto che già col primo torrione si parte belli sostenuti, come andazzo, la sfida a non tirare in ballo santi e madonne è più dura della salita.
A vincere o perdere la sfida, comunque, si sale bene. L’altro lato della medaglia è che una catena grossa e tesa aiuta parecchio quando la si vuole usare come maniglia e, visto che il Pol ed io non siamo certo i più fini ed eleganti salitori di pareti di ferro, la catena la tiriamo quasi a volerla far urlare. Cosa che accadrà, prima o poi.
Insomma, può far incazzare o meno, ma quella bestia di collana intorno al collo della montagna bisogna farsela andare a genio fino alla fine, tanto vale diventare amici.

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Non ci sono grandi sussulti nei primi sei torrioni.
Si sale, si cammina per un breve tratto e si ricomincia ad arrampicare.
Gli appigli su roccia ci sono sempre e dove non ci sono, come detto, la catena è sempre tesa abbastanza per venire a capo di qualsiasi problema. Il tracciato è parecchio verticale ma i punti per prendersi una pausa, sciogliere gli avambracci e fare un sorriso si trovano sempre. Inoltre, come dicono tutte le relazioni e pure io, dopo ogni torrione si incrocia il sentiero che li risale e li costeggia, almeno per dare un ulteriore sostegno alle psicologie più provate.
Il vero punto focale di tutta la faccenda arriva giusto poco oltre la metà.
Ogni salita verticale ha il suo momento risolutivo, il piccolo, grande mostro di fine livello che il giocatore deve trovare il modo di superare.
Nella ferrata dell’Ocone si chiama settima torre. Quella più cattiva delle undici di famiglia.
Mi faccio intendere: niente di grave, dal mio punto di vista, ma già dai primi tiri è chiaro che il ritmo cambia. Ho sicuramente dato fondo alla catena più che in precedenza e ho faticato non poco a trovare degli appigli alternativi, sulla parete, tanto per riposare di più le braccia.
Non è che la cosa mi piacesse, arrivati dov’eravamo arrivati. Sapendo che mancavano ancora quattro torri oltre l’attuale ho solo sperato che le successive non fossero tutte con la stessa faccia. Inoltre, non sapendolo allora, dopo la sesta torre le altre non hanno più vie di fuga, almeno non segnate dal sentiero visto che quest’ultimo se ne distacca e va per i fatti suoi, altrove.

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La notizia, per chi ama le anticipazioni, è che in realtà dopo la settima torre le acque si calmano e il Sole torna a splendere, sia sui buoni che sui birbanti. L’unico altro grattacapo è proprio a qualche metro dalla fine, quando già si vede, poco sopra, la cassetta rossa con all’interno il libro delle firme e l’uscita dai casini: c’è un bivio e si può prendere la via di sinistra, più facile, o quella di destra, segnalata come MD, per aggirare un ultimo sperone di roccia incombente.
Andare a destra vuol dire fare un passaggio di moschettoni intorno la catena in posizione ribaltata, cioè con un’esposizione oltre i novanta gradi e con le braccia che sostengono tutto il peso. Tanto è l’ultimo ostacolo, dura la lunghezza di un tiro e ci si può inventare qualsiasi cosa. Le faccende di montagna restano in montagna, se sento urlare “mamma aiuto” io non dirò mai niente al ritorno, nemmeno al commissario. Dopo tale bivio, guardando in alto, finalmente c’è solo il cielo e la croce dell’Ocone, sulla destra.

Ferrata_Monte_Ocone-Val_Imagna-fine_ferrata-Paolo_Buffa-luglio_2018

Abbiamo finito sudati come capre nel forno e con le riserve d’acque consumate oltre la metà. Ci siamo guardati mentre il fiato tornava a regolarizzarsi e abbiamo buttato gli zaini all’ombra, prima delle strette di mano finali.
“Bhè” ho detto al Pol, “niente a che vedere con la sorella maggiore” e intendevo la Gamma 2, sulla montagna che svettava più a nord, davanti ai nostri musi.
“Decisamente” ha confermato il Pol.
Come allora, come quando avevo appeso il caschetto all’ultimo palo della ferrata più alta del Resegone, un senso di strana insoddisfazione mi ha preso anche stavolta.
Come allora in realtà sapevo da dove derivava.
Aspettative.
Mi ero formulato nella mente un ostacolo ben più grande di quello che la realtà mi aveva proposto. Credevo, e segretamente quasi speravo, che la ferrata dell’Ocone fosse la più tosta del reame, mentre posso dire a titolo personalissimo che la Gamma 2 è ancora la regina incontrastata di fatica ed esposizione. Umanamente ero ricaduto nella solita situazione, quella cosa che si chiama pre-occupazione e che spesso toglie il divertimento dall’animo della gente. Inoltre avevo il sospetto di aver voluto fare quella ferrata per levarmela dai piedi, giusto per dire: fatta! E poter gonfiare un pò di più il petto. Come aumentare la propria collezione di trofei senza esser riusciti a venire a contatto con il vero cuore della montagna, con il suo bacio alchemico.
Si, sentivo tutto questo e mentre sgranocchiavo il cocco disidratato non ero esattamente in pace col mio animo. La giornata non era nata nella culla migliore e continuava a non darmi il voluto.
Il bicchiere non era comunque tutto vuoto: insomma l’avevamo fatta o no ‘sta ferrata? Anche in condizioni fisiche non ottimali ero lì, in cima e avevo ancora fiato per dire qualche minchiata con il Pol.
Uno dei requisiti per cui si dice che gli umani possano raggiungere uno stato di benessere è il senso di appartenenza. Ecco, allora mi sentivo ancora appartenere al gruppo di quelli che salgono in montagna con le loro forze e con le loro forze scendono. Non so quanto questo sia importante davvero, forse ho solo paura di invecchiare, anche se non penso. Anzi. Oppure ho solo paura di perdere il confronto con una certa idea che ho di me. E questo è più probabile.
Sta di fatto che mentre guardavo il cielo con le nuvole a scivolarci sopra, sapere di essere arrivato dove dovevo, senza trucchi, riequilibrava un pò l’insoddisfazione di cui ho parlato appena prima.
Non mi ero divertito fino in fondo ma l’obbiettivo l’avevo raggiunto: l’ego poteva festeggiare.
L’anima meno.

