L’austerity nel film di Garrone

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Finalmente un film che parla perfettamente di attualità drammatica.
L’ideologia dell’austerity per dare una forma forzata ad una natura che quella forma non prevede. Con quella forma uccide.
La psicosi, dell’ideologia.
La psicosi alla base di quell’ideologia.
E la seduzione della vittima a quella psicosi. Credere che porti a qualcosa, che sia giusta, che abbia un fine più alto rispetto la brutale violenza del momento. All’insensatezza delle sue leggi, del momento.
Credere che alla fine si sarà accettati.
Amati.
Con una forma nuova, agli occhi del carnefice.
Primo Amore, il film.

Io non penso fosse nei suoi intenti e del resto un’opera d’arte ha quell’aspetto infinitamente cangiante secondo gli occhi che la guardano e i cervelli che l’ascoltano.
Garrone fissa quel punto d’incontro tra follia e amore, tra austerity e vittima,
a 40.
Quaranta chili di peso, ovvero il 3% nel rapporto deficit-pil.
Ovvio.
Stesse follie, stesse speranze.
Stessa morte.
Almeno quando l’oppresso, colui che si è fatto volutamente oppresso, sente che non può più seguire la cura imposta, accettata in precedenza.
“Lasciami andare” chiede al carnefice.
Lasciami uscire.
Ed alla fine la follia del primo entra nella mente dell’altro, si tramanda, la violenza.
Comunque la si intenda, ad un certo momento la vittima scarica in un gesto la propria condizione oppressa, e la coscienza alla base di quella condizione. Complice.
Ma tutto si poteva evitare prima, quando ancora non ci si era chiusi insieme nella stessa cella.
Quando si poteva riconoscere la follia nell’altro e il senso di un’altra esistenza.

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