Per scendere c’è un sentiero, sul web se ne parla ma visto che volevamo tenere ancora un pò di suspence prima del finale abbiamo deciso di scendere per il percorso attrezzato a lato della ferrata.
Le vie dirette sono sempre belle quando vanno in alto e quello era un giorno in cui erano belle anche a scendere.
In pratica, guardando la Valle Imagna dalla croce di vetta si prende il sentiero sulla sinistra, NON quello in direzione del versante lecchese, altrimenti ci si può prendere per il culo anche da soli, no, ma quello diametralmente dalla parte opposta, verso il versante bergamasco, appunto.
Il tracciato va giù subito ripido tanto che si fa prima a tuffarsi, poi, in breve, partono le catene su di una prima placca di roccia.

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La solfa in sostanza si mantiene la stessa per tutta la discesa: tratti ferrati e sentieri verticali come grondaie, magari anche più scivolosi.
I segni rossi e bianchi ci sono, anche belli luccicanti a dirla tutta ma in corrispondenza del settimo torrione non abbiamo capito un’acca di dove andare. Come nelle migliori commedie io dicevo a sinistra e il Pol a destra. Abbiamo consultato a fondo la cartina fotografata qualche ora addietro lungo la strada, giusto prima di iniziare, ci siamo anche grattati la testa, ognuno la sua, per stimolare la comprensione e mi secca parecchio ammetterlo ma ha avuto ragione il Pol.
Che la cosa venga messa agli atti nei libri.
Il percorso è sulla destra, verso l’attacco del torrione del Monarca e all’uscita del sesto pilastro della ferrata. Sembra di dover ridiscendere la catena come in salita ma in realtà c’è un’altro percorso a lato di quello fatto all’andata e lo si vede solo arrivandoci sopra e sgranando bene gli occhi, soprattutto il terzo.
Dopo un pò ci si riaggancia al sentiero che costeggia la base delle torri e basta contarle alla rovescia per capire quanto manca all’ultimo tratto, quello che riporta alla strada asfaltata.
Ovviamente la macchina, che prima era all’ombra, ora concentrava su di se ogni singolo, fetentissimo raggio del Sole pestifero.
Ad aprire porte, finestre, boccaporti e cofano è uscita una vampata di calore represso che mi ha seccato la saliva in gola. In confronto in Libia faceva freddo.
Diavolo, nemmeno a buttarcela dentro l’acqua avrebbe raggiunto i sedili. E ok, non l’ho fatto ma tanto sarebbe evaporata in volo. E poi nessuno ne aveva più.
Insomma, magari non ho reso l’idea ma c’era un’ora buona per aspettare una temperatura vivibile oppure entrare in quella fonderia su quattro ruote vestiti solo degli occhiali da Sole. Manco a dirlo ci siamo infilati dentro vestiti, dopo dieci minuti abbondanti, e almeno il mio corpo è tornato a disidratarsi per due.
“Fare quella ferrata in confronto a questo inferno è niente” ho detto al Pol e comunque le sofferenze son durate poco. Al primo ristorante utile, con parcheggio in ombra, eravamo già accomodati dentro.
La classifica del Pol, sulle ferrate fatte, trova daccordissimo anche me. L’abbiamo ripassata con le pance piene:
numero uno, la regina: Gamma 2.
Secondo posto: nel complesso, l’Ocone.
Numero tre: è solo una torre ma aumenta a dismisura il valore di tutta la ferrata che ci sta intorno, parliamo del Torrione Discordia nella ferrata Simone Contessi sul Monte Due Mani.
Numero quattro: Pesciola, la via difficile.
Numero cinque: tutte le altre.
Adesso che ne inaugurino pure una nuova, tra Milano e Valbondione, o Schilpario, altrimenti bisognerà pensare di emigrare verso il Trentino o quantomeno allargare le vedute nella provincia di Brescia. Puntando ad esempio al Corno di Grevo, che il Pol mi propone da due anni e non si riesce mai a organizzarsi per una spedizione a musi duri.
Intanto l’anno scorso abbiamo già sconfinato nel comasco per andare a presentarci alla ferrata del Monte Grona.
Le ripetizioni dopo un pò annoiano.
Com’era quella parola? Esplorare mi sembra.
Esplorarsi.
Niente di più entusiasmante in questa vita.

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